David Cronenberg: La Nuova Carne

Tempo di lettura: 14 minuti

Questo saggio è stato pubblicato su Nocturno 143, e analizza tre delle più complesse pellicole di Cronenberg: Videodrome (1983), Il Pasto Nudo (1991) ed eXistenZ (1999). Era il mio contributo a un intero dossier dedicato al grande regista canadese ed è un tentativo ragionato di trovare il solido filo conduttore che ha caratterizzato il cinema di Cronenberg soprattutto in queste tre pellicole. E’ con questo articolo che mi candido al Premio Italia, categoria articolo su pubblicazione professionale.

VIDEODROME: IL RITORNO DELLA CARNE

“Morte a Videdrome. Gloria e vita alla nuova carne”
Max Renn (James Woods), Videodrome

Mentre tutto il mondo stava ormai da un anno con il fiato sospeso nell’attesa di scoprire quale sarebbe stato il destino di Han Solo, David Cronenberg dava la sua versione cupa e pulp dei poteri mentali tanto cari ai Jedi. Era il 1981, anno di uscita di Scanners. Fu in quel periodo che l’uomo del momento, un barbuto regista di Modesto (California) capace di ipnotizzare il mondo intero raccontando le gesta del giovane Luke Skywalker, si rivolse a Cronenberg per coinvolgerlo nella regia de ‘Il Ritorno dello Jedi’. Ma il regista canadese aveva altri progetti per quel fatidico 1983, e nessuno di questi aveva a che fare con orsetti pelosi, caccia stellari o principesse in bikini.
Ogni artista mette un pezzo di sé nelle storie che racconta e nel momento in cui Cronenberg iniziò a tratteggiare la sceneggiatura di ‘Network of Blood’ decise di attingere dalla sua infanzia. In particolare a quando, da ragazzino, riusciva a intercettare segnali televisivi provenienti da Buffalo (New York) che si intrufolavano nella banda canadese una volta terminate le trasmissioni tradizionali. La possibilità di incappare in qualcosa di proibito, di imbattersi in qualche trasmissione che doveva restare inaccessibile al pubblico ma che per qualche misterioso motivo trovava la strada verso il suo televisore, era fonte di grande preoccupazione per il piccolo David. A tal punto che molti anni dopo (nel 1983 Cronenber avrà quarant’anni) parte della catarsi per quelle nottate insonni si completerà con la sceneggiatura di ‘Network of Blood’, alias ‘Zonekiller’ alias, finalmente, ‘Videodrome’.

IL DEMONE SOTTO IL NETWORK
Max Renn (James Woods) è il presidente di un’emittente televisiva canadese specializzata nella messa in onda di contenuti sensazionalistici: erotismo, pornografia e violenza sono i principali ingredienti con i quali la CIVIC-TV compone il suo palinsesto. Sempre alla ricerca di qualcosa che possa soddisfare un pubblico esigente come quello della CIVIC-TV, Renn si imbatte in una trasmissione satellitare criptata proveniente dalla Malesia: il contenuto di questo segnale instabile lo affascina immediatamente. Ogni trasmissione mostra sempre la solita stanza spoglia nella quale uomini incappucciati compiono atti di violenza e sadismo nei confronti di vittime sempre diverse le une dalle altre. Non in grado di capire se si tratta di snuff movie o di pellicole violente a basso costo, Renn decide comunque di piratare le trasmissioni e riversarle su videocassetta. Inizia la sua ricerca su ‘Videodrome’, misterioso nome dietro al quale si celano i violentissimi filmati.
Ma ben presto il reale potere di quelle immagini si manifesterà. Renn inizia a essere vittima di visioni sempre più reali e sempre più spaventose, stati allucinatori in cui il suo corpo inizia a mutare mostrando segni di una contorta fusione con oggetti e tecnologia. Scoprirà che il segnale satellitare non proviene dalla Malesia ma da Pittsburgh e, nel tentativo di comprendere cosa gli stia succedendo, entrerà in contatto con molti misteriosi figuri. Il Professore Brian O’Blivion (Jack Creley), sinistro predicatore a capo della Chiesa Catodica che parla solo attraverso la televisione, lo condurrà a una parziale verità su Videodrome: dietro ai violenti video si nasconde una struttura governativa, un movimento politico il cui scopo ultimo è il controllo della mente.
Da qui in avanti la realtà percepita da Renn è destinata a naufragare verso un mondo deforme e deformato, carne e tecnologia, dalla Spectacular Optical Corporation e dal suo Videodrome.

