DAVID DEMCHUK

Tempo di lettura: 2 minuti
Madre delle ossa – David Demchuk

“Tutto questo, come ho già detto, accadde molti anni fa. E il cannibalismo ora è ovunque, ovunque guardiate.”

Ci sono lapidi. Lapidi ovunque. Lapidi che raccontano storie, che pretendono l’attenzione di chi cammina in mezzo a loro. Sono storie a volte brevi, a volte distanti l’una dall’altra. Ma sono anche storie che si intrecciano come fanno le vite di paese. Come fanno miti e leggende capaci di sopravvivere al tempo.

Leggere Madre delle Ossa è stato come camminare in quel cimitero. È stato un viaggio straniante, all’inizio. Perché sentivo lo sguardo dei volti sulle lapidi e mi sembrava di non riuscire a capire quelle persone sconosciute. Mi sembrava di non avere abbastanza memoria per comprendere fino in fondo le storie che cercavano così disperatamente di raccontarmi.

Poi, a poco a poco, ho iniziato a comprendere. Ho trovato ricorrenze, nei loro sussurri. Nei racconti di quelle anime perse ho scoperto la voglia di vivere, la paura di morire. Ma anche la paura di vivere e la voglia di morire.

Ma più di tutto – e questo è qualcosa che non mi aspettavo – nelle vite raccontate da David Demchuk ho incontrato una risonanza tanto dolorosa quanto attuale. In Madre delle Ossa ho letto di Kiev, di Odessa. Ho incontrato nomi che fino a poco tempo fa non conoscevo ma che adesso mi sono famigliari, di quella triste consuetudine che accompagna sempre le tragedie.

Ho letto di una nazione in guerra in un tempo altro. Lontano ma simile. Troppo simile al tempo di oggi.

È da quel tempo che il folklore nero raccontato Demchuk attraverso le vite interrotte dei suoi personaggi si allunga in avanti fino a confortare – paradossalmente – il nostro presente.

Madre delle Ossa è una lettura strana fatta di tanti frammenti che a volte finiscono prima di iniziare. Come le vite degli sconosciuti sbirciate da uno spioncino.

Lo puoi trovare qui:

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