[Racconto di Natale] – Memosintesi

Tempo di lettura: 4 minuti

Si chiude un anno piuttosto complesso sotto molti aspetti e per esorcizzarlo (e in qualche modo festeggiarlo) inauguro una nuova tradizione che spero di poter trasformare in appuntamento fisso: il Racconto di Natale. Va bene, lo ammetto, Memosintesi non è un racconto natalizio e non è nemmeno un racconto del tutto originale ma da quale parte bisogna pur partire. Scritto in occasione della bella iniziativa del Cittadino di Lodi che questa estate ha pubblicato sulle sue pagine me e altri colleghi fantascientisti, questo racconto è un piccolo frammento di qualcosa che un giorno potrebbe diventare ben più corposo.

Sperando che questo minuscolo regalo piaccia, auguro di cuore ai miei lettori, ai miei amici, a chi incappa tra queste pagine guidato dalla passione per il cinema, per la lettura o depistato dai misteriosi algoritmi di Google, un Buon Natale e, se non dovessimo rileggerci prima, un Felice Anno Nuovo.

Memosintesi

– Atterraggio tra tre … due … uno.
Un sussulto. Ombre verdi rimbalzarono attraverso i finestrini in vetroacciaio della navicella.
– Apertura del portello tra dieci secondi – annunciò la voce dell’intelligenza artificiale. – Nove …
– Disabilita supporto vocale. Trasmetti sui terminali a corteccia – ordinò stizzito Byron. Nessuno del gruppo conosceva il suo vero nome ma parlava di rado e in carcere lo avevano spesso sorpreso a scrivere poesie su vecchi fogli di carta. Per tutti era sempre stato ‘il poeta in gabbia’, questo prima gli toccasse il più maneggevole nomignolo Byron.
Lo scafo della navetta vibrò e poi si schiuse come un grosso petalo color acciaio: tutto intorno, avvolta dalla condensa dei reattori a idrogeno, la foresta.
– Muoviamoci – esortò Byron mentre imboccava la passerella, una piccola proboscide metallica stesa verso il verde.
Non conosceva gli altri due membri del gruppo ma erano silenziosi e tanto gli bastava. Solo poche parole durante il volo da Bologna, lo stretto necessario per preparasi all’esplorazione. Nessuno aveva parlato dei reati commessi, del perché fossero stati inviati lì ma d’altra parte, che senso aveva farlo? Una volta risolta l’emergenza climatica la necessità di giustizia era diventata la nuova priorità della grandi democrazie occidentali. Perciò le missioni come quella stavano diventato la pena più diffusa, a prescindere dal crimine commesso.
– Ho sentito dire che cambiano sempre il punto di atterraggio – commentò il più giovane dei tre mentre muoveva i primi passi sul soffice terreno della foresta.
Byron strizzò gli occhi. Il nervosismo rendeva loquaci e le persone loquaci lo rendevano nervoso. Sorrise: quello strano gioco di parole lo rilassò. Ma durò poco.
– L’ho sentito anche io – intervenne l’altro. – Ed è logico, se ci pensi. L’ultima cosa che vogliono è che incontriamo un altro gruppo.
– Ma perché? – insistette il ragazzo.
– Per evitare che diventiamo una comunità, no? – sbottò l’altro. – Tre di noi non sono un problema, sei nemmeno e neanche una dozzina. Ma parlano di centinaia di missioni, migliaia di detenuti. Armati. Un esercito. Tu vorresti una cosa del genere fuori dalla porta di casa?
– Ha senso – si convinse il ragazzo.
– No – li zittì Byron. – Non ha senso. Questa foresta occupa più di un terzo della vecchia Europa. Francia, Germania, Polonia e così via. Anche diecimila uomini qui in mezzo sarebbero una goccia di sangue annegata in un mare verde. Come dicono quelli che ci hanno spedito qui? Siamo irrilevanti. Adesso proseguiamo – concluse, rabbioso. – In silenzio.
Si addentrarono nella foresta e dopo pochi minuti la navetta restò solo un puntino rosso sulla mappa olografica tracciata, di secondo in secondo, dai computer della armature.
Byron sapeva poco della foresta. Quasi un secolo prima, così recitava la versione resa ufficiale dai Ministeri dell’Informazione, l’Europa si era ritrovata sull’orlo di un letale collasso ambientale. L’unica soluzione trovata dall’Unione era stata quella di trasformare il cuore produttivo del continente in un enorme polmone verde nel tentativo di chiudere almeno qualche ferita.
