[Recensioni Film] – Prometheus: fantascienza o Mito?

Tempo di lettura: 4 minuti

Avevo enormi aspettative nei confronti di Prometheus. Primo perchè segnava il ritorno di Ridley Scott alla fantascienza, dopo Alien e Blade Runner, secondo perchè adoro tutto ciò che riguarda lo xenomorfo per eccellenza. Navigando per la rete mi ero convinto non si trattasse di un prequel di Alien nel senso stretto del termine. C’erano rimandi teorici, certo. Alcune domande che era inevitabile porsi quando la Nostromo atterrava sull’LV-426 e incontrava l’astronave aliena (lo Space Jockey), per esempio, avrebbero trovato risposta (più o meno esaustiva).
Ma mi sembrava chiaro che la trama, ambiziosa almeno su carta, avrebbe avuto uno sviluppo del tutto autonomo (idea confermata anche dal fatto che la Prometheus atterra sull’LV-223, luna differente dall’LV-426).
Il film, dopo la visione, non mi ha soddisfatto. Laddove Alien lavorava su atmosfere claustrofobiche dosate con grande sapienza, Prometheus procede lineare snocciolando una trama a tratti confusa e a tratti ingenua. I personaggi (escluso il magnifico David di Michael Fassbender e la Vickers di Charlize Teron, merito però dell’interpretazione dell’attrice più che di una solida sceneggiatura) sono tratteggiati in modo superficiale e molti di loro muoiono senza aver detto nemmeno una battuta.

Insomma, ci sono molti difetti e leggerezze che da Scott non ti aspetteresti. E anche se Prometheus ammicca in modo sapiente ad Alien, ricordandolo in molte scene ma poi prendendo strade del tutto diverse, il complesso sembra zoppicare. Faticoso e non convinto.
Eppure, una volta finito il film, quello che resta di più nella testa sono le scelte visive che, a poco a poco, iniziano a erodere, rosicchiando, tutte le debolezze di cui sopra. E si comincia ad avere l’impressione che Prometheus non solo sia un film ambizioso, ma al suo interno si trovi il seme di tematiche talmente estese da schiacciare qualsiasi scelta narrativa sotto il peso della loro grandezza.
Prima sopra tutte, l’estetica degli Ingegneri. Pelle perlacea, bianca. E mute spaziali, divise, costumi in apparenza tecnorganici, così come tutte le interfacce delle loro astronavi.
Premetto che il presupposto fondamentale è uno, e uno solo: niente, nel lavoro di Scott, è casuale. Da qui in avanti, perciò, si entra nel campo delle sublimi ipotesi. Detto questo ci sono molte somiglianze con una mitologia narrativa che trae le sue origini dalle penne più illustri di questo e dello scorso secolo. Iniziamo, appunto, con gli Ingegneri.

Il casco degli Ingegneri combacia quasi alla perfezione con quello di uno dei personaggi di fantasia più interessanti mai creati: Sandman. Nato dalla penna di Neil Gaiman, Sandman è a tutti gli effetti una divinità che indossa questa maschera quando si prepara al combattimento, e non solo.  Un caso? Forse, ma forse no. Sandman è una divinità che esiste in funzione della passioni di cui si nutre (è una riduzione all’osso dei concetti espressi da Gaiman, vi invito a recuperare il fumetto originale disponibile su ebook a basso prezzo) così come in qualche forma gli Ingegneri si nutrono, concettualmente, di ciò che creano. Sono a tutti gli effetti creature con una forte componente divina e seppure viaggiatori dello spazio padroneggiano la creazione con la quale catalizzano, attraverso il loro stesso corpo, la vita. Potrebbe apparire un ragionamento stiracchiato ma, come dicevo, il presupposto è quello di spiegare il senso di inquieta grandezza che Prometheus, nonostante tutto, ha trasmesso.

Che gli Ingengeri siano anche alla base di creature sovrannaturali come le divinità nate dalle emozioni umane?

I riferimenti, comunque, non finiscono qui. Scott ha mostrato una grandissima attenzione all’horror tuffandosi a capo chino su alcune scene degne di uno splatter con gli attributi. Un caso? Di nuovo, forse. Potrebbe forse esserlo da un punto di vista concettuale, non si può dire altrettanto per la sua deriva visiva. Cosa intendo? Ecco qui.

