KURT VONNEGUT

Tempo di lettura: 5 minuti
Ghiaccio Nove – Kurt Vonnegut

Ci sono tanti modi per elaborare o tentare di comprendere gli orrori che talvolta incrociano le nostre esistenze. Psicoterapia? Rimozione? Convivenza? Spesso una combinazione di tutte queste possibilità.

Ma per alcune anime elette, per alcune menti raffinate che riescono a maneggiare la parola con disinvoltura, c’è un sentiero del tutto personale: scrivere storie. Scrivere storie che parlino, in superficie o in profondità, di quanto ci è successo.

Kurt Vonnegut, di certo, era una mente raffinata e con altrettanta certezza si può dire che sapeva maneggiare la parola scritta. Ed è altrettanto certo Ghiaccio-nove (Cat’s Cradle, culla del gatto in originale) è stato anche un suo modo del tutto personale di raccontare gli orrori della guerra e le contraddizioni di una specie, quella umana, che dimostra di conoscere molto bene. Ottusità, religione, ateismo, stereotipi, amore per la scrittura, necessità, geopolitica e predestinazione. Ecco alcuni ingredienti che compongono – per caso ma non per caso – il karass di Ghiaccio-nove. Ingredienti così diversi tra loro che abbisognavano di un’amalgama unica e rara: l’ironia, la volontà di non prendersi troppo sul serio quando si trattano invece argomenti che potrebbero ‘rischiare’ di essere serissimi.

E poi metafore, e scatole cinesi sparse per tutto il romanzo a partire dal protagonista (John o il più biblico Jonah) che è scrittore e che finisce con l’inseguire e l’abbracciare i dettami di un altro scrittore, l’autore-messia Lionel Boyd Johnson (Bokonon) la cui neo-fondata religione all’interno dello stato autonomo di San Lorenzo, è insieme tutto e niente. Gatto, culla del gatto e assenza di entrambi.

Farcito di citazioni da incidersi sulla pelle (“Che speranze può nutrire un uomo ragionevole per l’umanità su questa terra, tenendo conto dell’esperienza dell’ultimo milione di anni?“), Ghiaccio-nove racconta e si racconta puntando la cinica (ma fin troppo umana) e raffinata lente dell’autore su tutte le debolezze della nostra immaginosa e altrettanto ottusa specie. Possono nascere e morire nazioni, possono nascere e morire passioni, possono nascere e morire democrazie e religioni. Tutte nell’arco di un tiro di dadi, tutto all’ombra di un fatalismo che però Vonnegut mette nelle mani dell’uomo. La necessità del bene e del male, la filantropia, l’ottusa ricerca del microbo umano nella manichea visione del mondo di un costruttore di biciclette. E su tutto e tutti, l’ombra bizzarra di Felix Hoenikker, deus ex machina nell’impianto quasi teatrale messo in scena da Vonnegut. Un libro da leggere, ma da leggere tutto d’un fiato, perché diluirlo nel tempo fa correre il rischio di prestare troppa attenzione a ciò che dice l’autore.

E la sua sentenza finale, sull’uomo, è cassazione.

Mattatoio N.5 – Kurt Vonnegut

Così va la vita.

Quattro parole che diventano un mantra per qualcosa che non può essere raccontato ma che Vonnegut, coraggio e talento condensati, decide comunque di raccontare. Ombra ingombrante, terribile e catalizzatrice alle spalle e tutto intorno a Mattatoio N.5: il bombardamento di Dresda, febbraio 1945, una delle operazioni più controverse e devastanti che la storia militare ricordi.

Come rendere conto, quale superstite Vonnegut era, di una cosa del genere? Come si può attingere alla comune sintassi, a una narrazione normale, per descrivere ciò che accadde a Dresda? Non è possibile e infatti Vonnegut non sceglie la strada più facile (e impossibile) da percorrere. L’autore trasforma il lettore in una minuscola spilla appicciata alla casacca dell’improbabile Billy Pilgrim, militare sui generis, alter ego di Vonnegut e di tutti quelli che erano a Dresda, tra le mura del Mattatoio n.5 e nelle 25000 case distrutte.

L’intero romanzo diventa un sola voce, il volto senza tempo e luogo di decine di migliaia di persone le cui vite vengono spazzate via da un giorno all’altro. Un coro che viene definito nei suoi toni dalla visione circolare del tempo che Billy Pilgrim (pellegrino, in italiano) ha, dai suoi continui salti tra passato, presente e futuro, come nella sintesi di decine di vite vissute tutte insieme e interrotte tutte insieme tra la macerie di quella superficie lunare che diventa Dresda, dopo.

Così va la vita.

Quattro parole che sono l’unica spiegazione possibile a Dresda. Un orrore che deve essere accettato perché, appunto, così va la vita. E allora il non-concetto di morte dei tralfamadoriani (specie affine agli eptapodi di Arrival), la necessità di vivere la vita concentrandosi solo sulle cose felici, l’oggettivazione di un’America ricca di contraddizioni (“Essere poveri non è una disgrazia ma potrebbe anche esserlo”), la serenità di Billy Pilgrim: tutte queste cose diventano un caleidoscopio che rende possibile guardare Dresda senza che gli occhi vengano bruciati dalle bombe e dalle fiamme.

Leggere Vonnegut porta altrove, nel tempo e nello spazio, ed è come una sbronza lucida: senti di aver afferrato l’essenza delle cose ma sai anche che non potrai tenere a lungo con te quella consapevolezza dopo l’ultima pagina perché, appunto, così va la vita.

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Comments (1):

  1. Steffy

    1 Settembre 2020 at 17:40

    Si è vero, Vonnegut è un artista nel portati altrove nei sensi più disparati senza andare da nessuna parte.

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