RL – ‘L’eredità di Iside’ di Francesco Gioè

Tempo di lettura: 2 minuti

Raramente, o almeno io la vedo così, il primo romanzo che uno scrittore completa è perfetto. Non sto parlando di romanzo pubblicato, ma di opera prima in assoluto. Quello che mettiamo in un cassetto e che lì, spesso, dovrebbe restare (io ho fatto così). Per inesperienza, per eccessivo orgoglio e per molti altri motivi tutti legittimi.
Non so se ‘L’eredità di Iside’ sia il primo romanzo in assoluto dell’autore (una rapida ricerca in rete pare confortare questa mia tesi) ma ne ha tutti i difetti, e anche qualcuno di più.
L’utilizzo forzato e ‘a tutti i costi’ di uno stile particolare, che va a braccetto con il protagonista e le sue presunte paranoie, rende la lettura complicatissima e alla lunga noiosa con una pletora imbarazzante di giochi di parole come questi:
“Mentre il marocchino torna ad armeggiare col mouse del notebook, l’altro prende una mousse al limone dal frigobar e si accomoda. Le distanze importanti tra una mousse ed un mouse non stanno nella doppia s, anche se le SS, alla distanza, in Germania ebbero un ruolo importante”
O ancora:
“Per sei mesi abbiamo lavorato sott’acqua, indagando, valutando, pianificando. E pur in cattive acque siamo riusciti a portare acqua al nostro mulino. Abbiamo smosso le acque e ne abbiamo gettata sul fuoco quando serviva. Alla fine non abbiamo portato acqua al mare, anzi. Ma di tutti i nomi possibili affibbiabili a questa missione, acqua cheta era il meno adeguato, anche se acqua cheta rompe i ponti…e, comunque, acqua passata non macina più.”

Ogni pagina è troppo, troppo densa di un nozionismo che non solo annichilisce la sospensione di incredulità, ma che dà l’impressione di navigare su Wikipedia tanta è la (poco credibile) dovizia di dettagli che i personaggi mettono in campo. Che l’autore si sia documentato, è certo, ma che debba dirci TUTTO quello che ha letto non lo è altrettanto, anzi.
Le motivazioni di questa fantomatica e poco credibile agenzia segreta alla quale appartiene il protagonista sono nebuolose e nel caso specifico del tutto scentrate rispetto al motore del romanzo. E la casualità ha un ruolo troppo, troppo importante in una storia così complicata.
La scelta della narrazione in prima persona è molto coraggiosa tanto più che poi l’autore decide comunque, quando gli va, di adottare un narratore onniscente e addirittura fa riflettere il protagonista, in quel suo modo eccessivo e fastidioso, anche quando non c’è.
Le continue immagini all’interno del libro, per aiutare il lettore a seguire tutti gli intricati passaggi più o meno logici della trama, distruggono ancora di più la già difficile atmosfera che dovrebbe permeare la narrazione e lo costringono o a sforzarsi troppo per seguire il filo, o lo fanno procedere in fretta superando quelle pagine perchè poco appassionanti.
Insomma, le cose positive sono davvero poche. Quando l’autore abbandona il protagonista, il nozionismo eccessivo e la saccenza dei suoi personaggi (nessuno escluso) non scrive male. Ma questo capita così raramente da sembrare persino accidentale e non sono in grado di dire se davvero Gioè scrive bene.
Una lettura molto, molto faticosa per tutte queste scelte discutibili che alla fine distoglie da intrico, trama, personaggi e fa dimenticare perchè stiamo leggendo.

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