il pericolo del dolore

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Lo diceva l’agente Smith nel primo Matrix: la prima realtà creata dalle macchine era troppo perfetta e gli uomini finivano col desiderare la morte, incapaci di sopportare tutta quella gioia. C’era e c’è la necessità di soffrire, di provare dolore, di combattere per qualcosa che difficilmente si riesce a raggiungere. In ultima analisi, l’uomo ha bisogno di un conflitto. La sua equazione emotiva deve necessariamente essere bilanciata nel bene e soprattutto nel male.

Lo stesso George R.R. Martin nelle sue Cronache utilizza il dolore come catalizzatore di cambiamento; molti suoi personaggi attraverso un lungo percorso di pura sofferenza prima di arrivare a definirsi per ciò che sono. Brandon Stark, Jamie Lannister e Theon Greyjoy sono solo alcuni di quelli che Martin ha esposto a dolori fisici e mentali molto forti per poi trasformali, per guidarne l’evoluzione.

Se andiamo ancora più indietro, ne L’Isola del Dottor Moreau di Herbert George Wells lo scienziato utilizza il dolore per elevare le sue cavie, per trasformare gli animali in esseri umanoidi dotati di intelletto, desideri, pulsioni e necessità. Unico comune denominatore, appunto, il dolore.

C’è un però. Il dolore, a differenza della gioia, è una cosa molto personale e ancora di più lo è la rabbia che da esso può derivare. Empatizzare con la felicità altrui ha un costo basso, in termini emotivi. E’ una condivisione di norma abbastanza superficiale perché la gioia altrui difficilmente si incardina come elemento fondante la nostra equazione emotiva, come incognita da sviluppare. E’ accessoria. E’ piacevole ma ha effetti collaterali molto limitati.

Il dolore, e soprattutto la rabbia, no. Sono cose personali, intime, che devono essere assorbite e processate solo da chi è coinvolto direttamente. Possiamo empatizzare con il dolore, possiamo cercare di capire cosa una persona sta provando in quel momento ma l’unico scopo deve essere quello di alleviarne le sofferenze. Di condividere, ma solo per alleggerire, per deflettere, per aiutare. Non possiamo portare il dolore altrui, possiamo solo cercare di renderlo meno pesante, ma stando alla giusta distanza.

La rabbia invece è una creatura pericolosa. Non ha un valore assoluto, o non dovrebbe averlo. La rabbia ha un legame fortissimo tra carnefice e vittima, tra chi ha causato il dolore e chi lo prova. La rabbia deve essere effetto collaterale, non elemento a sé, e con la rabbia non dobbiamo e non possiamo empatizzare. Perché se togli alla rabbia il dolore che l’ha generata, se non puoi provare la sofferenza di una perdita in prima persona perché non tocca te, allora cercare di solidarizzare con la rabbia che ne deriva ha un costo emotivo molto elevato. Per tutti. Ha senso desiderare la morte di qualcuno perché ha arrecato male a uno sconosciuto? Ha senso cercare a tutti i costi di provare lo stesso dolore quando questo non è possibile per poi poter impugnare la stessa rabbia di chi ha subito DAVVERO la privazione, il torto, la violenza?

No, non ha alcun senso. Queste cose hanno un costo molto elevato. Dolore e rabbia non si possono appaltare, non si possono affidare ad altri. Mai e in nessun caso. Perché l’unico risultato è un mutamento. Un mutamento sconnesso e non calibrato: la capacità di arrabbiarsi, di disprezzare e di odiare a prescindere con la stessa rapidità con la quale condividiamo una risata. Si tratta di modificazioni lente ma inesorabili, di tensioni che si innestano sotto lo strato superficiale della società andando ad alimentare le tante zone d’ombra nella quali la rabbia sa e può prosperare.

E anche le emozioni sono come i muscoli. Più si esercitano, più diventano forti, più è semplice utilizzarle: davvero vogliamo che sia QUELLO il nostro muscolo più sviluppato?

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Comments (1):

  1. Steffy

    30 Aprile 2019 at 16:44

    Devo essere sincera, c’è qualcosa che non mi suona bene in questo tuo discorso. Metá lo capisco, ma l’altra metá mi sembra mancare di qualcosa, di qualche ulteriore considerazione di ordine piú alto, diciamo. Aiutami a capire meglio. Grazie

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