[RACCONTO] – RISONANZA MAGNETICA

Tempo di lettura: 3 minuti

Un respiro, fuori l’aria, non respiri.
Chiudi bocca e naso. Trattieni il fiato. Poi una serie di rintocchi metallici, circa uno ogni secondo, rimbalzano all’interno del cilindro di metallo. Tieni gli occhi chiusi, li hai chiusi dall’inizio perché sì, non soffri di claustrofobia ma non ti va di scoprire che le lamiere sono troppo vicine. E poi c’è quella lastra di metallo sul petto, e le fibbie, e l’ago in vena.
I rintocchi smettono. Ne hai contati tredici. O erano quindici? Ci hai messo un po’ a capire che seguono il ritmo del tuo cuore ma da quando ti hanno infilato in questa bara di lamiera e tecnologia il tempo non ti manca e puoi contare tutto quello che ti pare. Sarà passata mezz’ora? Lo speri.
– Respiri.
La voce distante del tecnico ti raggiunge attraverso le cuffie. Avevi tenuto il conto dei diversi tipi di suono per cercare di indovinare qualcosa ma poi tra un ‘respiri’ e un ‘fuori l’aria’ non sai più a che punto eri.
Strizzi gli occhi con forza: ti sei rilassato troppo e stavi per aprirli ma non ti va, proprio non ti va. E se scopri che tra naso e bara di metallo ci sono pochi millimetri? E se piegando appena la testa non riuscissi a vedere la fine e l’inizio di quel tubo? No, meglio di no.
Muovi appena le dita e le stringi attorno al soffietto di gomma che ti hanno messo in mano. Pollice e indice pronti, nel caso in cui qualcosa dovesse andare storto. L’idea di avere tra le dita quell’ancora di salvezza ti rilassa e il cuore – lo sentivi battere sulla roba che ti hanno messo addosso – torna tranquillo. La testa un po’ meno ma lì, in quel tubo che ti risuona dentro scoprendo cose che nemmeno tu sai di te stesso, mica tutto è razionalità, medicina e scienza.
Perché il tecnico non parla? Con una parte del cervello hai contato fino a settanta ed è davvero tanto tempo. Forse devono spostarti di qualche centimetro facendo scivolare il lettino. Lo hanno già fatto un paio di volte ma non ti sembrava ci avessero messo così tanto.
Novanta. Un minuto e mezzo. Il tamburellare distante della macchina, come il motore di una nave in avaria, non ti rilassa più. Anzi. Apri la bocca, poi la chiudi. Vuoi dire qualcosa ma poi ti senti stupido. Sei grande e grosso e alla fine che cosa ti sta succedendo? Niente. Ti hanno messo in un tubo, ci sei da meno di un’ora e non ti stanno parlando da una manciata di secondi.
Centoventi. No. Due minuti sono troppi.
– Tutto bene? – Chiedi. La lingua di carta e la voce più incerta di quanto volevi. Ti senti appena attraverso le cuffie ma sai di sembrare un gattino spaventato. Stupido. Però nessuno risponde. Adesso il cuore ha iniziato un incontro di pugilato con la lamina che hai sul petto e inizi a provare quella strana leggerezza alla testa che non promette niente di buono. Dietro la nuca, un formicolio.
– Tutto bene? – Chiedi di nuovo. – Mi sentite? – adesso il miagolio è diventato un verso stridulo.
Vaffanculo. Pollice e indice rispondono in ritardo alla tua chiamata, i pensieri ingolfati da un’onda di panico. Ma alla fine le dita ce la fanno: premono il soffietto e un suono da quiz televisivo rimbomba nel cilindro. Ma non fa ridere e, Dio, nessuno risponde. Non dopo un secondo. Non dopo cinque. Non dopo trenta.
Suoni. Schiacci. Suoni ancora. Gridi qualcosa. Provi a muovere le braccia ma c’è una pesantezza aliena che ti inchioda sul lettino. Ti hanno legato? No. Non è possibile. Sai che non è così. E allora perché non riesci a muoverti? La risposta arriva da una parte di te che adesso corre libera rimbalzando contro gli spigoli nella tua testa: quei suoni, quei suoni ti hanno scavato dentro spingendosi dove non dovevano. Liberando … che cosa?
– Aiuto! – Tutto rimbomba e la tua voce sembra intrappolata in quel tubo. La senti arrivare sul fondo e poi tornare indietro come fossi chiuso nel cilindro. Come un’onda di marea che ti riempie di echi fino a toglierti il fiato.
– Aiuto! – Gridi di nuovo sovrastando il suono disperato del soffietto. Poi non ce la fai più.
Apri gli occhi. Violando l’unica regola che ti eri dato, apri gli occhi. Ma non vedi la parete metallica del macchinario. Non vedi giunture, bulloni, viti. Ci sono due occhi, davanti a te. Due occhi sospesi, affamati, color della paura. Vengono da lontano, chiamati dalla strana magia di quel macchinario, strappati a una parte di te che doveva stare sepolta negli anfratti cavernosi del cuore.
Ti guardano. Una sola volta, ti guardano. Le dita smettono di ribellarsi. La bocca sbarrata in un grido che non uscirà mai dalle labbra. Il macchinario ronza cercando qualcosa che non trova più. Un battito al quale allinearsi, un segnale a cui legarsi per fare il proprio dovere. Ma non c’è più niente sotto la lastra di metallo che avevi sul petto. Niente, solo silenzio.
Un respiro, fuori l’aria, non respiri.

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