STEPHEN KING

Tempo di lettura: 7 minuti
The Dome – Stephen King

Nel 2009, dopo alcuni anni di mezzi successi (o parziali insuccessi), Stephen King uscì con ‘The Dome’.
Il Re era tornato.
Un ritorno atteso e che, a mio modo di vedere, ci ha regalato un King in stato di grazia. Un ritorno che andava a completare un percorso narrativo imperfetto iniziato nel 1978, con ‘L’Ombra dello Scorpione‘, perfezionato ma solo in parte nel 1985 con ‘La Nebbia‘ e finalmente completato, in maniera impeccabile, con ‘The Dome’.
La cittadina di Chester’s Mill una mattina si risveglia isolata dal mondo in seguito alla comparsa di una misteriosa cupola indistruttibile. Dopo lo sgomento iniziale e i vani tentativi dell’esercito di frantumare la gabbia trasparente, le cose prendono direzioni impreviste. I difetti della piccola comunità iniziano a emergere e la morte improvvisa e accidentale dell’unico collante autoritario e coerente della città (lo sceriffo) non farà altro che accelerare le pulsioni estremiste di alcuni abitanti.
La situazione è chiaramente estremizzata in modo elegante e pretestuoso. Già dalle prime pagine si capisce che il reale tema del libro non è il perché della Cupola e il come sia apparsa. Il tema sono le interazioni umane, la socialità, la reazione degli stereotipi moderni incarnati dai personaggi in una situazione estrema. Questo esperimento era stato tentato con ‘L’Ombra dello Scorpione’ (che resta un romanzo magnifico), ma il risultato aveva lasciato a desiderare, soprattutto nel finale. Troppi personaggi, forse, e una linea narrativa non così determinata.
Nel ‘La Nebbia’, King aveva tentato un esperimento più in piccolo ma al tempo stesso più in grande: interazioni tra persone bloccate in un supermercato a causa di un evento catastrofico. Le reazioni a una psicosi talmente particolare da risultare persino aliena.
In ‘The Dome’ King trova la sua dimensione. Una piccola cittadina, fisicamente isolata dal mondo ma in comunicazione con esso. Finalmente la chiave giusta per dimostrarci che gli stereotipi non sono una semplificazione della realtà: sono la realtà vera e propria. In situazioni estreme, lo stereotipo diventa scienza del comportamento e in modo molto Batman-Nolaniano, King si concentra su questo.
C’era, ne ‘La Nebbia’, l’accezione ottusa della religione estremizzata, c’era ne ‘L’Ombra dello Scorpione’ il senso di catastrofe apocalittica e distruttiva a livello globale..
In ‘The Dome’ c’è tutto, dal sociale al politico. Simbologicamente ha tanti di quei riferimenti da perderci nottate e le stesse interazioni, i comportamenti dello stereotipo estremizzato, sono un vero e proprio manuale sociologico.
Il finale, per quanto possa lasciare qualche perplessità, è il più giusto. Stiamo parlando di cosa succede, non di cosa dovrebbe accadere, non di cosa vorremmo accadesse.


