Avengers: Endgame

Tempo di lettura: 3 minuti

Lo dico sin da subito: recensire Avengers: Endgame è praticamente impossibile. Perché? Perché non si tratta di un film. Si tratta del culmine di un progetto narrativo iniziato nel 2008 con il primo Iron Man, arricchito da ventuno pellicole e reso un unicum assoluto da Avengers: Infinity War, prequel di altissimo livello che già aveva compiuto un vero e proprio miracolo.

Per questo è impossibile trattare Avengers: Endgame come un film qualunque. Per questo è impossibile, per me, recensirlo in modo canonico. Lascio ad altri (come ho già visto succedere in queste ore) la soddisfazione di disprezzare, di sezionare ogni fotogramma, di suggerire cosa avrebbero o non avrebbero dovuto fare i fratelli Russo e tutto l’enorme staff che ha lavorato a una produzione del genere. Io mi limito a ringraziare e mi limito a dire che con Avengers: Endgame è successo qualcosa di straordinario. Perciò parlerò, ma parlerò solo di emozioni. Delle mie emozioni.

Sì. Emozioni. Perché i supereroi possono emozionare soprattutto quando diventano così umani. E sono umani, più umani di quanto sia mai stato possibile immaginare. Tutti, nessuno escluso. Umani nel loro tragico fallimento di Avengers: Infinity War, umani nel tentare di andare avanti o nell’ostinarsi a rimanere uguali a loro stessi. Intrappolati nel dolore di una tragedia anche solo impossibile da immaginare. Umani nella rabbia che li allontana perché lottare insieme uno contro l’altro, come era successo in Civil War, è comunque molto meglio che lottare da soli contro il nemico. E poi il duro risveglio. La certezza di essere invincibili, di essere supereroi, di essere i difensori della Terra e di poter affrontare qualsiasi minaccia, se uniti, è venuta meno dopo lo scontro con Thanos. Il Titano folle non li ha solo sconfitti, ma ha impartito agli Avengers sopravvissuti la più dura delle lezioni: continuare a vivere quando tutto ciò che si vorrebbe fare in quel momento è essere dalla parte sbagliata dello schiocco di dita.

Emozioni. Perché tra le altre cose Avengers: Endgame è una dichiarazione d’amore pura, immacolata e sincera verso la settima arte. Verso quella fantascienza che ha formato intere generazioni e verso il cinema più a tutto tondo. Ed è una dichiarazione d’amore verso tutto il lavoro fatto in questi anni dai Marvel Studios, un omaggio grande e grandioso a chi ha reso possibile una magia come quella di Avengers: Endgame.

Emozioni. Perché per chi ha la malattia di creare storie (o provare a farlo, come provo io) non può che rimanere ammirato davanti all’enorme, complesso e armonico ordito composto da undici anni di storie. Quasi ogni scelta passata, discutibile o meno che fosse in quel momento, trova il suo posto ed è stata fatta per un motivo preciso. Una complessità pazzesca, un intreccio al limite del possibile, un’armonia che solo lo schiocco di dita con le sei gemme in pugno poteva raggiungere. Hanno fatto anche questo.

Emozioni. Per l’aver condiviso con un sala piena di spettatori di tutte le età i tanti silenzi della prima parte del film e per averlo fatto, appunto, in silenzio. Per l’aver applaudito insieme a una sala piena di spettatori di tutte le età quando si è capito che sono state la sofferenza e il dolore ad aver reso Captain America ancora migliore di quello che già era. Per l’aver sospirato insieme già nei primissimi minuti quando con pochissime scene i Russo di hanno raccontato come avremmo ritrovato Occhio di Falco.

Emozioni. Perché c’è più profondità di quanto sembri in questo Avengers: Endgame. E anche più ‘oggi’. A suo modo la Marvel ci mostra la difficoltà di andare avanti dopo un cataclisma (molto contemporaneo, molto presente, molto realpolitik, cosa che ai Russo riesce assai bene), ci mostra che vendicarsi non ci fa sentire meglio e anzi può precipitarci nel buio (come accade a Thor), può spingerci a cercare soluzioni là dove ci sono solo altri problemi. Ci mostra che per accettare ciò che è accaduto si può negare ciò che si era scendendo a grigi compromessi con sé stessi (come accade a Hulk). La Marvel fa tutto questo, con la sua consueta leggerezza, ma lo fa e anche molto chiaramente. Non vederlo diventa più una scelta, diventa la voglia di cercare altro.

Poi c’è Infinity War. L’ho riguardato proprio oggi e confermo la sua grandezza aggiungendo solo una cosa: Endgame è diverso perché doveva esserlo. Endgame non è una lunga battaglia contro Thanos nella quale gli eroi vengono sconfitti. Endgame E’ IL DOPO. E’ il dopo e la fine. E come ogni finale che si rispetti, deve celebrare tutto ciò che lo ha reso così grande. Lo fa. Lo fa nel migliore dei modi.

E’ privo di difetti? No. Nessun film lo è. Ma i difetti, le semplificazioni, le leggerezze non cancellano le emozioni. E sì. Parlo di emozioni. Perché i fumetti, anche al cinema, questo possono e sanno fare: emozionare.

Scusate se è poco.

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