CAMBIO DI PARADIGMA
Allo stesso modo il film di Cronenberg si avvolge su se stesso fino a creare un prisma dalle molte sfaccettature e in grado di offrire altrettanti spunti e interpretazioni. Filosoficamente quello che ci offre il regista è un vero e proprio cambio di paradigma. Le parole di Masha (Lynne Gorman):”Questo show ha qualcosa che non tu hai, Max. Ha una filosofia. E questo è ciò che lo rende pericoloso” vanno proprio in questa direzione. La tecnologia, la televisione, Videodrome e il suo potere di alterazione cambiano le fondamenta stesse della società moderna. Il perché e il senso delle cose perdono completamente significato e l’unica cosa davvero importante, nel nuovo mondo tecnologico, diventa la differenza tra cosa è reale e cosa non lo è. All’interno di questo interrogativo Videodrome mostra tutto il suo potere e si trasforma in un nuovo percorso evoluzionistico: la televisione è talmente radicata, talmente potente, da portare mutazioni genetiche nell’uomo, da condurre verso lo sviluppo di nuovi organi in grado di elaborare la più concreta realtà televisiva. Biologicamente si tratta di un cambio così radicale dell’ambiente da indurre mutazioni irreversibili nella specie dominante: l’uomo deve evolversi per stare al passo con la sua più innovativa invenzione.
Il potere di creare illusioni era già stato attribuito alla televisione da Sidney Lumet nel 1976 con il suo ‘The Network’ (Quinto Potere) ma Cronenberg fa un passo in più: le illusioni create da Videodrome sono molto più reali e molto più pericolose. Così come è reale il piano della Spectacular Optical che intende usare l’interesse del pubblico per il sesso e la violenza come selezione naturale: è l’ex amico di Max, Harlan (Peter Dvorsky), che identifica come causa della debolezza americana proprio la pervesione di chi è attratto da CIVIC-TV. Ed è attraverso gli ‘spettacoli’ mostrati da Videodrome che viene causato un tumore a chi incappa nella trasmissione. Quale modo migliore per colpire solo la parte di popolazione abietta che nutre interesse per una violenza così gratuita?

OMBRE DAL FUTURO
In realtà Cronenberg, nel caleidoscopio di concetti che è Videodrome, si dimostra anche un buonissimo profeta. Il Professor O’Blivion tratteggia un mondo spietato in cui tutti saremo più noti per i nostri soprannomi televisivi, in cui la realtà cederà il passo a ciò che il tubo catodico decide di mostrarci. In questo senso la Chiesa Catodica e il suo modo di riconciliare i senzatetto alla società grazie a lunghissime sessioni di tivù è un’evoluzione cinica ma documentata di quanto Kubrick ci aveva mostrato nel suo ‘Arancia Meccanica’ (1971). La cura Ludovico Van a cui era sottoposto Alex si basava sulla sovraesposizione a scene di violenza in modo da rendere il violento drugo adatto a un società in apparenza mite e civilizzata. Videodrome agisce in modo contrario: grazie al fascino che CIVIC-TV ha presso il suo pubblico intende rimuovere le mele marce dal cesto del popolo nord americano.
Uno degli stratagemmi più efficaci a cui l’artista esperto fa ricorso per dare credibilità alle sue storie è farcire di piccoli, reali e per questo credibili riferimenti l’arco narrativo del racconto. Spunti della vita di Cronenberg trovano posto nel suo ‘Videodrome’. La CIVIC-TV di Renn è il simulacro della CityTV con la quale il regista è cresciuto così come alcuni episodi del film sono piccoli frammenti di sue esperienze dirette: uno su tutti l’incontro televisivo di Renn con Nicki Brand (Deborah Harry).
Anche questo, nell’economia complessiva di ‘Videodrome’, ha un chiaro significato: l’iperrealtà mostrata da Cronenberg, per essere credibile, deve avere basi reali. La nuova carne, la fusione tra meccanica e corpo umano, il terrore e poi l’accettazione sono percorsi allucinatori che ridefiniscono un nuovo concetto di realtà e di fantasia: il cerchio della nuova filosofia che Cronenberg ci mostra si chiude. Le visioni devono attingere da qualcosa di vissuto, di concreto. E possono essere catalizzate dal potere di Videodrome, che comunica direttamente con la nostra mente, o innescate da altri meccanismi più volontari. La battaglia, comunque, si combatterà sempre tra realtà e visioni: il ‘fiero pasto’ dantesco del subconscio a danno della nostra razionalità.
E a tal proposito.

