[RACCONTO] – LA STANZA DELLE OMBRE

Tempo di lettura: 5 minuti

L’orrore, quello letterario o cinematografico, quello ludico o televisivo può essere un rifugio. Non una fuga dalla realtà, non un modo per deflettere le ombre di un presente che sa essere ben più macabro di qualunque racconto dell’orrore. Ma un piccolo santuario nel quale cercare risposte che non possono essere vere, che niente hanno a che fare con la realtà, ma che spiegano a modo loro il perché di certi eventi.

C’era poca luce in quella stanza. Un’oscurità umida avvolgeva il lungo tavolo di vetro, le sedie, i quadri alle pareti e persino le veneziane schiuse incapaci di permettere l’ingresso del tramonto settembrino.

La donna entrò. Era tesa: dopo la laurea in psicologia e dopo il dottorato in neuropsichiatria infantile sapeva di essere pronta a quel nuovo passo. Avrebbe lavorato con i bambini. Li avrebbe aiutati, avrebbe ascoltato i più deboli, i più sfortunati e si sarebbe occupata di cauterizzare le ferite, cucire gli strappi. Renderli felici. Ecco perché era arrivata lì. Ecco perché considerava quella la sua occasione.
– Prego, dottoressa.
La voce proveniva dal punto più scuro della stanza, al lato opposto
– Si accomodi – aggiunse l’uomo allungandosi fuori dalle ombre.
La donna si fermò e trattenne il fiato. Cosa …?
– La prego – continuò la figura seduta al tavolo.
L’aria le scivolò di nuovo nei polmoni con un sibilo più forte di quanto avrebbe voluto. Che cosa aveva visto? Per un attimo le era sembrato che non fossero stati il volto e le mani di un uomo a trascinarsi sul vetro del tavolo ma qualcosa di orribile, deforme. Cattivo. Era troppo tesa. Quel posto rappresentava per lei un’occasione unica e nelle ultime settimane non aveva pensato ad altro. Respirò una, due, tre volte. Poi sfoderò il sorriso sicuro che sapeva di possedere e coprì la distanza che la separava dal suo ospite.

