Cinema: doppiare o non doppiare? Questo è il problema.

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E’ fresca di qualche giorno la notizia riportata da ‘La Repubblica’: il pubblico dello stivale sta iniziando una lenta metamorfosi che lo porterà, pare, a preferire i film in lingua originale rispetto a quelli doppiati.
Per noi italiani, che veniamo da un’antica e prestigiosa scuola di doppiaggio, si tratta di uno schiaffo morale: sembra essere la formalizzazione che qualcosa nel mondo del doppiaggio, purtroppo, è cambiato (non ultima la polemica su ‘Lincoln’ (2012) e sulla voce italiana, Pierfrancesco Favino, di Daniel Day Lewis).

Il discorso, per come la vedo io, arriva da lontano. Ho avuto la fortuna di incontrare a più riprese uno dei più grandi direttori del doppiaggio italiani, il compianto Mario Maldesi (La Vecchia Trilogi di Guerre Stellari, Frankenstein Junior, Arancia Meccanica, Ghostbusters, Il Maratoneta e potrei andare avanti), e fu proprio lui a raccontare di come il mondo del doppiaggio, nel tempo, aveva subito uno triste evoluzione. Se prima era concesso tempo per adattare alla lingua italiana le complessità storiche e di ambientazione delle pellicole provenienti dall’America, a poco a poco la finestra concessa ai doppiatori si stringeva sempre di più nel tentativo di garantire una distruzione quasi in tempo reale dei film. Non solo, secondo Maldesi il doppiaggio doveva, laddove possibile, sospendere ancora di più l’incredulità dello spettatore mettendosi completamente al servizio della storia e non di altri principi. Perciò pazienza se in film differenti lo stesso attore aveva voci differenti: un esempio sopra tutti quello de ‘Il Gattopardo'(1963) in cui Burt Lancaster non fu doppiato dalla sua voce usuale (Emilio Cigoli) ma da qualcuno che con l’accento giusto potesse rendere più credibile il personaggio (Corrado Gaipa, poi la voce di Obi-Wan Kenobi)
Queste delicate ma importanti scelte, per esigenze commerciali, sono diventate sempre più difficili da effettuare (e imporre). Al punto tale che in alcuni casi adesso, per esempio, buona parte del doppiaggio viene fatto senza nemmeno dare la possibilità ai doppiatori di vedere il film in chiaro (gli ultimi capitoli di Star Wars ne sono un esempio): scene sparse, spesso nemmeno collegate temporalmente tra loro, e con l’attenzione focalizzata al massimo sulla sincronizzazione labiale (sincro) e sul restituire una voce il più possibile aderente all’originale.
Non è un caso, poi, che sia stato proprio ‘Django Unchained’, per la prima volta, a vedere incassi più elevati per il film in lingua originale rispetto a quello doppiato: Christoph Waltz, di cui avevamo sentito la voce originale nella parti non doppiate di ‘Bastardi senza gloria’ (2009), è letteralmente indoppiabile. A prescindere dalla bravura di chi lo interpreta in italiano.
Certo, restano eccellenze: Al Pacino, quando a donargli la favella italiana è Giancarlo Giannini, non avrà mai nulla di cui lamentarsi. Per contro attori che stanno percorrendo un arco interpretativo assolutamente eccellso e vario (Di Caprio, per dirne uno), sono ingessati da una voce che non va al loro stesso passo. Non per demerito ma semplicemente perchè un attore, quando recita, è capace di metamorfosi difficili da replicare in poco tempo, in uno studio di doppiaggio, e magari senza nemmeno tutta la pellicola a disposizione.
E questo è un bene o un male? Per l’inglesizzazione del paese, fuor di dubbio un bene. Per la creazione di storie più credibili, aveva in parte ragione Mario Maldesi. Pensare a un Principe Siciliano che parli con l’accento new yorkese di Burt Lancaster, sottotitolato, toglierebbe realtà alla narrazione. Come sempre la verità sta nel mezzo, e ci vorrebbe la capacità (e la possibilità) di decidere quando il doppiaggio aiuterebbe, e quando penalizzerebbe. Ma, credo, ne manchi il tempo.

(Sorgente dell’immagine:http://arsludica.org)

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