IL PASTO NUDO: STATI DI ALLUCINAZIONE

“Sterminare tutti i pensieri razionali, questa è la conclusione alla quale sono giunto”
William Lee (Peter Weller), Il Pasto Nudo

Nel 1981, più o meno quando Cronenberg si mise al lavoro su ‘Videodrome’ e poco dopo l’uscita del suo ‘Scanners’ un’altra idea iniziò ad acquisire consistenza nella vulcanica mente creativa del regista canadese. Qualcosa che aveva radici profonde, non tanto in termini temporali quanto dal punto di vista della sua crescita personale. Era il 1981 quando per la prima volta David Cronenberg pensò di portare sul grande schermo una delle opere letterarie più caotiche mai realizzate: ‘Il Pasto Nudo’ di William Seward ‘Lee’ Burroughs. Padre ideologico della Beat Generation e riferimento culturale per Cronenberg, aveva pubblicato il contorto romanzo nel 1959 dopo un lungo periodo trascorso a Tangeri, in Marocco. Lì era stato ritrovato da Jack Kerouac e Allen Ginsberg vittima di stati allucinatori causati dalle droghe e circondato da numerose pagine sconnesse tra loro: in quel momento nasceva ‘Il Pasto Nudo’.
Nel 1991, dieci anni dopo l’accensione della prima scintilla, Cronenberg portava finalmente al cinema la trasposizione dello strano romanzo realizzando una geniale miscela tra gli eventi reali della vita di Burroughs e quelli inventati ne ‘Il Pasto Nudo’, il tutto condito con una salsa composta da jazz e hard boiled alla Raymond Chandler. Da artista esperto quale è, Cronenberg decide anche questa volta di unire fatti accaduti e documentati al complottista tema spionistico della Interzone Incorporated, fittizia agenzia governativa che ambisce al controllo della mente tramite l’utilizzo di droghe sofisticate estratte da millepiedi giganti. Fonde biografia con fantasia tanto da creare un melting pot nel quale le due realtà sono assolutamente indistinguibili l’una dall’altra.

STATI DI ALLUCINAZIONE
William Lee (un Peter Weller crepuscolare e calato alla perfezione del ruolo di Burroughs), ex scrittore tra il cinico e il nichilista, per vivere uccide scarafaggi. La moglie Joan (Judy Davis) ha trascorsi da drogata e sviluppa una forte dipendenza dal piretro, l’insetticida che utilizza il marito e del cui fascino rimane vittima anche William. Da qui inizia una spirale allucinatoria nella quale enormi scarafaggi investono Bill Lee di un ruolo spionistico in contrapposizione alla Interzone Incorporated; la sua prima missione sarà uccidere la moglie Joan, agente sotto copertura dell’Interzone. Vittima della droga, William spara alla moglie giocando al Guglielmo Tell (evento accaduto nella vita reale di Burroughs) e poi scappa nell’Interzona, territorio di confine dove inizia a stilare rapporti per i suoi invertebrati datori di lavoro. La psicosi allucinatoria continua intervallandosi con rarissimi momenti di lucida razionalità ai quali William non sa come reagire: la sua nuova realtà è talmente vivida e desiderabile da diventare esattamente ciò che vuole. A poco vale l’incontro con l’enigmatico Dottor Benway (Roy Sheider), eminenza grigia che si cela dietro il mercato di droghe dell’Interzona: William, in cerca di redenzione per l’omicidio della moglie scappa con Joan Frost (sempre Judy Davis) verso la lontana Annexia. Ma non può sfuggire al suo passato e il delitto del quale si è macchiato è destinato a ripetersi.

