LA PALUDE DELL’IMMAGINARIO

Tempo di lettura: 3 minuti

Voglio fare mia la splendida visione che Susanna Clarke ci offre nel suo Piranesi quando racconta il potere dell’immaginazione. Quando la descrive come acqua che straborda da ciascuno di noi, che scorre, che si raccoglie e che scivola negli interstizi del terreno fino a confluire in un mondo “altro“, dove forma veri e propri oceani che oscillano mossi da onde, mareggiate, fortunali.

Voglio pensare a ogni essere umano come portatore di un piccolo/grande ruscello. Un rivolo che si alimenta dell’immaginazione altrui e crea un suo piccolo/grande immaginario. Quando leggiamo un libro, soprattutto. Quando alle visioni di chi quel libro lo ha scritto, aggiungiamo le nostre. Quando trasformiamo le parole dell’autore in immagini nostre. Quando diamo volti alle lettere, quando diamo paesaggi alle descrizioni, quando diamo emozione alle emozioni. Quando tutto questo succede, il ruscello viene alimentato e l’acqua scorre verso un enorme oceano all’interno del quale nessuna visione può prevalere perché ogni visione porta con sé la stessa quantità di acqua.

Ma cosa succede se una visione predomina sulle altre? Se queste sorgive spontanee, inesauribili, imprevedibili non sono più alimentate dalla nostra acqua? I ruscelli si seccano. E l’oceano? L’oceano, senza nuova acqua, diventa una palude. Fuor di metafora, mi chiedo: non è questo che accade quando un potentissimo immaginario letterario diventa un potentissimo immaginario cinematografico? Immagini, volti, paesaggi diventano universali ma così facendo perdono la biodiversità creativa che avevano posseduto fino a quel momento.

Di più. Leggere un libro a quindici anni, rileggerlo a trenta e poi rileggerlo di nuovo a quarantacinque crea tre immaginari differenti. Le nostre esperienza si intrecciano con quelle dell’autore e danno vita a tre differenti ruscelli perché probabilmente immagineremo personaggi, paesaggi, azioni e fotogrammi letterari in modo diverso in ciascuno delle tre età differenti. Perché noi siamo cambiati. Perché abbiamo visto, letto, ascoltato. Vissuto. Ma cosa accade quando l’immaginario pensato da altri arriva, prepotente, con le SUE immagini, i SUOI volti, i SUOI fotogrammi? Spesso – se non sempre – cancella tutto.

E allora i NOSTRI volti diventeranno i volti pensati da altri. Aragorn, anche quando rileggerò Il Signore degli Anelli avrà il volto di Viggo Mortensen, e così Gandalf, così Sauron, così Frodo e tutti gli altri. Harry Potter sarà sempre Daniel Radcliffe. Almeno fino al prossimo remake. Non devo continuare, vero? Questo da un lato contribuisce a costruire un immaginario collettivo condiviso e per chi lavora nell’ambito dell’intrattenimento visivo è un grande vantaggio. Avere centinaia di milioni di persone che formano parte del loro immaginario fantastico su modelli pensati da altri aiuta alla diffusione di altri modelli pensati da altri. E questi modelli, saranno senza dubbio molto efficaci.

Ma dell’oceano, cosa resta? Di quelle acque incontrollate e incontrollabili, di quelle profondità abissali stratificate sopra e intorno a miliardi di immaginari personali tenuti insieme dal fortissimo e invisibile filo degli autori, cosa resta? Non rischiamo di trovarci invischiati in una palude fatta di bellissime immagini che finiscono con l’insegnarci anche cosa dobbiamo immaginare e come dobbiamo emozionarci?

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