MADELINE MILLER

Tempo di lettura: 2 minuti

“Mi aveva mostrato le sue cicatrici, e in cambio mi aveva permesso di fingere che io non ne avessi alcuna”

Questo è Circe. Siamo noi. Siamo noi con tutte le nostre ferite e le nostre debolezze. Con i desideri di un’adolescenza tradita, con il senso di smarrimento che deriva dal non saper trovare il proprio posto nel mondo, con la rabbia e la delusione nei confronti di genitori che sembrano impossibili da compiacere.E poi con la solitudine che prima o poi tutti noi proviamo, con le punizione che ci viene inflitta perché ci siamo fidati quando non avremmo dovuto farlo, con il dolore della perdita, con la colpa di quando lasciamo vincere la rabbia, con la ricerca di una redenzione che non abbiamo mai il coraggio di inseguire davvero.Con l’amore che diventa terrore e poi ossessione e poi gioia e poi dolore.Cicatrici. Quelle di Circe e le nostre. Che cerchiamo di nascondere ma che alla fine non possiamo fare a meno di mostrare a chi pensiamo sia forte abbastanza da sopportarle.

Madeline Miller tesse una tela, la vita di Circe. Lo fa a volte mostrandoci forse qualche filo di troppo, ma lo fa soprattutto attingendo alla stessa magia che padroneggia Circe: quella della metamorfosi.Tutto cambia. Cambia Eea insieme alla sua padrona. Cambiano i mortali che incrociano il cammino di Circe e cambia la nostra percezione di ciò che pensavamo di sapere. Tesse una tela di ferite e cicatrici, un ordito che solo il telaio di Dedalo – metafora della penna dell’autrice – può trasformare in bellezza.

Tra miti, scoperte e sorprese.

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