QUATTRO GRADI DI MUTAZIONE
Di nuovo, al centro di tutto, c’è la battaglia spietata tra realtà e finzione. Tra la verità concreta del mondo e quella distorta delle allucinazioni che attingono dal bagaglio creativo di William Lee (pseudonimo che Burroughs usava per alcuni suoi scritti) e che lo spingono a fronteggiare le certezze e i dubbi della sua vita. Cronenberg, di nuovo, dona vita alla sua amata iperrealtà attraverso quattro gradi di mutazioni. Dapprima l’indolenza di Will per il suo lavoro da disinfestatore si catalizza nello scarafaggio gigante, in una ributtante mutazione ripiena di allusioni sessuali, che gli svela l’esistenza dell’Interzone Incorporated e che lo porta all’assassino della moglie. Poi sale di un gradino, andando a deformare gli oggetti inanimati: Cronenberg disegna un’etologia delle macchine da scrivere e della loro mutazione in insetti che è semplicemente geniale. Ogni macchina ha le sue peculiarità, ogni macchina entra in simbiosi con chi la utilizza. Per ultimo cambia il corpo umano. Così Yves Cloquet (Julian Sands) trasmuta in una creatura carpenteriana (la mutazione ricorda, sotto molti aspetti, quella de ‘La Cosa’,1982), lo stesso Dottor Benway muta nella domestica Fadela per poi tornare a essere se stesso. E l’ultima, drammatica mutazione che condurrà all’epilogo è quella di Joan Frost/Lee. La donna diventa la moglie defunta di William e anche se questo avviene senza deformazioni estetiche, il passaggio mentale è così drammatico da colpire più forte di tutti gli altri.

FERISCE PIU’ LA PENNA DELLA SPADA
‘Il Pasto Nudo’ è anche un monito alla pericolosità dell’arte. William Lee dice: “Ho smesso di scrivere quando avevo dieci anni: troppo pericoloso” e l’interazione a doppio senso tra macchina da scrivere e autore trasmette un messaggio inquietante. Quando Lee accetta in tutto e per tutto il suo ruolo di agente la scrittura dei rapporti eccita a tal punto la nuova macchina da scrivere (ottenuta dalla riparazione della precedente e presentata sottoforma di una testa aliena con protusioni falliche) che è questa a produrre una nuova e fenomenale droga liquida della quale Lee si nutre. Il cortocircuito è tanto visionario quanto lineare: scrivere alimenta deliranti fantasie che a loro volta alimentano la scrittura stessa. Un migliore omaggio di questo all’inquieta opera di Burroughs non poteva essere fatto.
A differenza di ‘Videodrome’, in cui Renn era l’unico filtro attraverso il quale distinguere verità da allucinazione, qui i deliri di William Lee ci sono mostrati attraverso la razionalità di altri personaggi. Hank (Nicholas Campbell) e Martin (Micheal Zelniker), che nella vita di Burroughs rappresentano Kerouac e Ginsberg, raggiungono William Lee nell’Interzona ed è attraverso i loro occhi che arriva una conferma necessaria: la convincente realtà che ci mostra il protagonista non esiste. I suoi deliri sono così reali che diventa indispensabile, attraverso poche ed efficaci scene, riportare la verità a un livello più concreto. La borsa che contiene i resti della fedele macchina Clark Nova è in verità piena di droghe e medicinali e questo riporta la visioni di Lee a quello che sembravano inizialmente ma che avevano acquisito un realtà tanto concreta.
Lee e il suo rapporto con la scrittura chiude il cerchio con la frase di apertura. ‘Sterminare tutti i pensieri razionali’ è quello che viene fatto prima attraverso la scrittura, poi attraverso le droghe e poi, ancora, tramite la scrittura stessa. Cronenberg mostra quale è per lui l’essenza della creatività: la rielaborazione e la scomposizione della realtà tanto da indebolirla e sostituirla con speculazioni irrazionali. Che siano queste devianze di una fantomatica corporazione che persegue lo scopo del controllo della mente attraverso le droghe o che siano i desideri di scrittori tanto carismatici quanto inquietanti come Tom Frost (uno Ian Holm ambiguo e crudele), poco importa.
Il passo di lato rispetto a ‘Videodrome’ c’è, non tanto teorico quanto di metodo. ‘Il Pasto Nudo’ si colloca a un livello più concettuale, più astratto. Un governo manipolatore che corrompe mente e corpo dei cittadini con la messa in onda di filmati subliminali viene sostituito dalla volontà del singolo di scomporre la propria coscienza e riplasmarla spazzando via ogni ombra di razionalità.
La vita di Burroughs presenta poi una sinistra coincidenza: era il 1957 quanto Kerouac e Ginsberg andarono a Tangeri in cerca dell’amico. Era il 1957 quanto lo scrittore Vance Packard pubblicò il libro ‘I persuasori occulti’ dove denunciava l’utilizzo di messaggi subliminali nei cinema, impiegati per manipolare la volontà delle masse.
Burroughs, Tangeri, Interzone Incorporated, messaggi subliminali, cinema, Cronenberg.
William Lee, davanti a queste curiose e inquietanti relazioni, avrebbe di certo stilato un rapporto per i suoi metamorfici datori di lavoro.
Senza dover ricorrere a una dose di paranoia in pillole una connessione è possibile farla: gli stati allucinatori descritti da Cronenberg ne ‘Il Pasto Nudo’ sono l’evoluzione spontanea di quanto raccontato in ‘Videodrome’. Se spogliati del mezzo che li conduce, diventano a tutti gli effetti una versione beat di quello che sarà il passo successivo nel percorso creativo del genio canadese: la realtà virtuale.
Ed è proprio con i mondi di silicio e megabyte che decidi di confrontarsi Cronenberg.

