[Recensioni Film] – ‘The Babadook’ di Jennifer Kent

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★½

Uno degli scopi più nobili a cui il cinema horror dovrebbe aspirare è quello di utilizzare i propri canoni per fornire nuove chiavi di lettura rispetto al mondo reale e quando questo accade diventa molto probabile imbattersi in veri e propri capolavori. Accadde nel 2009 quando Tomas Alfredson portò sul grande schermo ‘Lasciami Entrare’ (un piccolo cortocircuito concettuale il ‘LET ME IN’ dell’immagine qui sopra), tratto dal bel romanzo di John Ajvide Lindqvist, ed è successo di nuovo in questo torrido luglio grazie a ‘The Babadook’, opera prima dell’australiana Jennifer Kent qui impegnata nel doppio ruolo di sceneggiatrice e regista.
Il ‘Babadook’, una variante dell’uomo nero evocato attraverso le inquietanti pagine di uno strano libro, si intromette nella tormentata vita di Amelia (una bravissima Essie Davis) e di suo figlio Samuel. Amelia è vedova, il marito Oskar morto in un incidente stradale mentre la portava all’ospedale proprio per partorire Samuel, è già dai primi minuti si capisce che il trauma non è mai stato superato. Samuel non è solo suo figlio. E’ un concentrato di sofferenza e dolore, di un’assenza mai colmata che da sette anni logora Amelia e contamina la crescita del piccolo Samuel.
L’inquietante presenza di Mr. Babadook trova terreno fertile. Trova i terrori notturni di un bambino capace di percepire il pericolo prima che questo si manifesti e trova Amelia, stanca e spossata. Cristallizzata all’interno di un reticolo di angoscia che non può e non vuole superare.
Ed è qui che la Kent dà il meglio di sé. Una regia minimale, quasi carveriana nella sciatta normalità che ritrae, diventa l’habitat perfetto per il terrore che Mr. Babadook scatena attraverso le profetiche pagine del libro che lo evoca. In questo contesto, in una realtà quotidiana che sa essere tanto crudele quanto lo è la presenza aliena dell’uomo nero, tutto si trasforma in un’agghiacciante metafora.
Babadook esiste realmente? O lo scontro con la creatura di tenebra di svolge tutto nella mente di Amelia? Samuel sa che l’uomo nero minaccia la salute mentale della madre, lo sa prima che venga ritrovato il libro, lo sa e si prepara da mesi allo scontro. La Kent infatti non indugia sulle origini del male, sulla tradizionale fase di ricerca che tanto affascina gli appassionati di horror, non è necessario. Babadook arriva, irrazionale e inevitabile, come promessa di un cataclisma annunciato.
Amelia e Samuel sono soli nella battaglia e non è un caso che l’essere oscuro prenda il volto del marito defunto: tutto nasce da lì, nella cantina in cui gli effetti personali di Oskar sono nascosti come reliquie intoccabili. Come feticci consacrati a un dio che si nutre di sofferenza e di solitudine.
Perciò è possibile sconfiggere qualcosa che proviene da noi stessi, dai recessi oscuri di un tormento irrisolvibile? E’ possibile condurre questa lotta solitaria (vediamo Babadook solo attraverso gli occhi di Amelia) sperando di vincere? Oppure possiamo solo imparare a convivere con la minaccia di un’ombra costante?
La Kent non si ferma, non ritira la mano e risponde anche a questo quesito dando la sua versione dell’ennesimo cliché horror. Il mostro non ricompare nel fotogramma finale vanificando il successo dei protagonisti semplicemente perchè il mostro, così come la sofferenza, non è mai andato via. Non può essere distrutto. L’unica possibilità è accettarlo e nutrirlo con ciò che la nostra esistenza genera. Simbolica la raccolta di vermi che prosperano all’ombra di rose nere, in un giardino ricolmo di vita a cui Amelia si dedica.
Per concludere, Babadook non è un film dell’orrore. O meglio, non è SOLO un film horror. E’ una metafora coraggiosa, una fetta di vita interpretata attraverso il paradosso di un dolore così grande da assumere le sembianze dell’uomo nero.
Questo a mio avviso è ciò che il cinema di genere dovrebbe essere: una chiave di lettura della realtà. Estrema e proprio per questo, più vera.
di Maico Morellini

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