A Quiet Place – di John Krasinski

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★☆
Finalmente. E’ la prima parola che mi è uscita dalla testa durante e dopo la visione di A Quiet Place, esordio fanta-horror del poliedrico John Krasinksi che qui è sceneggiatore, regista, interprete e marito (dentro e fuori dal set) della bella e brava Emily Blunt. Perché ‘finalmente’? Perché A Quiet Place riesce a ibridare in modo molto equilibrato tutti i mattoncini costituenti il DNA del nobile genere horror.
Nel 2020 una minaccia dalla provenienza indefinita (alieni, forse?) ha messo in ginocchio la razza umana: l’unico modo per sfuggire alle mostruose creature che infestano il nostro pianeta è stare in assoluto silenzio poiché anche il più piccolo rumore è capace di attirarle. La famiglia Abbott, padre (John Krasinksi), madre (Emily Blunt), e tre figli (tra cui l’antipaticissima ma brava Millicent Simmonds) ha trovato un loro fragile equilibrio, il loro posto tranquillo, che è però destinato a spezzarsi, complici piccole e normalmente innocenti distrazioni.
A Quiet Place è un film di grande, grandissima atmosfera. L’idea di base è geniale, di quelle che entrano in testa sospendendo l’incredulità dello spettatore e portandolo sul terreno di gioco stabilito dal regista. Potreste farvi alcune domande, un pubblico fastidiosamente pignolo potrebbe scavare sotto la superficie in cerca di alcune imperfezioni ma la realtà è che, se anche ci sono, non contano: Krasinksi ci presenta il suo mondo a cose fatte e, vivaddio, comunica per immagini visto che per quattro quinti di film i protagonisti non possono e non devono parlare.
E’ una purezza narrativa di genere che sta piacevolmente ritrovando la strada di casa. E’ chiaro che nel silenzio obbligato di A Quiet Place l’utilizzo del sonoro viene esaltato all’ennesima potenza e il jumps scare, il salto sulla sedia, ha la strada spianata. Ma Krasinski, dimostrandosi ben più maturo rispetto alle sue esperienze cinematografiche dirette, non ne abusa. Anzi.
Ci sono tante piccole trovate che aiutano lo spettatore a non staccarsi mai dagli Abbott: la cascata, l’acqua, i vecchi nel bosco.
I vecchi nel bosco. Qui, di nuovo senza artificiosità e con una pulizia narrativa molto forte, il regista riesce in cinque fotogrammi a dirci tutto di quella coppia e se anche sappiamo cosa succederà, il fatto che poi succeda davvero non indebolisce quella sequenza.

A Quiet Place è anche (e soprattutto) un film sulla famiglia e a ben vedere le creature potrebbero essere qualunque cosa. Potrebbero essere il silenzio che si insinua tra le mura di casa dopo la tragica perdita di un membro della famiglia (ricordate i lunghi silenzi a casa di Will Denborough, dopo la morte del fratellino Georgie in IT?). Potrebbe essere l’allontanarsi dei genitori dai figli dopo una grande difficoltà o durante l’adolescenza, quando la metaforica assenza di comunicazione qui diventa reale. Potrebbero essere il percorso necessario a ricostruire qualcosa, dopo che questo qualcosa non esiste più. Il Silenzio diventa a tutti gli effetti un protagonista del film e quasi non è più importante il perché esista: ciò che conta è che c’è e va accettato. Ciò che conta è che questo Silenzio rischia di trasformarsi in un alibi per non comunicare più, dando la colpa al fatto di non poter parlare.
Come è successo in Babadook e in It Follows, A Quiet Place è un modo per raccontare più storie. E’ uno strumento, quello fanta-horror, declinato per suggerire qualcosa di ben più importante e profondo senza però rinunciare alla freschezza di un genere che può e deve dire ancora molto. E nel fare questo Krasinksi mostra un certo coraggio.

Nota a margine: per bocca degli stessi sceneggiatori, A Quiet Place avrebbe potuto inserirsi nel progetto Cloverfield dal quale in effetti mutua alcune suggestioni prettamente visive. Questa ipotesi poi scartata fa pare di quella contaminazione visiva che, secondo me, potrebbe essere un bello stimolo per il cinema di genere contemporaneo.


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[Racconto] – L’Adepto

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L’Adepto è una brevissimo racconto inedito ispirato al mondo del mio romanzo La terza memoria ed è nato con un duplice scopo. Il primo è quello di divertirmi tornando nell’Italia post apocalittica che ho inventato come ambientazione del romanzo. Il secondo è (sarebbe) quello di stuzzicare chi ancora non ha letto La terza memoria e magari accompagnarlo verso il romanzo. Il primo scopo l’ho raggiunto. Vediamo se qualcuno mi aiuterà a raggiungere anche il secondo.
L’immagine qui sopra è la bellissima illustrazione che Franco Brambilla ha fatto per la copertina di Urania.

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Westworld 2 – la creazione di un nuovo Olimpo

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Insomma, per concludere, il world-building narrativo di Westworld (così come quello di True Detective in parte come quello del Trono di Spade) è una sapientissima fusione di suggestioni iniettate a poco a poco nella coscienza dello spettatore. Un nobilissimo frankenstein meta-concettuale nel quale il tutto è ben superiore alla somma delle parti perché riesce a rivolgersi alla nostra parte filosofica senza però trascurare quella più moderna.

So che non è elegante, citarsi non lo è mai, ma riprendo la conclusione del mio pezzo su Westworld pubblicato qui a fine 2016 e rilancio: Nolan e la Joy hanno tenuto il timone ben saldo in quella direzione.

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