Recensioni Film – ‘Gravity’ di Alfonso Cuarón

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VOTO:★★★☆☆

Prima di tutto ci terrei a dire una cosa che potrebbe anche essere ovvia, ma non si sa mai: ‘Gravity’ non è un film di fantascienza. Almeno non più di quanto lo fosse ‘Apollo 13′ (1995). E’ un film sulla sopravvivenza nello spazio quando tutto sembra andare storto ma le tecnologie, la situazione, le dinamche non hanno nulla a che vedere con la fantascienza. Forse è una distinzione da poco conto ma secondo me è un paletto che è giusto mettere. Perciò, di cosa parla ‘Gravity’?
La dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock) e l’astronauta veterano Matt Kowalski (George Clooney, NON uno dei pinguini di Madagascar) sono impegnati in una missione che ha come obiettvo l’aggiornamento software del telescopio Hubble. Un missile russo fuori controllo distruggerà un satellite (sempre russo) e la polvere di detriti originata dall’esplosione inizierà a muoversi nell’orbita geostazionaria terrestre frantumando qualsiasi struttura incontri sul suo cammino: inutile dire che lo Shuttle sarà travolto suo malgrado dalla tempesta di frammenti. La Stone e Kowalski riusciranno a sopravvivere, ma come tornare sulla Terra?
‘Gravity’ ci racconta esattamente questo aggiungendo alla narrazione il percorso di crescita personale della dottoressa Stone che dovrà lottare anche contro i suoi demoni interiori (la morte della figlia, tragedia con la quale, ogni giorno, si trova a fare i conti). La trama e lo sviluppo, come si può immaginare, sono poco pretenziosi e lineari. La maratona della Bullock e Clooney da una stazione spaziale all’altra non poteva durare più di un’ora e infatti tutto si svolge abbastanza rapidamente. La tensione è ben dosata, la Bullock è brava e, non essendo un ingegnere aerospaziale a differenza di metà della gente in sala, non posso giudicare quanto la azioni cinematografiche siano aderenti a quelle di veri astronauti. In più l’umanizzazione della tempesta di detriti è ben riuscita: è una minaccia costante e visivamente aggressiva. L’ambientazione ai fini della storia, a conti fatti, resta pretestuosa. Ambientando il tutto nei fondali marini le dinamiche dei personaggi non sarebbero cambiate ma devo ammettere che la scelta dello spazio, proprio adesso che la corsa dell’uomo verso le stelle sembra essere poco più che un ricordo, ha un fascino tutto suo. Le stazioni spaziali, lo scivolare negli stretti corridoi della ISS a gravità zero, il silenzio (poco sfruttato, a dire il vero, causa una colonna sonora invadente) mi hanno procurato una sana malinconia e questo è un altro pregio di ‘Gravity’. La sequenza della distruzione della ISS è un’altra piccola perla sia per impianto visivo che sonoro.
La cosa che invece mi ha fatto storcere il naso più di una volta è l’ennesima intrusione del 3D nelle scelte di regia. Ho visto il film in 2D e più di una volta (credo ai averne contate almeno cinque, compresa la tremenda rana finale) ho picchiato il pugno sul bracciolo della poltrona infastidito da inquadrature TUTTE dedicate all’effetto che il 3D avrebbe donato a improbabili oggetti fluttuanti nello spazio. Non discuto delle migliorie alla profondità degli ambienti che la tridimensionalità garantisce (o dovrebbe garantire) quanto del fatto che sia un tecnicismo di poco conto se il prezzo da pagare sono scene poco credibili o inutili nell’economia complessiva del film.
Per concludere non grido al capolavoro ma nemmeno alla scandolo. Da Cuarón, visto soprattutto il suo ultimo ‘I figli degli uomini’ (2006) mi aspettavo un ritorno più sofisticato ma ho l’impressione sia inciampato in una storia troppo minimale e di un cast per contro ingombrante. Il risultato è un film che si assesta intorno al sei e mezzo rinverdendo poi la grandissima incognita di quanto questo 3D faccia davvero bene al cinema.

di Maico Morellini

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Ghostland – di Pascal Laugier

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Adoro Pascal Laugier, anche se non ci andrei nemmeno a bere un caffè tanto mi preoccupa il funzionamento della sua mente. Lo adoro a tal punto da aver messo il suo Martyrs in cima alla mia classifica dei 20 film horror. L’ho adorato anche nel meno convincente The Tall Man (2012) perciò aspettavo con una certa trepidazione Ghostland (in Italia, La Casa delle Bambole). Laugier non mi ha deluso, anzi.

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Il fallimento del futuro?

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Quando il futuro ha smesso di essere un faccenda di cui occuparci? Quando è diventato esclusivo demanio di multinazionali e governi? Mi guardo intorno e dal mio limitato osservatorio vedo che da una parte si ragiona di connettività, infrastrutture, intelligenze artificiali, gestione dei dati, ripristino e trasformazione in un grande corridoio informatico della vecchia Via della Seta (per fare un esempio). Dall’altra si è concentrati su un presente abbastanza misero (dal punto di vista concettuale), fatto di sussistenze, di paure, di contrazioni sociali, di ritorno ad alchemiche ricette ottocentesche, di esclusioni e di frammentazione del tessuto connettivo che dovrebbe tenere insieme tutto. Uno Jedi direbbe che abbiamo smesso di essere in comunione con la Forza.

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