[Recensioni Film] – ‘These Final Hours’ di Zak Hilditch

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★☆

Spero che vi prendiate cura di voi stessi lì fuori… e anche di quelli intorno a voi. Ci sono cose che dobbiamo tenerci strette. (These final hours)


L’approccio australiano all’apocalisse non è dei più teneri, e nemmeno dei più ottimisti. Se nella saga di Mad Max l’Australia post atomica era un crogiuolo di vessazione e violenza, lo scenario che Zak Hilditch ci descrive nel suo ‘These Final Hours’ non è meno crepuscolare.
Le Terra è condannata. Senza appello. Un meteorite ha colpito il nostro pianeta scatenando una tempesta di fuoco radioattiva che nel giro di poche ore divorerà ogni cosa. L’umanità si prepara alle sue ultime ore di vita e lo fa nel peggiore nei modi: le forze dell’ordine rinunciano al loro ruolo mentre a Perth violenza, anarchia e suicidi di massa anticipano la distruttiva onda infuocata.
James (Nathan Phillips) è insieme a Zoe (Jessica De Gouw), la sua amante. I due si aggrappano al sesso per esorcizzare il terrore di una fine inevitabile fino a quando Zoe non rivela di essere incinta. Lei resterà lì, in attesa dell’apocalisse. James no. Una vita vissuta fino a quel momento senza un reale scopo lo spinge lontano da Zoe: intende raggiungere Vicky (Kathryn Beck), la sua vera ragazza, e trascorrere le ultime ore con lei all’interno di un colossale party dove orge, violenza e sangue divoreranno le ultime ore, e chi vi partecipata, fino all’arrivo della tempesta. E’ durante il tragitto verso casa di Vicky che James salva la piccola Rose (una bravissima Angourie Rice) da due violenti rapitori e decide di intraprendere una nuova missione: accompagnare la piccola dal padre, permettendole di aspettare la fine insieme a lui.
Ripercorrendo il marchio di fabbrica del cinema catalano di Jaume Balagueró che vede i bambini come catalizzatori estremi del bene e del male, è prima la notizia di una paternità destinata a non concretizzarsi mai, e poi la presenza della piccola Rose a dare un reale scopo alla vita di James. Senza questi due elementi le ultime ore del protagonista sarebbero trascorse tra droga e nichilismo, in un vortice distruttivo il cui unico scopo era anticipare l’apocalisse. Ma il mondo dei bambini, anche in questo caso, si rivela più forte di quello degli adulti.
Rose sa cosa vuole. E si aggrappa a quella necessità sbilanciando l’irrisolvibile equazione emotiva che sta distruggendo i ‘grandi’ in favore di una semplice esigenza: raggiungere il padre. E’ la mancanza di un obiettivo così elementare ma potente che distrugge il mondo degli adulti: è con questa assenza che James si trova a dover fare i conti nel viaggio disperato suo e di Rose.
Tutte le persone incontrate dai due brancolano nel buio, vittime dei loro stessi affetti che degenerano in tragiche stragi familiari. Tutti quelli ai quali James si rivolge nel tentativo di rinunciare a una responsabilità che invece è pura redenzione falliscono, perché non hanno Rose. Perché non hanno uno scopo. Perché la solitudine della vita adulta non riesce ad accontentarsi della testarda determinazione di un bambino. Tanto da eleggere James a una divinità: simbolico e fortissimo l’incontro con il poliziotto che chiede al protagonista un perdono in tutto e per tutto uguale a quello divino.
Il triangolo Rose, Zoe e James si completa quando la bambina consegna nelle mani del protagonista la sua stessa, ingenua, determinazione.
Hilditch non si risparmia mai, per tutta la durata della pellicola. Fa scelte coraggiose e l’unico cliché al quale si affida è il morboso rave party. Ma qui inserisce una donna che vuole a tutti i costi Rose come figlia surrogato: allucinata e drogata capisce ciò che tutti gli altri non comprendono. La bambina le darebbe uno scopo, un senso, una speranza. E’ così che Hilditch chiude il suo cerchio quasi perfetto.
di Maico Morellini
Questo articolo è stato pubblicato su Nocturno Cinema

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