Category: Romanzi

‘Il Re Nero’, n° 1576 Urania. Novembre 2011

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Ebbene, alla fine ci siamo. E’ ormai prossima la pubblicazione da parte di Mondadori del mio romanzo, ‘Il Re Nero’, vincitore del Premio Urania 2010.

Come suggerisce il titolo dell’articolo, sarà pubblicato nella storica e prestigiosa collana Urania nel numero di novembre (1576).
Perciò, mi aspetto un assalto alle edicole (e se volete averlo tempestivamente già nei primi giorni del mese vi consiglio di prenotarlo già da ora), e soprattutto mi aspetto commenti, critiche, impressioni una volta che sarà tra le vostre mani.
Il 12 novembre poi, a Trieste presso lo Science+Fiction festival, ci sarà la presentazione ufficiale (ma su questo evento, troverete ben presto ulteriori aggiornamenti!).
Alla breccia!

Vi linko anche l’evento su facebook, lo potete trovare qui.

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Fantascienzaedintorni – Il cacciatore…di titoli.

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Più che molto volentieri pubblicizzo sul sito l’iniziativa dell’amico Francesco Troccoli che, in vista della pubblicazione del suo romanzo, evoca il talento di tutti noi per la ricerca del titolo.

In bocca al lupo, Francesco!

REGOLAMENTO DEL CONCORSO: “Il cacciatore di titoli”

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Pre-presentazione de ‘Il Re Nero’

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E’ un po’ che non aggiorno il sito ma sto vivendo settimane piuttosto frenetiche e ho dovuto tralasciare un po’ di cose qua e là.
Però la pubblicazione de ‘Il Re Nero’ è ormai alle porte (manca meno di un mese) ed è con emozione che vi annuncio la prima uscita pubblica nella quale parlerò del romanzo (senza ovviamente entrare nei dettagli, visto che ancora non è stato pubblicato).

Ambientato in Emilia Romagna, da dove partire per presentarlo se non proprio dalla terra che mi ha, metaforicamente e non, generato?

Domenia 16 Ottobre, dalle 11.00 alle 12.30 presso la Biblioteca Comunale di Bagnolo in Piano, ci sarà infatti un incontro con l’autore (che sarei io, mi fa un certo effetto scriverlo). L’iniziativa dei biblio-days, cioè aperture domenicali delle biblioteche con incontri come questo, è in collaborazione con la Provincia e non posso che ringraziare tutti gli organizzatori per l’opportunità. Si tratterà, nei miei intenti, di una chiacchierata nella quale mi piacerebbe raccontare di come è nato ‘Il Re Nero’ e del percorso che la scrittura può intraprendere.

Se vi va, sapete dove trovarmi.

Vi linko anche l’evento su facebook, lo potete trovare qui.

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Realmente Reality?

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Probabilmente con questa breve riflessione non farò altro che ribadire l’ovvio ma viviamo in tempi in cui, a volte, non è sbagliato ripetere cose ovvie. Prima di tutto: seguo, senza manicalità, i reality. Perciò non voglio interpretare il ruolo di chi dice peste e corna su questi fenomeni mediatici indignandosi quando qualcuno nomina ‘il Grande Fratello’.  Non sono assiduo, se ci incappo non cambio canale in modo disgustato, e più che di rado la curiosità mi spinge, per l’appunto, a seguirli. Li trovo, a modo loro, interessanti specchi dei tempi moderni.

E’ proprio da questa riflessione, cioè il principio secondo il quale il ‘reality’ dovrebbe mostrarci, in una sorta di esperimento sociale, come la normalità si comporta sotto la spietata lente di ingrandimento della diretta televisiva costante, che voglio ‘ribadire l’ovvio’. Non è il reality che ci mostra un frammento di realtà, ma è la realtà che si deforma per obbedire alle leggi del reality. Non c’è più normalità in quello che vediamo. Non ci sono reazioni naturali e non ci sono nemmeno persone normali. Il format televisivo ha bucato lo schermo, invaso la realtà, e ha finito col deformare il principio di ‘persone comuni a contatto con le telecamere’. Non esiste più il, seppure discutibile, esperimento sociale sulle dinamiche di un ecosistema ridotto e chiuso. Ma esistono decine di migliaia di persone che cercano di formarsi per diventare concorrenti adatti a un reality. E’ un paradosso, una contraddizione in termini. Il piccolo universo denso di telecamere nel quale replicare i meccanismi sociali dell’esterno, diventa un piccolo universo in grado di piegare ambizioni, aspettative, obbiettivi di un ‘esterno’ sempre più vasto.

