Il ciclo delle Fondazioni – di Isaac Asimov

Tempo di lettura: 9 minuti

Ho definito Il ciclo delle Fondazioni di Isaac Asimov il mio romanzo cometa nel senso che, con una periodicità di circa quindici anni, mi si riaffaccia alla mente e per motivi sempre diversi decido di rileggere la quadrilogia composta da Prima Fondazione, Fondazione e Impero, Seconda Fondazione e L’Orlo della Fondazione. Questo 2020 – un anno che definire bizzarro è piuttosto riduttivo – mi ha visto alle prese con la terza rilettura dei quattro romanzi. Perché ho deciso di frequentare di nuovo la saga del Buon Dottore? E cosa ho (ri)scoperto?

I motivi che mi hanno portato di nuovo su Trantor e Terminus sono due: il primo, più pop e meno importante, è stato l’imminente arrivo della serie TV ‘Foundation‘ per la quale l’attesa già si taglia con il coltello. Il secondo era scoprire il cambiamento della MIA percezione (i libri non cambiano, cambiano le persone, cambiamo noi) rispetto a una saga che ho amato davvero tanto. Cosa avrei trovato trascorsi quindici anni dall’ultima rilettura? Cosa avrei scoperto di meglio (o di peggio) in quei libri dopo che negli ultimi dieci anni la mia formazione di lettore si è arricchita con la mia esperienza di chi le storie ha provato a scriverle? Avevo bisogno di risposte, e ne ho trovate tante.

La prima cosa che mi ha colpito (questo discorso vale soprattutto per Prima Fondazione e Fondazione e Impero) è stat la (ri)scoperta delusa di uno stile asciutto, lineare, non particolarmente elaborato mescolato a una serie di ingenuità tecnologiche figlie degli anni ’50 in cui Asimov ha scritto i prime tre romanzi del volume. A prima vista, se non si ha la pazienza o la voglia di grattare sotto la superficie e ci ferma alle percezioni tecniche, il passare del tempo non ha fatto un buon servizio ai primi due libri (energia atomica, fogli di carta, microfilm, sigari e sigarette sono alcune delle cose che saltano all’occhio nell’era del digitale). Ma se si ascolta la voce più profonda, se si cerca di cogliere il disegno complessivo (ed è una cosa DEVE essere fatta quando si affronta un’opera complessa come quella delle Fondazioni) delle suggestioni meta-letterarie che la saga offre, le cose si fanno decisamente più interessanti.

Hari Seldon

Comprendere è immaginare

Primo aspetto. Terminus, nella seconda crisi gestita da Salvor Hardin, è una nazione (di fatto è come se lo fosse) che dopo un periodo di prosperità, è costretta ad affrontare una robusta fiammata di nazionalismi. Forze politiche cercano di scardinare la politica riflessiva e tecnologicamente generosa di Salvor Hardin chiamando la volontà popolare, rivolgendosi a slogan anche troppo attuali che potremmo riassumere con “Prima Terminus, poi il resto della Galassia”. Siamo nel 1950, Asimov scriveva questo cinque anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Forse all’epoca poteva essere visto come un modo per esorcizzare il troppo recente passato, se non fosse che alla base della Fondazione c’è la psicostoria, cioè una scienza capace di predire il futuro. E Asimov, a suo modo, questo ha provare a fare. Ho trovato estremamente lungimirante la sua visione. Così come ho trovato altrettanto visionaria questa citazione presa da L’Orlo della Fondazione (e siamo nel 1982):

Mi pare che il progresso della civiltà porti a una limitazione sempre più forte della privacy, vero?

Janov Pelorat

Perciò. Comprensione del presente è immaginazione del futuro. Al netto di tecnologie più o meno vetuste: qui si parla di psicostoria e di atteggiamenti della masse. Non di uno smartphone al posto di un blocco note.

Psicostoria E CAOS

Ho citato la psicostoria che è, sotto tutti gli aspetti, al centro della narrazione di Asimov. Di cosa si tratta? Di una scienza pura, basata su solidissime strutture matematiche, capace di predire il futuro incentrando tutte le sue equazioni sui comportamenti e le tendenza di masse di persone. Gli individui, nella psicostoria ante litteram, hanno un ruolo piuttosto misero. Anzi. Cercare di comprendere le volontà e le interazioni dei singoli individui renderebbe, di fatto, impossibile applicare le formule psicostoriche. Asimov struttura la Prima Fondazione e parte di Fondazione e Impero in questo modo. E lo fa anche stilisticamente. Il racconto è scorrevole, essenziale, a dimostrare che gli eventi si susseguono. È una trasposizione letteraria della freddezza psicostorica. Gli individui, a conti fatti, non sono importanti. Asimov ci racconta le loro gesta perché lo strumento da lui scelto è il romanzo ma fa di tutto, riuscendoci, per dare la sensazione di qualcosa che succede a prescindere. E lo ripete, per bocca dei suoi personaggi. Questo fino a quando non compare il Mulo. Siamo sempre nel 1952 e Asimov (almeno in quella configurazione, poi rimescolerà un po’ le carte) per un battere d’ali di farfalla in una parte qualunque della Galassia che innesca la mutazione del Mulo, scatena un temporale di proporzioni inimmaginabili su tutta la Prima Fondazione. La Teoria del Caos (di cui ho citato l’effetto farfalla) nasce ufficialmente nel 1963: Asimov la elabora a modo suo più di un decennio prima e la applica alla psicostoria.

