ucronia

L’assenza del passato genera mostri

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“Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.”
George Orwell

Quando l’ISIS ha iniziato a distruggere i siti archeologici non ho potuto fare a meno di ripensare alle parole di George Orwell citate qui sopra. In qualche maniera gli integralisti dello stato islamico intendevano (e intendono) riportare indietro la lancetta del tempo al VII secolo cancellando, di fatto, tutte le installazioni culturali venute dopo.

Recensioni Libri – ‘Wild Cards – L’origine’ a cura di George R.R. Martin

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Prima di recensire questo volume di racconti voglio lanciare un messaggio di speranza a tutti i giocatori di ruolo: ‘Wild Cards’ è nato proprio in seguito a lunghe sessioni di roleplay a cui George R.R. Martin e il suo gruppo di giocatori/scrittori si sono dedicati per più di un anno (erano i gloriosi anni ottanta). Morale: il gioco di ruolo non è una perdita di tempo e da tutti i personaggi, le situazioni e i mondi creati in ore e ore di pianificazione si può ricavare qualche soldo. Più di qualche soldo a patto di chiamarsi George Martin.

Tutto sotto Controllo?

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Poco tempo fa mi sono espresso sul concetto di ‘responsabilità‘, su come questo è stato travisato e deformato per compiacere la necessità di trovare responsabili, dove responsabili non ci sono. O di costruirci un alibi inattaccabile per l’immobilità sistematica che fa comodo a noi e soprattutto fa comodo agli altri.
Altra cosa, ma che sono certo deve far capo agli stessi principi, è il senso del ‘Controllo. Autori come George Orwell o come Alan Moore hanno dissezionato il concetto di ‘Controllo’ e lo hanno rimontato portando all’eccesso tutte quelle cose che temevano, che vedevano intorno a loro o che, in un qualche modo distorto e disperato, desideravano. Lo hanno fatto inventando regimi autoritari nei quali la responsabilità finiva per concentrarsi tutta nelle mani di pochi (fossero essi persone o autorità impersonali) e che, per genetica e costituzione, dovevano imporre un controllo serrato su tutti i componenti della società. Responsabilità, e controllo. Senza nemmeno sforzarsi troppo rimbalzano entrambi nello stesso concetto.