Da quelle case, quelle isole, quegli fattorie, quegli studi vengono dettate le ambizioni di migliaia di persone. Al punto in cui sarebbe interessante scoprire come i concorrenti dei reality vedono il mondo che li osserva dal ‘di fuori’. Quello (o questo), a tutti gli effetti, è il nuovo ‘Grande Fratello’ a cui prestare attenzione.

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Le opportunità mancate

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La Storia, e non sono io a dirlo, è una maestra crudele. Illude i più disattenti, li instrada lungo sentieri già percorsi all’inseguimento di una Chimera alla quale gli stolti, più o meno inconsapevolmente, rispondono sempre allo stesso modo:”Io posso, io sono in grado, non commetterò gli stessi errori che altri hanno commesso prima di me”.
Viviamo in tempi difficili e complessi. Non c’è nemmeno bisogno di leggere il giornale, per accorgersene. Basta consultare una ristretta (o ampia) cerchia di amici per rendersi conto che, volenti o nolenti, le difficoltà del ‘mondo’ nel migliore dei casi ci sfiorano, nel peggiore di urtano a piena velocità.
E’ in questi momenti che ci troviamo davanti a un bivio. Che l’Uomo si trova davanti a un bivio: tirare fuori il meglio o il peggio di sé. Vedere opportunità per accrescere il proprio potere oppure mettere da parte il ‘me’ in favore di un più difficile e poco remunerativo ‘noi’.
Parlavo della Storia, prima. Una cosa che ho la presunzione di aver capito (io che non sono uno storico, che ho buona memoria e che nel mio piccolo ricordo, osservo e faccio qualche collegamento) è che il turbolento fiume della Storia può essere mantenuto costante, deviato o completamente stravolto da una e una sola cosa: quella che viene chiamata coscienza collettiva. Quell’insieme preziosissimo di intenti, passioni, speranze, paure, etica e immaginazione. Chiunque, in passato, abbia avuto la forza (o l’insanità) di parlare direttamente alla ‘coscienza collettiva’, stimolandone in modo delicato o violento le sinapsi, ne è stato in qualche modo travolto (Robespierre è il più realpolitikese di questi esempi).
Ha raggiunto obiettivi insperabili, ha smosso continenti ma poi, alla fine, il conto è stato saldato. E’ una legge quasi matematica. Una legge che però è cambiata, progressivamente, con il maturare della ‘coscienza collettiva’. Per come la vedo il conto da pagare è passato da esclusivo retaggio del singolo a una sorta di equa distribuzione tra chi aveva avuto l’ardire di smuovere la collettività e la collettività stessa.
Più meccanismi democratici e di garanzia si insediavano nel tessuto mentale della società, più smuovere ‘le masse’ diventava, da un certo punto di vista, meno pericoloso.
Io credo che ci troviamo a un bivio che riguarda proprio questo argomento, adesso. La partita che si sta giocando è quella tra i ‘me’ e gli ‘io’ e il ‘noi’. Solo che, temo, il ‘noi’ non sia del tutto consapevole della sfida in corso.
Quando ci sono grandi sommovimenti sociali, quando il mondo si complica, quando diventiamo tutti più fragili e sensibili l’accesso alle nostre piene capacità è più diretto. E per questo, chi può parlare a tanta gente, chi si può rivolgere (avendo i mezzi per farsi ascoltare) al ‘noi’ potrebbe compiere veri e propri miracoli. O causare danni di cui, ne sono convinto, non si rende nemmeno conto. O che crede di poter, poi, dopo, in un secondo momento, sanare.
Ma se l’etica della collettività viene macchiata nel suo io più profondo, da quello non si torna più indietro. Siamo diventati più lenti, però l’inerzia di una sonnecchiante entità astratta ma tremendamente vera è letale, micidiale, inarrestabile.
In questi momenti, i migliori dovrebbero parlare al nostro ‘noi’. In questi momenti da un neutro e confuso rimestare di piccole paure, piccole incertezze, piccole meschinità, piccoli atti di coraggio dovrebbero emergere i migliori.
Ma se questo non accade, come non sta accadendo, si manca una grande opportunità. Mi sorprende che, almeno in apparenza, nessuno se ne renda conto. Io sono convinto cha sia questo il momento di distillare il meglio. Dovremmo essere responsabili, perché le cose che fino a ieri venivano sopportate, oggi vengono additate con fastidio. E domani chissà. Perché sento una corda tendersi sempre di più, e la vedo tesa a tutti i livelli.
Perché rovesciare un tavolo appellandosi alle piccole paure, alle piccole incertezze, alle piccole meschinità di sicuro non spingerà nessuno a compiere piccoli atti di coraggio.
John Donne diceva: “Nessun uomo è un’isola”.
E se invece, alla fine, diventassimo proprio quello?