eXistenZ: DEVI GIOCARE PER CAPIRE PERCHE’ STAI GIOCANDO

“E’ andato in loop, non ne usciròà finchè non dirai una battuta che appartiene al dialogo del gioco”
Allegra Geller (Jennif Jason Leigh), eXistenz

E’ quindi il 1999 quando Cronenberg decide di saldare il conto con la sua volontà di spostare l’asticella della filosofia moderna sempre più in alto sostituendo tutti i quesiti dell’uomo con uno e uno soltanto: cosa è reale e cosa no? A un anno dalla fine del millennio, in realtà, non è il solo a porsi questa domande: tre sono i film che, nello stesso periodo, affrontano tematiche simili. ‘The Matrix’, ‘Il Tredicesimo Piano’ ed ‘eXistenZ’.
Nel percorso tracciato da Cronenberg che iniziava con le allucinazioni causate dalla Spectacular Optical di ‘Videodrome’, che continuava con le mutazioni dell’Interzona generate dalla combinazione di droghe e psicosi de ‘Il Pasto Nudo’, ‘eXistenZ’ è il naturale punto di arrivo.
Nel 1999 la realtà virtuale non è più solo fantascienza. Sono passati sei anni dall’uscita di Jurassic Park (1993), film che ha consacrato la CGI (computer grafica) creando dinosauri che allo spettatore sembrano più veri degli stessi attori, perciò il pubblico è pronto a credere in un mondo virtuale identico a quello in cui vive. ‘The Matrix’ lo fa a modo suo e funziona, perciò quale migliore occasione per Cronenberg di confondere e di estremizzare il principio dell’iperrealtà se non quella di creare un mondo indistinguibile da quello reale? Ma come farlo? L’idea alla base del film, il motore più grezzo dell’azione, nasce da un incontro tra Cronenberg e lo scrittore Salman Rushide dal quale origina il what if costituente la struttura di ‘eXistenZ’: cosa succederebbe nel caso di una crociata, una Fatwah, contro una creatrice di videogiochi? Perchè questo dovrebbe succedere? Quali sono i principi che un programma ludico potrebbe infrangere per scatenare una reazione così violenta? Da qui inizia la storia.