Migliaia di specie vegetali, manipolate geneticamente, rese adatte a un ambiente velenoso e avvelenato: superpiante, le avevano chiamate. Organismi capaci di assorbire e smorzare le selvagge radiazioni elettromagnetiche che battevano l’Europa come un vento implacabile.
Aveva funzionato. Ma poi per qualche misterioso motivo la foresta si era richiusa su sé stessa. Nessuno ne parlava, i Ministeri stavano bene attenti a non farlo, ma qualche informazione era trapelata.
Dopo un sommario addestramento, i criminali condannati venivano inviati nella foresta per capire cosa impedisse ai satelliti e ai droni di esplorarne le profondità. Missioni di un paio di settimane con lo scopo di mappare la nuova topografia europea. Manodopera che costava molto meno dei sofisticati droni governativi. Nessuno, almeno così si diceva, era mai tornato. Ma tanto, a chi importava?
La foresta si era chiusa sul gruppo come una vorace pianta carnivora costringendoli a un silenzio innaturale. In più, persi i contatti con il computer della navetta e passati a una cartografia manuale, erano iniziate le allucinazioni.
Lui era stato il primo. Le foglie di un enorme cespuglio verde argento si erano sollevate rivelando i riflessi di una spiaggia azzurra. Una casa sul mare. Le luci porpora di un tramonto talmente vivido da sembrare irreale. Poi era toccato al ragazzo: “Che cosa diavolo ci fa lì una libreria?” aveva sbottato. Per Byron era stato un campanello di allarme. Violando il silenzio a lui tanto caro, aveva parlato con gli altri. E capito.
Non erano allucinazioni. Erano ricordi. La foresta stava giocando con loro mescolando le memorie, mostrando a uno lembi di passato dell’altro. Avevano deciso di rientrare, di rifugiarsi sul sicuro metallo della navetta, ma a quel punto i miraggi si erano trasformati in un vortice senza dimensione nel quale era impossibile orientarsi.
Passato. Presente. Futuro. Byron stava vivendo tre vite fuse tra loro nel verde della foresta. E tra l’arresto per furto del ragazzo, l’omicidio commesso dall’altro compagno e i suoi crimini contro la morale, la foresta gli aveva parlato.
No, non era esatto. Si era rivelata. Per ciò che era. Una volontà furiosa, una nuova forma di vita nata dalla fusione di tecnologia e piante. La foresta era andata ben oltre il suo mandato e, mutata dalla mano velenosa dell’uomo, adesso voleva imparare. Attraverso i ricordi degli uomini voleva capire ogni cosa.
“Conosci il tuo nemico” pensò Byron, mentre sentiva gli ultimi brandelli di coscienza sfuggirgli. E una volta che il regno verde avesse appreso abbastanza, una volta conosciuto il nemico uomo, cosa avrebbe fatto?
Adesso non gli importava. Prima del buio, prima di svanire inghiottito dalla foresta secolare, Byron abbracciò l’unico sentimento che gli restava. Rabbia, rabbia per la punizione ingiusta. Rabbia per la morte imminente.
La foresta ripose con la stessa, identica, furia.

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I figli del male – di Antonio Lanzetta

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★★
Nel 2016 mi aveva folgorato l’esordio thriller di Antonio Lanzetta, Il buio dentro, e ve ne avevo parlato qui. Meno di due anni dopo Lanzetta ci riporta tra le ferite antiche di una terra tanto stupenda quando maledetta, di luoghi capaci di meraviglie e orrori. Ci riporta a Castellaccio.

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A Quiet Place – di John Krasinski

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★☆
Finalmente. E’ la prima parola che mi è uscita dalla testa durante e dopo la visione di A Quiet Place, esordio fanta-horror del poliedrico John Krasinksi che qui è sceneggiatore, regista, interprete e marito (dentro e fuori dal set) della bella e brava Emily Blunt. Perché ‘finalmente’? Perché A Quiet Place riesce a ibridare in modo molto equilibrato tutti mattoncini costituenti il DNA del nobile genere horror.

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