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Figli dell’atomo

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Energia Nucelare

Mi sono sempre reputato (complice la formazione scientifica e la passione per la fantascienza) una persona pro-scienza e pro-tecnologia, e a volte mi sono persino sorpreso a difendere posizioni piuttosto estreme. Penso agli OGM, alle staminali, alla sperimentazione spinta e con poche regole.
Il principio è sempre stato: la scienza, come la tecnologia, non è nè buona nè cattiva. La differenza è come questa viene utilizzata e da chi. Perciò, in linea generale, non ho mai trovato logico inibire il processo tecnologico perchè l’uomo, nel suo senso più lato, non è in grado di gestire la responsabilità che ne deriva.
Però, devo dire, che per quanto riguarda il nucleare ho sempre avuto un approccio molto sospettoso e, sull’onda emotiva scatenata dalla tragedia del Giappone, non posso che fermarmi di nuovo a riflettere, soprattutto perchè, pare, potrebbe essere una tematica da fronteggiare, presto o tardi, anche qui.
I cavalli di battaglia dei pro-nucleare sono molti e piuttosto articolati: insufficienza dell’attuale monte energia, l’aumento dei consumi, la nostra mancata indipendenza energetica nonché il vacillare, sempre più marcato, della stabilità (di prezzi, di rifornimenti, di tutto) del caro vecchio petrolio. E sempre, pare, che la centrale nucleare sia l’unico impianto attualmente conosciuto (e conosciuto anche in un prossimo futuro) con un coefficiente energia/prezzo molto vantaggioso.
Ora, io non voglio entrare nel merito del ‘what if’ nel caso in cui una centrale, come purtroppo sta accadendo in Giappone, viene intaccata nella sua sicurezza (rilevo solo che la probabilità di un incidente è proporzionale, in qualche modo, al numero di centrali presenti al mondo). E non voglio nemmeno (anche se ne avrei motivo) puntare il dito sulla complicanza squisitamente made in Italy di un progetto del genere (appalti, capacità, tecnologie etc etc).
La prima domanda (che ha due o tre corollari) invece che mi viene in mente, e alla quale mi piacerebbe per astratto ricevere una risposta convincente, riguarda il funzionamento di base di una centrale nucleare.
Per produrre energia la fissione richiede uranio. Questo è un dato di fatto. L’uranio, a tutti gli effetti, è una fonte di energia non rinnovabile e in più è scarsamente presente in natura (in questo, è molto meno affidabile del petrolio). In più non è sufficiente uranio grezzo (o naturale), ma  questo deve essere arricchito prima di poter trovare il suo posto all’interno del processo energetico di una centrale.
Il passaggio logico successivo è questo: l’Italia non possiede giacimenti di uranio e in più non possiede nemmeno le tecnologie necessarie per arricchirlo (dovremmo rivolgerci alla Francia, per stare in zona). Allora mi chiedo: anche con cinque centrali nucleari, saremmo davvero autosufficienti, o indipendenti? Non si tratterebbe forse di spostare la dipendenza dal caro vecchio petrolio al più sconosciuto (e per questo meno bistrattato) Uranio?

