Black Panther – di Ryan Coogler

Tempo di lettura: 3 minuti

★★★½☆

Black Panther è l’ultima pellicola targata Marvel Studios che vedremo prima della distruzione totale che Avengers: Infinity War (in uscita il 25 aprile) porterà nell’universo cinematografico dei Vendicatori ma poco ha a che fare con il vicino avvento di Thanos: il film dettaglia in modo molto preciso il regno di Wakanda esplorato in modo piuttosto marginale nel poco brillante Captain America: Civil War.
T’Challa (Chadwick Boseman) è alle prese con la successione al trono di Wakanda: dopo la morte del padre T’Chaka per mano di Zemo (avvenuta in Civil War) è senza un legittimo sovrano. Agli occhi del mondo Wakanda è una paese povero e che vive in miseria mentre la realtà è ben diversa: compito di T’Challa sarà decidere come impiegare la superiorità tecnologica del suo paese fronteggiando nemici che vengono tanto dal passato di Wakanda quanto dal suo presente.
Black Panther è un film che, soprattutto nella sua prima parte, strizza più di un occhio ai recenti James Bond (tutta la scena del casinò attinge a piene mani dalle pellicole interpretata da Daniel Craig) e imita per struttura il bel Captain America: The Winter Soldier. Pochi supereroi, tanta realpolitik mescolata a una ricca esplorazione culturale di Wakanda, dei suoi usi e dei suoi costumi. Ryan Coogler, regista afroamericano, dedica davvero un’attenzione molto particolare a ciò che accade oltre lo schermo tanto da trasformare Black Panther in un manifesto della perenna lotta per l’uguaglianza che impegna gli uomini di colore di tutto il mondo.

Marvel Studios’ BLACK PANTHER
L to R: Erik Killmonger (Michael B. Jordan) and W’Kabi (Daniel Kaluuya) with some of his border tribesman.
Ph: Film Frame
©Marvel Studios 2018

E fino a qui, nessun problema. Questa struttura a tratti manichea però scricchiola quando Coogler si spinge più in là, quando alza la posta salvo poi fare marcia indietro. Erik Killmonger (Michael B. Jordan) è un esule di Wakanda generato dagli errori del passato, ma poi viene arruolato dalla CIA e impiegato per destabilizzare gli avvicendamenti di governo nei paesi di tutto il mondo. L’agente Ross (un sempre perfetto Martin Freeman) ammette candidamente che la CIA utilizza questi agenti di morte per decidere il destino delle nazioni salvo poi intervenire a Wakanda per impedire che questo accada.
Killmonger nei suoi monologhi sembra anche denunciare, di rimando, le origini del terrorismo definendolo uno strumento di liberazione, prima ancora che oppressione.
Sono tematiche complesse che, a dire il vero, Coogler maneggia anche con una certa disinvoltura. Il problema è che il messaggio di fondo, se vuole esserci, appare di difficile interpretazione. Da un lato c’è la manifesta critica alla politica isolazionista e anti-immigrazione dell’attuale amministrazione Trump, dall’altro la tentazione di ribellarsi alle ingiustizie con la violenza salvo poi declinare il tutto in una pacifica sussistenza economica ai fratelli di Wakanda. L’impressione è una rimasticatura ‘for dummies’ della complessità del nostro presente: intendiamoci, non è un male ma forse fatto in questo modo trascina il film fuori mandato.
Black Panther è perciò un’amalgama strana: un terzo di leggera e guascona ironia tipica della Marvel, un terzo spy story mutuata dagli 007 più recenti e la rimanente parte un monito/critica/analisi socio-politica che si spinge anche in territori piuttosto scomodi.
Niente mi leva dalla testa che l’indiscutibile successo che sta avendo sia anche (o proprio) legato a questo: suggerisce una visione del presente in scala di grigi salvo poi rivolgersi a luoghi comuni per svilupparne lo svolgimento perciò è difficile da valutare.
Detto questo, Black Panther è un buon film? Sì, alla fine sì. Investe molto nel definire Wakanda (anche per il ruolo di tutto rispetto che dovrebbe avere in Infinity War), ha un suo equilibrio tra azione, introspezione e storia, e vanta un buon cast.
Resta un retrogusto un po’ strano che lo fa flirtare, qualche volta, con una propaganda al limite del pericoloso.

P.S: la DC con la sua Justice League dovrebbe prendere esempio da film come questi. Due ore e un quarto investite per sfaccettare meglio un personaggio poco accennato in Civil War, due ore e un quarto per dare dignità a Black Panther in vista del super cross-over di fine aprile.

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Per chi se lo fosse perso, il MONDO MARVEL secondo me:
Thor: Ragnarok
– Recensione di ‘Avengers: Age of Ultron’
– Recensione de ‘I Guardiani della Galassia’
– Recensione di ‘Agents of S.H.I.E.L.D: prima stagione’
– Recensione di ‘Captain America: The Winter Soldier’
– Recensione di ‘Thor 2: The Dark World’
– Recensione di ‘Iron Man 3’
– Recensione di ‘The Avengers’
– Recensione di ‘Thor’

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The Nun – di Corin Hardy

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Ci sono due modi principali attraverso i quali ampliare l’universo narrativo di un franchise. Il primo è prendere un elemento (personaggio, ambientazione, situazione) e svilupparlo in maniera poco pretenziosa lavorando più sull’estetica che sulla sostanza e limitandosi a cavalcare la potenza concettuale dei pilastri fondanti il franchise. Il secondo è raccontare una storia diversa utilizzando uno degli elementi di cui sopra, sfruttare una suggestione scegliendo però un percorso narrativo autonomo che si appoggia al capostipite invece di caricarselo sulle spalle col rischio concreto di restare schiacciato dal suo peso.

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STRANIMONDI 2018 – Il DIARIO DELL’ESTINZIONE

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Mancano davvero pochi giorni, tre per la precisione, alla quarta edizione di Stranimondi (Stranimondi alla quarta, per essere precisi): imperdibile appuntamento fisso per gli appassionati della fantascienza, del fantastico, del weird e di un sacco di altre cose molto interessanti.
Ebbene, ci sarò anche io e questa volta mi fermerò entrambi i giorni (sabato 6 e domenica 7 ottobre).

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