[Recensioni Film] – ‘My Name is Bruce’ di Bruce Campbell

Tempo di lettura: 2 minuti

VOTO:★★★☆☆
Cortocircuitare una tipologia di personaggio cinematografico con l’attore che lo interpreta è spesso un azzardo perché richiede da parte di entrambi una serie di caratteristiche che non sempre sono a disposizione. Prima di tutto l’attore deve aver interpretato una serie di ruoli che, per quanto differenti, abbiano un solido denominatore comune. In secondo luogo i personaggi devono necessariamente avere nel loro DNA un forte, fortissima componente ironica.
Il nome di Bruce Campbell, volto immortale di Ash Williams, riesce a coniugare entrambe le caratteristiche e lo dimostra nella meta-pellicola del 2007 My Name is Bruce, diretta dallo stesso Campbell.
Qual è l’impianto narrativo del film? Bruce Campbell interpreta un se stesso avviato verso un irreversibile declino. Costretto a recitare nelle peggiori pellicole immaginabili (lo spauracchio di un nuovo film girato in Bulgaria rende bene la condizione di Bruce), ha alle spalle un matrimonio fallito oltre che una vita solitaria fatta di alcool e scandita dall’amore/odio per lo stuolo di fan invasati che, testardi, lo perseguitano. A ridosso del suo compleanno viene rapito da uno di questi fan, il giovane Jeff (Taylor Sharpe), che decide di rivolgersi a lui per salvare la cittadina campagnola di Gold Lick dal risvegliato dio-demone cinese Guan-Di che a suon di sciabolate decapita chiunque gli arrivi a tiro. Bruce è convinto si tratti del tanto atteso regalo di compleanno del suo agente Mills Todner (Ted Raimi), ma quando scoprirà che Guan-Di è una vera minaccia, scapperà da Gold Lick per poi ritornare finalmente pronto a diventare davvero l’eroe che interpreta nei suoi film.

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Al netto del valore assoluto della pellicola sul quale si potrebbe a lungo discutere, My Name is Bruce resta comunque un esempio di meta-cinema al quadrato. Da un lato l’attore Bruce Campbell viene idealizzato dai suoi fan come i personaggi tutta azione e spavalderia che interpreta e lui stesso, quando vaga per Gold Lick convinto che sia tutta una finzione, si cita (memorabile il suo riferimento al ‘bastone del tuono’) senza nessun ritegno. In più tutto il comparto dei fan, dei luoghi comuni sul classico nerd appassionato di b-movie, si presenta senza filtro nella sua crudezza fatta di feticci da camera e di action figure in edizione limitata.
Il cortocircuito inverso, il meta-ribaltamento concettuale lo si ha quando il pavido, sbruffone, decadente Bruce Campbell ormai in fuga e al sicuro da Guan-Di viene invece esaltato dall’anima nobile ed eroica dei suoi tanti volti cinematografici. A modo suo diventa davvero il combattente senza paura de La Casa e di tutte le pellicole che lo hanno visto come attore feticcio di un cavaliere improbabile (‘dammi un po’ di zucchero baby’) ma efficace.
Questa doppiezza, questo gioco di scatole cinesi del film nel film (ispirato al film) si ribalta anche sul finale quando scopriremo che tutta l’esperienza a Gold Lick è in realtà l’ennesima pellicola, pronta però a essere ribaltata di nuovo con l’ultimo fotogramma.
My Name is Bruce è, a suo modo, un laboratorio di ironia oltre che un monumento autoreferenziale all’attore che presta il nome al film: Bruce Campbell.

Tutto sul meta-cinema:
Behind the Mask

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Questo articolo è stato pubblicato su Nocturno Cinema

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The Circle – di James Ponsoldt

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★★½☆☆

I segreti sono bugie

Mae – The Circle

Il tempismo nella fantascienza è fondamentale. Arrivare in ritardo rispetto a quanto sta accadendo nel mondo reale può trasformare un buon film in uno scadente documentario di repertorio.
The Circle, purtroppo, arriva un pelo in ritardo e la sensazione che si ha è proprio quella di aver assistito a qualcosa di vecchio.
Mae (una Emma Watson male assortita) è una giovane ambiziosa che vede la sua vita cambiare quando l’amica del cuore Glenne (Bonnie Holland) riesce a farla entrare al Circle, una grande azienda che deve i ricchi natali a un social network di diffusione mondiale. Il guru di Circle, Eamon Bailey (un Tom Hanks in versione Steve Jobs) ha le idee molto chiare sul futuro: connessione totale, condivisione totale, nessun segreto e l’ambigua gestione di una mole di dati a dir poco impressionante.

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GoT: due piccole rivoluzioni?

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Quattro episodi su sette, con ancora nove puntate (tre di questa settima stagione e sei dell’ottava) prima di veder calare il (o un) sipario su uno dei fenomeni televisivi più imponenti di questo ventunesimo secolo. In molti ci eravamo chiesti come sarebbe cambiato Il Trono di Spade con il sorpasso definitivo dello show rispetto alle trame letterarie libri di George R.R. Martin e questi prima quattro episodi hanno in parte risposto alle nostre domande.
Due sono i più evidenti e principali aspetti della piccola rivoluzione che David Benioff, D.B. Weiss e compagni hanno attuato con la settimana stagione del Trono.

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