RL – ‘I Simulacri’ di Philip K. Dick

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Quando si parla di un romanzo scritto da Philip Dick è praticamente impossibile staccarsi dalla straordinaria e spericolata biografia dell’autore così come è impossibile non riconoscere tratti distintivi ricorrenti nelle sue opere.
‘I Simulacri’ (1964) non è un’eccezione. Ambientato negli Stati Uniti d’America e d’Europa, nati in seguito all’annessione della Germania Ovest agli Stati uniti, i Simulacri è un affresco inquietante e disturbato della società americana temuta e, per certi versi, profetizzata da Dick. L’inganno perpetrato ai danni dei ‘Be’, cittadini di serie B che non hanno accesso ai segreti di stato e che utilizzano persino un vocabolario più ridotto rispetto ai ‘Ge’, è estremo: il Presidente degli Stati Uniti è un costrutto, un simulacro appunto, che credono di eleggere liberamente e la reale detentrice del potere è l’eternamente giovane First Lady. Dietro questa sconvolgente truffa si srotola una società fortemente gerarchizzata e controllata dalla Polizia Nazionale, da multinazionali che hanno bandito gli psichiatri in favore degli psicofarmaci, e da molti personaggi diversi che raccontano il loro pezzo di vita in questa nazione disturbata e disturbante.
Sullo sfondo, sempre e comunque, l’idea di una fuga verso Marte come unica possibilità di riscatto. L’idea di un posto in cui potersi rifugiare per abbandonare le vessazione e gli schemi tossici (tanto da scatenare vere e proprie dipendenze) della società americana.
Dick non si limita in nulla, e anzi, esplora zone complesse ed estreme. Dalla standardizzazione dei sentimenti e dei rapporti uomo-donna (nel 1964 divorzierà e ci sono evidenti richiami alla separazione ne ‘I Simulacri’), come se fosse possibile decidere dei propri sentimenti grazie a chiare procedure legali, alla profonda psicosi del pianista psicocineta. Tutto il romanzo, oltre ad essere un’articolata storia di fantapolitica, è un balletto di aspettative, desideri mancanti, paure, passioni soffocate e passioni indotte (il costrutto insettoide marziano è un catalizzatore ambulante di desideri, qualcosa che trasmette interessi ed emozioni, ma sempre un costrutto). Nessuno dei protagonisti, dal primo all’ultimo, appare pienamente soddisfatto di ciò che ha e le scatole cinesi della struttura governativa trasmettono una sfiducia quasi cosmica nelle strutture di controllo e nei governi.
Se l’ucronica distopia de ‘La Svastica sul Sole‘ (1962) disegnava un futuro in mano ai nazisti, oscuro e con poche speranze, anche la vita negli Stati Uniti del futuro è isolazionista e priva di attrattive.
Il legame dei governanti americani con il passato nazista, poi, è un’ulteriore fil rouge tra questi romanzi separati da due soli anni.
Uno dei pochi, pochissimi difetti, è forse l’eccessiva coralità di un romanzo che, vista la brevità, dice tantissime cose attraverso molti punti di vista. E questo può disorientare o frammentare troppo la narrazione.
Il finale, invece, a mio modo di vedere è azzeccato e giusto. Trasmette un senso di egoismo e malvagità che appare tipico dell’uomo in tutte le sue configurazioni, siano esse preistoriche o moderne. E, come spesso accade nei romanzi di Dick, la speranza è un lusso che non appartiene a questa terra; qui è incarnata dall’ambizione di una fuga verso Marte.

Recensioni Film – ‘Transformers 3’ di Micheal Bay

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Detto senza facili intenti polemici, credo che fare una recensione dettagliata di questo film sia piuttosto inutile. Mi limiterò a dire che si tratta, a mio sindacabilissimo avviso, della peggiore pellicola di Micheal Bay (e a scanso di equivoci, ho adorato ‘The Rock‘, perciò non ce l’ho con l’action movie estremo a priori). A parte qualche nota conclusiva a margine di questo breve pezzo, c’è però un’interessante deriva che mi pare degna di nota. Qualche giorno fa ho recensito ‘Battleship‘ e devo dire che vedere ‘Transformer 3’, uscito invece nel 2011, mi ha aperto gli occhi a quella che forse è un’ovvietà: la Hasbro, legata alla produzione di entrambe le pellicole, ha in pratica brevettato uno svolgimento fisso nello sceneggiare ‘action alien movie’. Lo schema è più o meno questo: una ventina di minuti iniziali nei quali si cerca (in modo solitamente poco efficace) di tratteggiare una trama di massima che dia un senso più alto a quello che vedremo in seguito. La preparazione più o meno articolata dei fuochi di artificio, e poi blocco di almeno un’ora e mezza nel quale veniamo piacevolissimamente rimpinzati di botti, azione e fuochi. Tipicamente nei primi venti minuti, e a sprazzi più o meno discontinui, fa capolino la bellona inespressiva di turno impegnata in attività tra l’eroico e il visagistico (con tanto di love story improbabile).
Pare che questo schema sia funzionale e brevettato, e soprattutto trasversale al regista. Ma, purtroppo, in alcuni casi funziona peggio che in altri.
E a tal proposito, torniamo a ‘Transformers 3’. Dopo un inizio persino promettente (con una rivisitazione ucronica dell’allunaggio datato 1969) il film degenera di brutto trascinandosi lungo e faticoso e agganciando l’uno all’altro blocchi narrativi che sembrano assolutamente slegati. Certo, gli effetti speciali sono di livello, ma dopo Jurassic Park ho smesso di stupirmi per la loro qualità. La storia poi, quando non scoppiano palazzi e non esplodono veicoli, non sa bene da che parte andare. Collaborazionismo umani alieni, transformers ridicoli, dialoghi zoppicanti (solo John Turturro mantiene il suo carisma) e soprattutto uno sceneggiatore che si accorge di non aver fatto fare assolutamente nulla alla bella senz’anima Rosie Huntington-Whiteley e quindi decide di renderla protagonista di una geniale tranello verbale con Megatron degno del migliore Jago.
Insomma, due ore e quaranta faticose di fronte alla quali dico: viva Battleship. Viva, viva e viva.