22/11/’63 – Stephen King

Non è facile inquadrare, per chi come me è appassionato di fantascienza, l’ultima fatica di Stephen King. Come non era facile appiccicare un’etichetta a ‘The Dome‘. E’ un pregio dei grandissimi scrittori mischiare le carte fino a fondere in maniera del tutto unica generi tra loro diversi e a testimonianza di questa capacità c’è proprio ’22/11/’63’.
Come in ‘The Dome’ era riuscito in pochissime pagine a creare una situazione estrema tanto da farci dimenticare il come era calata la cupola sulla città spostando la nostra attenzione su quello che accadeva al suo interno, così in questo romanzo ci spiega, rapido e conciso, che i viaggi nel tempo sono possibili. Non solo, che hanno regole logiche e stringenti: tornare nel passato più di una volta vuol dire cancellare tutto quello che si è fatto durante l’ultimo viaggio, il passato non vuole essere modificato e ci sono paradossi inquieti che sfidano ancora di più le leggi della fisica.
Ecco, questo è tutto quello che dobbiamo sapere prima di seguire Jake Epping, insegnante non ancora quarantenne, divorziato da una moglie alcolista e con pochi legami affettivi, nel suo viaggio verso il 1958. King è in grado di farci dimenticare subito che stiamo viaggiando nel tempo, è in grado di sospendere la nostra incredulità annientando tutte le teorie sullo spazio-tempo in cui ci siamo imbattuti e che abbiamo fatto nostre perché i suoi anni sessanta sono così veri da diventarci ben più che famigliari. Diventano una realtà desiderata e desiderabile, funestata solo dal male assoluto e dal tempo.
Il male King ce lo mostra, poco alla volta, attraverso due facce: quella aliena e horrorifica, e quella umana ma al tempo stesso non meno spaventosa. La prima indossa i panni di Derry, poco dopo la fine dell’incubo chiamato IT, proprio nel 1958. Jake Epping, il cui alter ego del passato si chiama George Emberson, arriva a Derry e incontra Beverly Marsh e Richie Tozier. Il modo in cui Jake ci descrive Derry, i suoi abitanti, il male che la corrompe da sempre e che sembra aver infettato ogni parte del tessuto cittadino è da pelle d’oca. Quando un autore cita se stesso in questo modo, vuol dire che ha raggiungo l’olimpo letterario.
La seconda faccia del male è quella che King stesso, più volte nei suoi precedenti, battezza ‘la fine dell’innocenza americana’. E’ una data. E’ Dallas, malata in modo diverso da Derry. E’ Lee Oswald e le sue liti domestiche. E’, insomma, il 22 novembre del 1963 e tutto quello che comporta arrivare a quella data.
Ma c’è anche molto altro. C’è un viaggio di Jake, adulto non ancora cresciuto, che vede nel ballo di Beverly e Richie la sua stessa salvezza. C’è il suo percorso di crescita, come in ‘Stand By Me‘ c’era il diventare uomini di quattro amici. Gli adolescenti sono sempre stati catalizzatori del bene per King ma questa volta, per affrontare il male più oscuro degli Stati Uniti, il protagonista è un uomo ‘ragazzo’. Gli adulti sono gli altri mentre lui, proprio come in ‘Stand By Me’, deve viaggiare nel tempo per ritrovare la sua purezza, per incontrare un bene così grande da riscattare ogni cosa.
Si innamora, Jake. E ’22/11/’63’ è più di ogni cosa un libro sull’amore. Su come due ballerini nati per ballare l’uno con l’altra possono incontrarsi in tempi diversi, in mondi diversi e su come possano, per pochi istanti, sospendere tutti gli orrori che devono essere affrontati con una determinazione che viaggia nel tempo.
Tutto quello che ci racconta King, tutti i suoi anni sessanta, la famigliarità che ci trasmette nei confronti di Oswald e di quegli inferni di povertà che sono Forth Worth e Dallas, sono pura narrazione. Ci racconta una storia di balli, tradimenti, menzogne, errori e orrori.
E la porta per mano fino alla sua conclusione fino a scrivere, forse per la prima volta, un finale più che all’altezza di tutto il romanzo. Il nuovo mondo del futuro è una delle distopie più distruttive che abbia mai letto e con un delicatissimo stratagemma riesce a chiudere alla perfezione uno dei tanti cerchi da lui aperti. Le ultime dieci pagine sono da straziare il cuore e strappano lacrime lasciando un malinconico desiderio di cambiare il passato. O di tenerlo così come lo abbiamo vissuto perchè non farlo sarebbe peggio. E’ un’equazione con una sola soluzione possibile.

Detto questo, qualche difetto, qualche calo di tensione, lo troviamo. I primi stratagemmi con i quali il tempo manifesta la sua inflessibilità sono un po’ troppo artificiosi e questo è un peccato perchè poi King riesce ad armonizzarsi e a trovare una giustissima dimensione del passato e delle sue potenzialità. In più chiude un po’ in fretta il paradosso del tempo, l’enigma con l’uomo dalla tessera verde e il collegamento con la teoria delle catastrofi. Ma, come dicevo, non è di questo che King vuole parlare e se ci spiega tutto quando lo fa quasi per farci un favore.
Non abbiamo bisogno di sapere troppo. Quando siamo alle ultime pagine non ci interessa nemmeno più sapere il perchè di molte cose. Ci sono Jake, ci sono Sadie. C’è la danza, c’è il rimpianto, c’è il dovere e c’è quello che è giusto.
Tutto sfocato dalle nostre lacrime.

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