Di nuovo una fortissima somiglianza che sembra aprire la strada a qualcosa di filosofico e concettuale. Non solo l’estetica dell’Ingegnere assomiglia molto a quella del Cenobita di Hellreiser (seppure negli intenti del loro creatore, Clive Barker, avessero ruoli minori) ma anche qui ci troviamo a confrontare due entità non umane. I Cenobiti sono viaggiatori dello spazio tempo, quasi divinità crudeli impegnate nel perseguitare chi viene logorato dal desiderio ed è disposto a tutto pur di ottenere ciò che vuole. I protagonisti di Prometheus, lo stesso Wayland e anche David non seguono forse desideri talmente forti da mettere in crisi il tessuto della realtà? E gli Ingeneri non li puniscono, in qualche modo? Una versione di questi alieni creatori non potrebbero essere i Cenobiti stessi, deformati dalla materia che gli alieni di Prometheus utilizzano per creare e distruggere?
E per ultimo, il salto logico e di contenuto per me più geniale, e anche più evidente. Le atmosfere cupe, visivamente decadenti, richiamano a un gotico denso di sottintesi. L’evoluzione dei concept di Giger qui è portato all’estremo disegnando un’intera astronave basata sulle inquiete fusioni tra biologia e metallo. Si aggiunge un elemento in grado di piegare ogni cosa, ogni concetto. In grado di spingere biologia ed evoluzione in territori così oscuri da apparire innominabili. Parliamo non solo di creazione, ma anche di esiti imprevedibili. Il fluido misterioso contenuto nei vasi degli Ingegneri ha dei poteri che assomigliano terribilmente a quelli divini.
E’ in grado di mutare ciò che tocca e si ribella, come dotato di una sua volontà, al comando di chi lo utilizza. Una sorta di unica materia vivente, dotata di qualcosa che assomiglia a un desiderio primordiale, che distorce, trasforma, mescola, crea e spezza. Una divinità amorfa quindi, spinta da una volontà collerica. Il suo primo contatto con le forme primordiali del pianeta le trasforma in tentacolari creature aggressive e letali. Il contatto con l’uomo lo deforma in una sorta di primate violento e la fusione, alla sua seconda generazione, con una donna crea qualcosa di ancora più mostruoso e violento.
Ci sono assonanze, ne ho raccolti due esempi.

E, come se non bastasse:

Il legame con le creature partorite dalla tormentate mente di Howard Phillips Lovecraft non può essere ignorato. Tentacolari mostri furiosi, che crescono a dismisura e che distorcono la natura creando forme di vita tremende e quasi indistruttibili. Gli Ingegneri con la loro scienza, la loro tecnica, il loro fluido misterioso creano la vita. Si fondono, letteralmente, con il pianeta che decidono di colonizzare e consentono la nascita della vita stessa. Ma cosa impedisce a una mutazione nascosta nelle profondità del mare o della terra, di generare immense divinità deformi come quella che feconda l’Ingegnere?
Scott, con Prometheus, non vuole limitarsi a raccontare una storia. Mette in discussione, attraverso scelte visive e NON narrative, l’intera genesi mitologia, biologica e persino religiosa di decenni di cultura letteraria. Lo fa ammiccando prima alle sue stesse opere e poi scavalcando il cinema e la letteratura finendo con il coinvolgere un vastissimo immaginario fantascientifico, horror e religioso.
Tematiche come queste non potevano essere raccontate. L’unico modo per insinuare il dubbio nello spettatore era quello di rifarsi a concetti radicati ed estremi. Peccato che tutto questo, forse, potrebbe essere solo una bella intuizione.
di Maico Morellini

Source: http://www.hdmagazine.it/

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Comments (2):

  1. LDV

    28 settembre 2012 at 16:09

    Bellissima analisi e ottimi spunti!

  2. Maico Morellini

    30 settembre 2012 at 09:46

    Grazie grazie!
    Come ho scritto, il film è tutto meno che perfetto ma secondo me vale la pena spenderci sopra due parole e un po’ di tempo.
    Maico

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The Circle – di James Ponsoldt

Tempo di lettura: 2 minuti

★★½☆☆

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