Recensioni Libri – ’22/11/’63’ di Stephen King

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VOTO: ★★★★★

Non è facile inquadrare, per chi come me è appassionato di fantascienza, l’ultima fatica di Stephen King. Come non era facile appiccicare un’etichetta a ‘The Dome‘. E’ un pregio dei grandissimi scrittori mischiare le carte fino a fondere in maniera del tutto unica generi tra loro diversi e a testimonianza di questa capacità c’è proprio ’22/11/’63’.
Come in ‘The Dome’ era riuscito in pochissime pagine a creare una situazione estrema tanto da farci dimenticare il come era calata la cupola sulla città spostando la nostra attenzione su quello che accadeva al suo interno, così in questo romanzo ci spiega, rapido e conciso, che i viaggi nel tempo sono possibili. Non solo, che hanno regole logiche e stringenti: tornare nel passato più di una volta vuol dire cancellare tutto quello che si è fatto durante l’ultimo viaggio, il passato non vuole essere modificato e ci sono paradossi inquieti che sfidano ancora di più le leggi della fisica.
Ecco, questo è tutto quello che dobbiamo sapere prima di seguire Jake Epping, insegnante non ancora quarantenne, divorziato da una moglie alcolista e con pochi legami affettivi, nel suo viaggio verso il 1958. King è in grado di farci dimenticare subito che stiamo viaggiando nel tempo, è in grado di sospendere la nostra incredulità annientando tutte le teorie sullo spazio-tempo in cui ci siamo imbattuti e che abbiamo fatto nostre perchè i suoi anni sessanta sono così veri da diventarci ben più che famigliari. Diventano una realtà desiderata e desiderabile, funestata solo dal male assoluto e dal tempo.
Il male King ce lo mostra, poco alla volta, attraverso due facce: quella aliena e horrorifica, e quella umana ma al tempo stesso non meno spaventosa. La prima indossa i panni di Derry, poco dopo la fine dell’incubo chiamato IT, proprio nel 1958. Jake Epping, il cui alter ego del passato si chiama George Emberson, arriva a Derry e incontra Beverly Marsh e Richie Tozier. Il modo in cui Jake ci descrive Derry, i suoi abitanti, il male che la corrompe da sempre e che sembra aver infettato ogni parte del tessuto cittadino è da pelle d’oca. Quando un autore cita se stesso in questo modo, vuol dire che ha raggiungo l’olimpo letterario.
La seconda faccia del male è quella che King stesso, più volte nei suoi precedenti, battezza ‘la fine dell’innocenza americana’. E’ una data. E’ Dallas, malata in modo diverso da Derry. E’ Lee Oswald e le sue liti domestiche. E’, insomma, il 22 novembre del 1963 e tutto quello che comporta arrivare a quella data.
Ma c’è anche molto altro. C’è un viaggio di Jake, adulto non ancora cresciuto, che vede nel ballo di Beverly e Richie la sua stessa salvezza. C’è il suo percorso di crescita, come in ‘Stand By Me‘ c’era il diventare uomini di quattro amici. Gli adolescenti sono sempre stati catalizzatori del bene per King ma questa volta, per affrontare il male più oscuro degli Stati Uniti, il protagonista è un uomo ‘ragazzo’. Gli adulti sono gli altri mentre lui, proprio come in ‘Stand By Me’, deve viaggiare nel tempo per ritrovare la sua purezza, per incontrare un bene così grande da riscattare ogni cosa.
Si innamora, Jake. E ’22/11/’63’ è più di ogni cosa un libro sull’amore. Su come due ballerini nati per ballare l’uno con l’altra possono incontrarsi in tempi diversi, in mondi diversi e su come possano, per pochi istanti, sospendere tutti gli orrori che devono essere affrontati con una determinazione che viaggia nel tempo.
Tutto quello che ci racconta King, tutti i suoi anni sessanta, la famigliarità che ci trasmette nei confronti di Oswald e di quegli inferni di povertà che sono Forth Worth e Dallas, sono pura narrazione. Ci racconta una storia di balli, tradimenti, menzogne, errori e orrori.
E la porta per mano fino alla sua conclusione fino a scrivere, forse per la prima volta, un finale più che all’altezza di tutto il romanzo. Il nuovo mondo del futuro è una delle distopie più distruttive che abbia mai letto e con un delicatissimo stratagemma riesce a chiudere alla perfezione uno dei tanti cerchi da lui aperti. Le ultime dieci pagine sono da straziare il cuore e strappano lacrime lasciando un malinconico desiderio di cambiare il passato. O di tenerlo così come lo abbiamo vissuto perchè non farlo sarebbe peggio. E’ un’equazione con una sola soluzione possibile.

