First Man – di Damien Chazelle

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Fa sempre uno strano effetto intuire di trovarsi davanti a qualcosa di particolare ma non riuscire ad afferrarne contorni e specifiche, non essere in grado di capire il perché quella cosa ha una sua unicità: scatena un vago senso di colpa e di inadeguatezza. A ben pensarci questo disagio concettuale dovrebbe essere smezzato tra chi fruisce e chi offre il prodotto artistico, una divisione più o meno equa di responsabilità, ma siccome non conosco Damien Chazelle me ne sono fatto carico io e ci ho riflettuto a lungo.
Questa breve e in parte sofferta riflessione nasce dal fatto che First Man non mi ha fatto impazzire, anzi. Il film è, in sostanza, la trasposizione cinematografica della biografia di Neil Armstrong (interpretato dal sempre più algido Ryan Gosling), dei suoi drammi personali, di come questi si sono integrati con la carriera da astronauta fino al culmine delle esperienze di una vita intera: l’allunaggio del 20 luglio del 1969, data storica per l’uomo e per l’umanità.
I problemi derivano tutti dalla scelta consapevole di Chazelle di offrire allo spettatore qualcosa di molto distante e alieno. E’ alieno Armstrong, il suo modo di essere e di pensare ed essendo lui il protagonista dell’intera pellicola, viene eretto un muro a tratti invalicabile tra noi e la narrazione. Il regista decide di assottigliare questo muro, e lo fa quando vuole portarci all’interno delle cabine di pilotaggio. I voli attraverso l’atmosfera riprendono la bella umanizzazione dello spazio che Alfonso Cuarón aveva brillantemente sperimentato nel suo Gravity: i violenti rumori, il senso di claustrofobia, il caos della Terra e il silenzio dello spazio. Perciò Chazelle vuole, fortissimamente, che noi riusciamo a provare empatia per Armostrong SOLO quando l’astronauta si trova in volo. Solo quando dimentica sofferenze e privazioni, solo quando rischia la vita per raggiungere la figlia morta di cancro perché nel 1969 arrivare sulla Luna per primi voleva dire raggiungere il paradiso.
L’idea di Chazelle è all’avanguardia, sperimentale, e su carta è un esperimento di meta-cinema che potrebbe davvero essere molto interessante. Il problema è che quando sollevi un muro, quando lo fai per quasi due ore e mezza lasciando davvero pochi spiragli a disposizione, l’esperimento rischia di trasformarsi in esercizio di stile. Intendiamoci, First Man ha una sua anima, una sua identità, solo che fa di tutto per dissimularla. E se anche questo è voluto (perché lo è), non significa che sia funzionale.

Chazelle sovraespone il pubblico a eccessi di realtà che, ripetuti, finiscono con il perdere carattere. Decide di affrontare i drammi storici mostrandoceli a volte attraverso il potente filtro emotivo di Armstrong (la morte dei primi amici colleghi), a volte attraverso una ricostruzione esterna (l’incidente e il rogo dove perdono la vita altri tre astronauti) e questo toglie riferimenti. Capisco e comprendo quello che voleva fare il regista e sotto molti aspetti lo ammiro anche, ma la somma del tutto è inferiore al valore delle singole parti. In un contesto nel quale l’emotività diventa la chiave di volta attraverso la quale comprendere un’intera pellicola (penso all’Arrival di Denis Villeneuve, e in parte anche al suo Blade Runner 2049), Chazelle sottrae, riduce ai minimi termini opponendo alle sensazioni dello spettatore l’assenza di emozioni manifestate del suo protagonista. Entrare in empatia con Armstrong è molto difficile e forse non era nemmeno l’obiettivo.
Ciò detto, Chazelle è e resta un giovanissimo regista davvero molto, molto interessante.

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Hill House, il passato e l’inferno

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Mi sono avvicinato alla serie Netflix di Hill House con un certo timore, lo stesso timore che chiunque abbia letto il libro ha provato al pensiero di vedere il complesso capolavoro di Shirley Jackson deformato (e forzato) in una serie televisiva con tempi e ritmi diversi di quelli di una solidissima narrazione. Fortunatamente Mike Flanagan, regista che apprezzo molto (suoi sono, tra gli altri, Oculus e Somnia), ha deciso di percorrere una strada diversa. Hill House, una casa che definire infestata è decisamente riduttivo, è ‘solo’ ambiente e suggestione. Nessun personaggio (a parte qualche doveroso omaggio), nessuna situazione riadattata, di fatto una storia nuova che sceglie come ambientazione la tremenda casa fatta di corridoi, angoli scuri e presenze sinistre.

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Rapporto di fine anno – 2018

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Il primo post di questo sito è datato 30 Novembre 2010 perciò sono passati otto anni dalla sua messa on-line, otto anni nei quali, come si dice, ne é passata di acqua sotto i ponti. Quest’anno per la prima volta però voglio prendermi il lusso di riepilogare con un post tutte quelle che sono state le mie attività letterarie, o para letterarie, dell’anno appena trascorso.
Perché?
Perché chi come me si occupa di letteratura con serietà e professionalità, ma nel risicato monte ore del dopo lavoro (quello che fa pagare le bollette, per intenderci), sa cosa si prova nel sentirsi sempre in ritardo. Sa come può essere logorante quel vago (ma persistente) senso di colpa del “non fare mai abbastanza”, di essere un passo indietro rispetto a non si sa bene cosa. Una spiacevole sensazione che spinge verso una sorta di bulimia creativa per la quale si scrive, si finisce un progetto, ma non si ha mai il tempo (o la forza) di goderne appieno perché “c’è sempre qualcosa di nuovo da fare”.
Insomma, un po’ per ringraziare chi mi segue, chi mi legge, chi mi ascolta, un po’ per tirare una linea oltre le quale osservare con quieta soddisfazione cosa si è fatto, ecco qui il mio rapporto di fine anno: tutto quello che ho pubblicato (e dove) nel corso dei dodici mesi appena trascorsi. Si vi siete persi qualcosa, se volete condividerlo o commentarlo qui o altrove, sapete di essere i bene accetti. Sempre e comunque!

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