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L’eccellenza della mediocrità

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mediocre

Il successo di un libro, piuttosto che quello di un film, deriva anche dal momento storico in cui questo raggiunge la luce dei riflettori. Per esempio, un film come ‘Stargate‘, che a mio modestissimo parare è di poco superiore a uno striminzito sei, fu all’epoca un successo generazionale. Perché? Perché in quel momento c’era una carenza quasi decennale in ambito fantascientifico (parliamo del grande schermo) e arrivò a colmare un vuoto che doveva essere riempito.
La stessa cosa, in parte, si può dire per Harry Potter. I primi due libri non eccellevano in tematiche e stile, cosa che invece poi è accaduta dal terzo libro in avanti, eppure furono a loro a sancire il successo della saga. E anche in quel caso Harry Potter arrivò esattamente quando c’era bisogno di lui. E gli esempi potrebbero essere molti.
Come spesso accade, ciò che vale per il cinema e la letteratura, si può estendere anche a molti altri ambiti. Anzi, spesso non c’è bisogno di sviscerare in modo filosofico il perché delle cose, basterebbe ricordare il principio elementare secondo il quale se ci si trova in condizioni di aridità creativa (vedi: economica, alimentare e anche morale), la più banale delle idee diventa di una ricchezza impagabile.
Credo che stiamo attraversando proprio un periodo come questo, ma purtroppo non mi riferisco alla letteratura, al cinema o alla cucina. Abbassiamo i nostri standard e, il prossimo passo, sarà quello di stupirci per le cose che qualche anno fa reputavamo banali.
Imparare dai nostri errori, dire quello che si pensa, fare quello che si dice, accettare l’evidenza per quello che è e non per quello che vorremmo fosse. E tanti altri piccoli accorgimenti morali il cui valore, di questo passo, diventerà inestimabile.
Il mediocre diventerà eccellente. E il passo successivo sarà che dell’eccellenza nemmeno ci ricorderemo più.

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Le due anime dell’eBook

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Da aspirante scrittore, e da discreto conoscitore delle tecnologie informatiche, non posso fare a meno di interrogarmi in merito a come l’editoria cambierà (o potrebbe cambiare) dopo la violenta immissione sul mercato di un prodotto come l’iPad, in considerazione del suo legame con gli eBook.
Per farla breve, ci sono a mio avviso due punti di vista sul libro elettronico e sulle sue potenzialità.
Il primo, appunto, e quello dell’aspirante scrittore. Il mondo dell’editoria può dare adito alla convinzione che, seppure dotati di talento, sia impossibile arrivare alla pubblicazione cartacea attraverso i normali canali (concorsi, contatti con le case editrice, piccoli passi) dimenticando un po’ troppo spesso che in Italia si legge molto poco, e questo è un problema. Io personalmente sono ancora convito che, avendo i numeri e una discreta dose di testardaggine, ci si può ritagliare un posto sugli scaffali delle librerie. Ma questo è un altro discorso.
Dicevo che se ci si lascia sconfortare dal difficile accesso al mondo editoriale ‘standard’ l’eBook autoprodotto è decisamente una manna dal cielo. Attraverso internet è possibile piazzarsi sui canali di distribuzione web (amazon, piuttosto che altri portali) e, con una presenza oculata, farsi una certa pubblicità sui social network. In questo modo si può rendere raggiungibile a un grande numero di potenziali lettori la propria opera, in più a costi contenuti. E questo non può essere un male.
L’altro punto di vista è quello del lettore e visto che ogni scrittore, per prima cosa, è un lettore ancora più accanito, ci si ritrova dall’altra parte della barricata.
Il punto è semplice e diretto: quale controllo sulla qualità del prodotto elettronico che sto per comprare c’è, nell’editoria digitale autoprodotta? Quale garanzia ho, io lettore, che il file acquistato non sia di bassissima qualità? La risposta è semplice: nessuna. E quindi, a maggior ragione, per quale motivo dovrei investire i miei soldi (seppure pochi, o comunque meno della versione cartacea) in un prodotto letterario che non ha nessuna garanzia?
Si potrebbe obiettare che anche con l’editoria su carta arrivano sugli scaffali libri che sono mediocri o comunque non all’altezza del poso che occupano ma si tratta comunque di casi isolati.
Non si corre il rischio, con l’eBook, di avere un sacco di prodotti di livello ambiguo il cui effetto collaterale potrebbe essere quello di allontanare i lettori dalla tecnologia di per sé ad altissimo potenziale (e forse, dalla lettura in assoluto)?
Io non sono ancora riuscito del tutto a districare il nodo gordiano, ma nel frattempo mi rivolgo ancora alle vecchia case editrici, in cerca di un riscontro sulla reale qualità di ciò che scrivo.

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