GODZILLA 2014: la via del Kaijū

Tempo di lettura: 6 minuti

Questa analisi è stata pubblicata su Nocturno 140, prima dell’uscita del film nelle sale.

“L’arroganza dell’uomo sta nel pensare che la natura sia sotto il nostro controllo. E non il contrario.”
Ichiro Serizawa (Ken Watanabe), Godzilla

Nel 1947 il pittore americano Rudolph Franz Zallinger terminò il suo murale ‘The Age of Reptiles’, tutt’ora esposto all’università di Yale. Impiegò quattro anni per completarlo e, scorrendo da sinistra a destra la sua raffigurazione preistorica, il primo dinosauro che salta all’occhio è un massiccio T-Rex. Piuttosto distante dal clone con cui Spielberg ci ha viziato nel suo Jurassic Park (1997), era un mostro preistorico abbozzato, tozzo ma comunque imponente.
Nel 1950, tre anni dopo, il pittore cieco Zdeněk Burian dipingeva un enorme ‘Iguanodon’ che torreggiava al centro di una vasta pianura. Ai piedi del dinosauro, un mucchio di ossa. Eretto, con zampe anteriori simili a braccia e dotate di cinque artigli ciascuna era una delle rappresentazioni più antropomorfiche dei mostri a sangue freddo che in quegli anni animavano il dibattito scientifico.
Senza saperlo questi due artisti accomunati dalla passione per le creature preistoriche avevano innescato la miccia che tre anni dopo sarebbe deflagrata creando una prima versione grezza ma comunicativa del dinosauro più famoso del cinema (e della storia): Godzilla.
Era infatti il 1953 quando il regista russo naturalizzato francese Eugène Lourié portò sul grande schermo il suo ‘Il risveglio del dinosauro’ dove un enorme rettile imprigionato nel ghiaccio del Polo Nord e risvegliato da esplosioni nucleari scatenava il terrore aggredendo una preparata equipe di scienziati americani. La mano fatata di Ray Harryhausen e la magia della sua stop-motion avevano portato la meraviglia di un nuovo mostro gigante sul grande schermo (non replicando il successo di King Kong, ma comunque con buoni risultati), mostro che conquistò anche una famosa casa di produzione Giapponese: la Toho.