Non era solo. Accanto a lui, a destra e sinistra, sedevano due donne vestite di nero, lunghi capelli scuri, che la fissavano con molta intensità.
– Prego – ripeté l’uomo indicando una quarta sedia leggermente scostata. I riflessi del tramonto ungevano il vetro del tavolo con ombre color sangue e la donna sentì che doveva andarsene da lì, doveva andarsene subito. C’era qualcosa che non andava in quella stanza, come se una presenza incorporea avesse risucchiato via l’aria per sostituirla con un vapore denso, oleoso, che toglieva il fiato. Poi l’uomo sorrise mentre si alzava per stringerle le mano e tutto tornò al suo posto.
– Grazie – riuscì a dire mentre si sedeva sentendosi davvero molto stupida per quelle sciocche sensazioni. Era dove voleva essere e non contava altro.
L’uomo aprì una cartellina, ne estrasse alcuni fogli e li dispose sul tavolo: – Laurea in psicologia a Padova – iniziò a leggere. – Poi dottorato a Milano. E alla fine è arrivata qui di noi – commentò. – Perché?
La domanda la colse alla sprovvista: – Per i bambini. Solo per i bambini – rispose con sincerità.
L’uomo sorrise, le labbra un po’ troppo tese, gli occhi forse troppo lucidi: – Per i bambini – le fece eco. Poi si alzò e raggiunse la finestra diventando un’ombra scura avvolta dalle braci del tramonto.
– I bambini sono creature fragili, dottoressa. Sono creature fragili che interpretano il mondo con gli strumenti a loro disposizione. E quegli strumenti sono spesso spuntati, incerti, inadatti. Soprattutto quando quel mondo inizia a coprirsi di crepe e quando le crepe diventano cicatrici. Concorda?
Oh sì. Aveva ragione. Quelle parole erano giuste. Sentì lo sguardo della altre due donne su di lei, sentì che la stavano misurando, che cercavano di capire se davvero condivideva le parole appena sentite. E lei le condivideva. Sillaba per sillaba.
– Sì – sentì dire alla propria voce.
– Noi siamo chiamati a una grande prova, dottoressa – riprese l’uomo. – La psichiatria infantile canonica si occupa di individuare le crepe e di lenire il dolore delle cicatrici quando ormai è troppo tardi. I bambini vengono feriti e poi curati. Ma non basta un cerotto, non è sufficiente a cancellare le tracce della sofferenza: il dolore, quando è forte abbastanza, li marchia in modo indelebile. Come un taglio che non smette di sanguinare, che si infetta, che va in cancrena. Amputare parte del loro passato menomando il futuro che li aspetta è il meglio che offrono. Noi possiamo e dobbiamo fare di più, dottoressa.
Di nuovo, aveva ragione. Sentiva la testa leggera. Quelle parole le scavano dentro. Erano la cosa più giusta che avesse mai sentito. Lei sapeva quando fosse difficile aggiustare un bambino spezzato: non sarebbe stato meglio impedire che questo avvenisse?
– Noi dobbiamo impedire che qualcuno riesca a spezzarli – l’uomo continuò, proseguendo con naturalezza i pensieri di lei. – C’è un punto oltre il quale le ferite non si rimarginano più, Anna – la chiamò per nome. – Quella che io chiamo ‘soglia di cicatrizzazione’. Quando un corpo e una mente superano questa soglia, non c’è modo di impedire l’infezione. Di bloccare il sangue. Di togliere in modo definitivo il dolore. Non c’è modo, Anna. E tutto quello che possiamo fare è amputare l’arto infetto lasciando di fatto un bambino menomato laddove prima c’era una creatura ferita. Tutto questo deve smettere – concluse con forza l’uomo.
– Come? – chiese Anna. Lo ascoltava e le sembrava di capire, per la prima volta, come stavano davvero le cose.
L’uomo lasciò le ombre ormai morenti del tramonto e la raggiunse al tavolo. Aveva una sguardo determinato. Feroce, persino: – Le insegneremo, Anna. Se davvero è ciò che vuole, noi le insegneremo. Capirà come anticipare le ferite, come leggere i segni del male che quei bambini hanno ricevuto e di certo stanno per ricevere. Abbiamo tutti gli strumenti, qui. La aiuteremo a individuare le prime, piccole cicatrici. Quelle che possiamo e dobbiamo curare. La aiuteremo a impedire che queste minuscole escoriazioni si infettino, a impedire che laddove poteva bastare un cerotto, diventi necessario menomare per sempre la vita di chi non ha alcuna colpa. Qui, Anna, imparerà a preservare la felicità. È pronta? È pronta a tutto questo?
Anna aveva ascoltato ogni singola sillaba attingendo a quelle parole come fossero una nuova, imprescindibile verità. E lo erano. Eccome se lo erano: – Sì – rispose. La due lettere più sincere che avesse mai pronunciato in vita sua.
L’uomo tese le labbra e nel suo sorriso la donna lesse tutte le meraviglie che avrebbe imparato in quel posto: – Molto bene, Anna – si congratulò lui. – Benvenuta a bordo – poi le tese la mano. Anna si alzò e ricambiò la stretta, ancora ubriaca di entusiasmo. Ce l’aveva fatta. Avrebbe iniziato una nuova vita facendo davvero la differenza.
– Grazie – riuscì a dire. – Grazie – ripeté, la voce incrinata dall’emozione.
– Ci aspettiamo grandi cose da lei – per la prima volta una delle due donne parlò. – In amministrazione le formalizzeranno la proposta di assunzione. Benvenuta.
Anna restò incerta per qualche istante, poi uscì dalla stanza.

L’uomo osservò la donna mentre usciva dalla grande sala riunioni, la osservò con molta attenzione. Era così emozionata da trattenere a stento l’entusiasmo, così eccitata dalle prospettive che le aveva offerto da mettersi quasi a correre per avere il contratto di assunzione. Con gli esseri umani era così facile.
Bastava sedurli, lusingarli. E non era questione di soldi, non sempre almeno. Tutti agognavano la grandezza e lui offriva esattamente quello. Parlava alla parte più ambiziosa di ciascuno di loro e con l’illusione di votarsi a un bene superiore li spingeva a fare il male. Perché il male era ciò di cui si nutriva.
Non era così difficile, non con i suoi talenti. Catturava l’attenzione di quelli che poi sarebbero diventati veri e propri adepti di ciò che predicava e poi lasciava che emozioni, ideologie e speranze prendessero il sopravvento.
C’era qualcosa di più desiderabile che conoscere la verità? Perché questo lui offriva: l’accesso alla verità assoluta. L’accesso a un mondo nel quale era possibile sapere davvero come stavano le cose. Il senso di onnipotenza che derivava dal sentirsi gli unici depositari di ciò che è poteva stordire chiunque. Poteva confondere i sensi a tal punto da non rendersi conto che tutto era una sofisticata illusione. Nessuna verità. Nessuna capacità di anticipare ferite, dolore, amputazioni.
Illusioni. Seduzioni. E alla base di tutto, il male. Il nutrimento che gli consentiva di perdurare in quel mondo: famiglie distrutte, accuse ingiuste, figli tolti ai genitori sulla base di intuizioni che, di fatto, non esistevano.
Il suo capolavoro? Fare in modo che le persone da lui istruite fossero convinte di fare il bene, il bene assoluto, mentre di fatto era l’esatto contrario.
L’uomo era una specie curiosa. Complessa, propensa a credere, pronta ad accettare una verità se questa si sposava con ambizioni, desideri ma anche paure e timori. Lui aveva trovato la chiave e intendeva sfruttarla per tutto il tempo che gli era concesso.

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