Limitandoci a una trattazione piuttosto superficiale, uno dei dettami della teoria del Caos è l’imprevedibilità: anche minuscole variabili posso avere effetti incredibili (da qui, la farfalla che batte le ali a Pechino e scatena un temporale a New York al posto del bel tempo). Nell’ambito matematico della psicostoria, cosa è il Mulo se non un decimale fuori posto? Eppure, quali effetti ha avuto? Suggestione? Questa mi pare teoria del Caos incarnata.

Il Mulo

Linguaggio e cambiamento

Con la Seconda Fondazione Asimov tocca un altro tasto a me molto caro. Lo fa sotto traccia, forse senza sapere davvero nemmeno lui fino in fondo l’intraprendenza della sua visione. Gli uomini della Seconda Fondazione fanno del pensiero, nella sua componente più pura, la loro forza. E la prima cosa che viene messa in discussione dagli Oratori è l’efficienza del linguaggio. Il linguaggio è un limite, è uno scoglio che vincola, è qualcosa che deve essere superato pur avendoci dato innegabili vantaggi.

Ci sono filosofi e pensatori contemporanei, penso ad Abraham, Sheldrake o McKenna (e me ne sfuggono di certo altri), che identificano nel linguaggio uno spartiacque di fondamentale importanza. C’era La Macchina del Tempo di Wells in cui una delle prime cose persa dall’uomo del futuro, dai suoi eloi, era proprio il linguaggio. E c’è il termine gestalt che suggerisce l’esistenza di una somma superiore al singolo valore delle parti. Applicata alla Seconda Fondazione in questa somma linguaggio e uomo hanno un valore se presi separati ma ne hanno uno assolutamente maggiore se presi insieme. Asimov intreccia tecnologia e pensiero dimostrando, anche qui, che non si è occupato solo di trasportare millenni nel futuro la caduta dell’Impero Romano, ma che ha alzato la sua personale asticella mettendo in discussione la cosa che ci ha sempre resi diversi dagli altri esseri viventi: il linguaggio articolato.

Tecnologia e individuo

Arriviamo a L’Orlo della Fondazione. Per l’autore Isaac Asimov, sono passati trent’anni. Trent’anni nei quali ha visto cambiare la tecnologia. Trent’anni nei quali probabilmente la sua personale teoria del Caos è maturata. È stato per me molto interessante frugare oltre le scorribande di Janov Pelorat e Golan Trevize entrando in contatto diretto con l’uomo e con la mente dell’uomo che hanno dato vita alle avventure dei due uomini della Fondazione. Prima di tutto, la tecnologia: Asimov, che non era uno sprovveduto, si trova nel 1982 con tecnologie a disposizione che hanno superato alcune delle cose da lui descritte nella Prima Fondazione. Questo traspare in maniere chiara nello stile e nella fantasia tecnologica di Asimov, ma ancora di più nella sua concezione psicostorica. L’evoluzione di Terminus in termini di sviluppo scientifico ha stravolto le equazioni del Piano Seldon tanto da rendere FONDAMENTALE comprendere le esigenze e le interazioni dei singoli individui. Golan Trevize è entità speculare e opposta di ciò che nel mondo di Tolkien incarnava Tom Bombadil. Al posto della neutralità tolkeniana rappresentata da chi è persino oltre il potere dell’Anello, di chi continuerà a vivere sempre e comunque, abbiamo il libero arbitrio di Trevize che con la sua unicità può decidere le sorti della Galassia intera. La psicostoria nella sua accezione iniziale si frantuma e il Piano Seldon, falcidiato dall’effetto farfalla del Mulo prima, e dalla tecnologia della Prima Fondazione poi, annaspa.

Come se allo sviluppo tecnologico estremo si accoppiasse in maniera indiretta la crescente importanza dell’individuo. Come se anche nella percezione di Asimov, nella sua comprensione del presente, l’eleganza di una matematica capace di prescindere dal singolo ‘io’ sia stata costretta a cedere il passo a un futuro determinato anche dai singoli individui.

Ci sarebbe ancora tanto da dire sulle Fondazioni di Asimov. La mia personale sintesi? Si possono recriminare ingenuità stilistiche e tecnologiche all’opera di Asimov. Si può respirare, in alcuni casi, un aroma vagamente retrò. Ma quando si entra in contatto con la mente dell’autore, con i suoi intrecci, le sue visioni, con tutto ciò che ci mostra attraverso la lente pop di una complessa avventura spaziale, le cose da comprendere e imparare sono tante. La (psico)storia che ha raccontato è più grande dei personaggi che la abitano perché questa è l’essenza della sua narrazione, o almeno di quella impostata per buona parte delle Fondazioni. Resta una domanda. Cosa avrebbe visto, cosa ci avrebbe raccontato Isaac Asimov se avesse potuto applicare i meccanismi raffinati del suo pensiero a un presente tormentato come il nostro?

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Comments (1):

  1. Steffy

    27 Luglio 2020 at 19:18

    Ammiro la tua perseveranza! Usare la Fondazione di Asimov come termine di paragone per il trascorrere del tempo personale e sociale non è poi una brutta idea. Ti aspetto tra 15 anni 🙂 A parte tutto penso che il nostro presente tormentato forse non è da meno del presente dell’autore. La differenza? Mah.., mi sa che nel nostro presente le persone hanno smarrito il piacere o la capacità di percepire o sognare un futuro… grande. Da qualche parte in questi anni una farfalla ha sbattuto male le ali! Insomma ci manca l’entusiasmo. Magari tra quindi anni….

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