Detto questo, qualche difetto, qualche calo di tensione, lo troviamo. I primi stratagemmi con i quali il tempo manifesta la sua inflessibilità sono un po’ troppo artificiosi e questo è un peccato perchè poi King riesce ad armonizzarsi e a trovare una giustissima dimensione del passato e delle sue potenzialità. In più chiude un po’ in fretta il paradosso del tempo, l’enigma con l’uomo dalla tessera verde e il collegamento con la teoria delle catastrofi. Ma, come dicevo, non è di questo che King vuole parlare e se ci spiega tutto quando lo fa quasi per farci un favore.
Non abbiamo bisogno di sapere troppo. Quando siamo alle ultime pagine non ci interessa nemmeno più sapere il perchè di molte cose. Ci sono Jake, ci sono Sadie. C’è la danza, c’è il rimpianto, c’è il dovere e c’è quello che è giusto.
Tutto sfocato dalle nostre lacrime.

di Maico Morellini

Racconto – Casualità

Tempo di lettura: 1
Brevissimo e chirurgico esperimento ucronico. Come sempre, a voi l’ultima parola.

5 gennaio 1684, Woolsthorpe-by-Colsterworth, Inghilterra:
Una lieve brezza accarezzava il tardo mattino inglese mentre il sole, riflettendosi sull’erba ancora tinta di rugiada, proiettava piccole macchie di luce sulla robusta corteccia dell’albero.
Protetto dall’ombra dei rami, adagiato sul prato, un giovane si interrogava sul rincorrersi delle nubi senza accorgersi di un ape che, spinta da un soffio di vento imprevisto, finì con il restare intrappolata tra i suoi capelli.
Incapace di liberarsi, il piccolo insetto reagì nell’unico modo che conosceva.
Un grido e il giovane balzò in piedi.
“Isaac, cosa succede?” chiese una voce proveniente da un portico poco distante.
Il giovane non rispose ma corse verso la casa, con l’intento di medicare la puntura.
Qualche istante dopo, una mela cadde dall’albero senza incontrare nulla sul suo cammino. Rotolò lontano dal tronco, è lì restò. Non vista e immobile.
2 marzo 2011, Reggio Emilia, Regno d’Italia:
Un aspirante scrittore fantastica di mondi incredibili nei quali è possibile volare, nei quali lo spazio non è più proibito, nei quali le persone pur senza vedersi possono restare in contatto a migliaia di chilometri di distanza.
Poi si alza, spegne la candela, depone la penna d’oca, segue il rumore di una carrozza lontana e firma il suo ultimo racconto fantasioso.
Maico Morellini