[APPUNTI PER UN DISASTRO NUCLEARE]
Il Giappone, in quegli anni, stava faticosamente uscendo dall’incubo nucleare che la Seconda Guerra Mondiale aveva scatenato. Le ferite erano ben lontane dall’essere rimarginate e la tragedia della Lucky Dragon 5, una nave peschereccio giapponese che il primo marzo del 1954 era stata esposta a un fallout radioattivo di una centrale nucleare americana, le riaprì ancora di più.
Fu nel novembre di quel fatidico 1954 che la Toho diede voce a tutte le preoccupazioni, le paure e anche i rancori dell’intero Giappone inaugurando quello che sarebbe diventato il filone forse più caratteristico del paese del Sol Levante: nasceva il primo Kaijū. Nasceva Gojira. Nasceva, per noi occidentali, Godzilla. E con lui iniziava una lunga e inesauribile serie incentrata sui ‘mostri misteriosi’ divenuti da quel momento manifesto di un nuovo cinema tipicamente orientale.
Che la fantascienza interpreti il presente accentuandone alcune sfumature piuttosto che altre, è un dato di fatto. Che venga usata come strumento di denuncia nei confronti del passato e di monito rispetto ai pericoli futuro è una delle sue caratteristiche più preziose. Per Godzilla furono vere entrambe le cose.
Nella pellicola del 1954, diretta da Ishirō Honda, le radiazioni nucleari erano le dirette colpevoli dell’abnorme crescita e mutazione a cui il dinosauro ero stato sottoposto. Quelle stesse radiazioni che avevano devastato il Giappone nel 1945 e che avevano ucciso il capitano della Lucky Dragon 5 nel 1954, adesso generavano la più mostruosa minaccia che la piccola isola avesse mai dovuto fronteggiare.
Emergendo dalle acque dell’oceano Pacifico, Godzilla trasformava la città di Tokyo in un cumulo di macerie che ricordava la devastazione di Nagasaki e Hiroshima. Eppure non era lui il diretto colpevole di tanta distruzione: il Kaijū annichiliva ogni cosa, ma senza alcuna malizia. Godzilla era una forza neutra e inarrestabile, priva di malizia e di intenti. L’unico suo scopo era devastare ogni cosa, come una divinità austera e priva di razionale rancore. Era invece a causa delle radiazioni se questa sua indole poteva trasformarsi in una reale minaccia: cresciuto a dismisura oltre i 50 metri di altezza, dotato di armi bio-nucleari in grado di spazzare via tutto e rafforzato da un fattore rigenerante impressionante, era il caos incarnato. Ma, di nuovo, un caos reso tanto formidabile dalla cieca scienza americana e dall’utilizzo indiscriminato del nucleare.
La pellicola ebbe tanto e tale successo (anche nella sua versione apocrifa americana) che diede il via a un’impressionante batteria di trenta film, tutti prodotti dalla Toho: l’era dei Kaijū stava per conoscere il suo periodo più dorato tanto da far diventare Godzilla il contenitore dove mostri provenienti da altre pellicole si battevano (o si alleavano) contro il Re dei Mostri. Per il Giappone il successo dell’enorme lucertolone divenne anche un modo per trattare tematiche a tutto tondo: ecologia, inquinamento, famiglia, rinnovate denunce all’utilizzo indiscriminato del nucleare, intelligenze extraterrestri e persino visioni trasversali del complesso scacchiere politico internazionale. Per cinquant’anni, nei trenta film che vedevano Godzilla come protagonista, tutti questi temi si intrecciarono tra loro vedendo anche una trasformazione del Kaijū da divinità distruttrice a protettore del Giappone contro minacce di ogni genere. Tra remake (compreso il pop-corn movie di Roland Emmerich del 1998, nel quale l’energia nucleare causa della micidiale mutazione era francese), reboot e sequel la storia di Godzilla si era trascinata con alti e bassi fino al ‘Godzilla – Final Wars’ del 2004 dove compito del lucertolone atomico era quello di sconfiggere una dozzina di mostri intenti a distruggere tutte le più grandi città del mondo. Nell’ultima pellicola marchiata Toho venne creato anche un piccolo cortocircuito: uno dei Kaijū intento a distruggere Syndey è Zilla, proprio il mostro concepito da Emmerich che rientra così a pienissimo titolo nell’universo Toho.

[ORGANISMI TERRESTRI NON IDENTIFICATI DI ENORMI DIMENSIONI]
Dieci anni dopo il Re dei Mostri è pronto a ritornare nelle sale nel modo più intrigante possibile. Se dietro il lezioso remake del 1998 c’era la mano chiassosa di Emmerich questa volta l’occhio attaccato alla macchina da presa è quello di Gareth Edwards, regista britannico con all’attivo il bel ‘Monsters’ del 2010, fanta-thriller ambientato in Messico. Edwards, classe 1975, si è fatto le ossa lavorando prima sugli effetti speciali e studiando i lavori di Danny Boyle ai quali il tratto realistico e asciutto di Monsters si è chiaramente ispirato. Fantascienza realistica, la sua, che richiama la durezza senza filtri del District 9 (2009) di Neil Blomkamp (prima che questi vendesse l’anima al diavolo dirigendo Elysium) e soprattutto fantascienza a basso budget: Monters venne realizzando con poco più di duecentomila dollari.
Cosa può fare la mano ferma e determinata di Edwards con un budget cento volte superiore? Prima di tutto realizzare il Godzilla più grande di tutti i tempi: con i suoi 107 metri supera tutti i predecessori. E poi, in pieno spirito Toho, affiancare almeno un altro Kaijū all’imbattibile Re dei Mostri. Dal trailer e dalle poche informazioni trapelate (per mantenere la segretezza il progetto di Edwards era rimasto a lungo sotto lo pseudonimo ‘Nautilus’) ecco la presenza di una creatura aracnoide chiamata Muto, reale antagonista di Godzilla. Il motore di questo colossale reboot ha molto in comune con i predecessori: tutto inizia dai test nucleari americani del 1954 dove le esplosioni finiscono con lo svegliare il mostro e che continua con il tentativo della marina degli Stati Uniti di uccidere definitivamente la creatura. Qualcuno sospetta che tutti i cataclismi a cui il mondo è stato (e sembra essere) soggetto non siano di origine naturale ma che dietro tutta quella distruzione si nasconda qualcosa di tremendo.
Se l’alto budget (ricordiamo, duecento milioni di dollari) ha permesso al trentanovenne regista del Warwickshire di dare libero sfogo alla sua creatività e alla sua esperienza come uomo degli effetti speciali, la passione per una fantascienza realistica e concreta promette un punto di vista innovativo rispetto ai classici monster movie. Godzilla, se pure non ha divorato uomini in nessuna delle sue apparizioni, rischia di ingoiare metaforicamente le performance di tutti gli altri attori coinvolti nel progetto: con un collega del genere, alto 107 metri e in grado di distruggere palazzi, chi non si sentirebbe in difetto? Eppure, come accadeva in ‘Monsters’, Edwards ha ben chiara la rotta verso la quale far navigare il suo film e il cast coinvolto sembra confermare le sue intenzioni. Bryan Cranston (direttamente da ‘Breaking Bed’, ma questa volta con i capelli), Juliette Binochet, Elizabeth Olsen, David Strathairn, Ken Watanabe e il poliedrico Aaron Taylor-Johnson sono tutti coinvolti in qualcosa che va oltre la semplice sopravvivenza agli attacchi del mostro. Non si tratta di comprimari che devono reggere il gioco alla forza distruttrice del dinosauro ma anzi, le dinamiche tra i personaggi, le relazioni padre e figlio, sono destinate ad avere un ruolo molto importante nell’economia della storia. Piccola e amichevole citazione: la famiglia protagonista del film si chiama Brody. Proprio come quella de ‘Lo squalo’ di Spielberg a cui il regista si è ispirato nell’ottica di mostrare poco alla volta la tremenda bellezza della creatura. Sarà un caso?
L’età e la provenienza geografica di Edwards ammiccano a un altro regista inglese che ha fatto del realismo la sua parola d’ordine nel dirigere pellicole di fantascienza: trovare somiglianze tra lui e Christophern Nolan non è un gioco così difficile. In più la gita di David Goyer tra le pagine del copione di Godzilla aggiunge un tassello al potenziale approccio nolaniano di Edwards.
Fantascienza, certo. Enormi mostri che si danno battaglia coinvolgendo i piccoli (ma colpevoli) esseri umani nel loro scontro, su questo non c’è dubbio. Ma anche incursioni di realismo, di storie ‘normali’, di dinamiche credibili. In due parole un piatto succulento cucinato secondo la ricetta inglese eccellente per una fantascienza a tutto tondo: percorso cine-gastronomico che va da Boyle, a Nolan per arrivare anche a Edwards.
In tutto questo, forse, anche un messaggio di speranza. Se alla fine gli uomini prevarranno sugli errori da loro stessi commessi che hanno finito con il generare veri e propri mostri, se anche di fronte a creature così tremende l’essenza stessa dell’uomo e dei suoi sentimenti non verrà snaturata, allora la redenzione non è solo un miraggio. Sconfiggere un mostro in carne e ossa come Godzilla non può essere più difficile che superare gli oscuri anni dei nostri giorni moderni.
di Maico Morellini

Immagine presa da: http://www.empireonline.com

E per chi se la fosse persa, la recensione vera e propria del film:
30-05-2014: Godzilla, di Gareth Edwards

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