PILLOLA ROSSA O PILLOLA BLU?
Allegra Geller (una spericolata Jennifer Jason Leigh) è la game designer più famosa del mondo. Lavora per la Antenna Research e si trova alla vigilia del lancio sul mercato del suo innovativo ‘eXistenZ’, un videogioco che promette di essere il migliore mai realizzato. Il prezzo da pagare per potersi calare nelle realtà alternative proposte dai videogame è una bioporta installata sulla spina dorsale che permette di interfacciarsi direttamente con i game pod, evoluzione biotecnologica delle nostre più moderne consolle. La connessione viene fatta attraverso cavi molto simili, per forma e composizione, a cordoni ombelicali e una volta collegati il game pod prende vita dando il via all’esperienza di gioco. Durante la prima demo di gruppo di ‘eXistenZ’ però Allegra è vittima di un attentato: un membro del gruppo dei realisti tenta di ucciderla sparandole con una pistola fatta di ossa, carne e denti rivelando che è in corso una vera e propria guerra santa contro Allegra e contro i suoi videogiochi troppo veri in grado di minare l’essenza stessa della realtà.
Ted Pikul (Jude Law), apprendista della Antenna Research, porta in salvo la ferita Allegra e da qui inizia l’avventura dei due. ‘eXistenZ’ durante la sparatoria forse è stato danneggiato e l’unico modo per scoprire la gravità del guasto è giocare. Pikul dovrà farsi installare una bioporta ed entrare nel mondo virtuale insieme ad Allegra.
E’ in questo momento che, finalmente, lo spettatore entra in contatto con il videogame.
Ed è in questo momento che Ted Pikul si rende conto dell’impossibilità di distinguere tra la realtà simulata di ‘eXistenZ’ e quella in cui invece viene trascorsa la maggior parte della propria quotidianità. Inizia un gioco di scatole cinesi nel quale la programmazione del videogioco a volte prende il sopravvento sulla personalità dei giocatori, nelle quale si intersecano diversi livelli di irrealtà (per esempio, quando Pikul e Allegra si connettono a un secondo game pod mentre già sono all’interno del gioco) e nel quale a più riprese l’enigma tanto caro a Cronenberg viene messo al centro della narrazione. Come distinguere tra ciò che è reale e ciò che non lo è? Si può arrivare a uccidere convinti di essere nel videogioco e quindi non provare alcun rimorso per le più efferate azioni? Se le due realtà combaciano in tutto e per tutto, come distinguerle? Il movimento dei realisti si oppone con forza ai mondi virtuali creati da Allegra proprio perché troppo uguali a quello concreto della vita reale. Le scatole cinesi vengono aperte una dopo l’altra e alla fine della pellicola, quando si scopre che il mondo biomeccanico dei game pod, della Antenna Research, di animali mutanti usati come componenti di assemblaggio è una proiezione del videogioco tranCendenZ (curiosa l’assonanza fonetica e concettuale con il film di Wally Pfister e Johnny Depp uscito quest’anno), l’enigma riproposto nell’ultimo fotogramma è sempre lo stesso: siamo all’interno del videogioco? Estendendolo: questo mondo è reale? Allegra e Ted sono in realtà giocatori ma ciò che abbiamo visto, come rivela il finale, non è molto diverso da quello che succederà.

IL MANIFESTO FILOSOFICO DI CRONENBERG
I concetti espressi in questa trilogia della ‘Nuova Carne’ si aggrovigliano su loro stessi per poi rivelarsi ed ‘eXistenZ’, da questo punto di vista, è il film più chiaro ed esplicito. Il manifesto del nuovo progetto filosofico che il regista propone. Non solo perché Cronenberg ha spinto l’intero cast a leggere Sartre, Kierkegaard, Nietszche e Camus per trasmettere loro il senso ultimo di quello che stava facendo, ma anche perché al di là dei temi ricorrenti (carne, sesso, sangue e commistione tra tutte e le tematiche che ritroviamo in ‘Videodrome’ e ne ‘Il Pasto Nudo’), ‘eXistenZ’ è davvero il film più esplicito del regista. Non a caso è anche quello che sancisce la quadratura del cerchio, la conclusione della ricerca iperreale di Cronenberg. Come se la realtà virtuale, con i suoi rischi e i suoi vantaggi, fosse l’arma definitiva con la quale sbrogliare la matassa del cosa è vero e cosa non lo è.
Infatti, sotto molti aspetti, embrioni di quanto è stato mostrato in precedenza si ritrovano e si sviluppano in questo film. La mutazione allucinatoria del corpo di ‘Videodrome’, che diventa a tratti meccanico, viene istituzionalizzata in organismi mutanti creati apposta per costruire i game pod o per fabbricare pistole che sparano denti. Gli stessi game pod sono una commistione erotico-tecnologica e, per funzionare, hanno bisogno di un contatto morboso con chi li manovra come accadeva in ‘Videodrome’, nel momento in cui Renn veniva riprogrammata con l’inserimento di una videocassetta nel suo ventre. La violenza da cui il pubblico della CIVIC-TV era attratto come spettatore qui può essere vissuta in modo attivo senza provare alcun rimorso perché è tanto vera quanto relegata (forse) a una simulazione. Gli sfinteri parlanti de ‘Il Pasto Nudo’ attraverso i quali veniva indottrinato William Lee si trasformano nelle bioporte che veicolano il mondo virtuale nel cervello dei giocatori tanto da, a volte, prendere il sopravvento (Pikul lecca la bioporta di Allegra dicendo che ‘non ero io, era il mio personaggio!’) sulle personalità individuali.

LA BATTAGLIA PER LA REALTA’
Il conflitto è tra ciò che sembra essere, e ciò che in realtà è con tutte contrapposizioni che questo comporta. Non solo, il passo definitivo verso quello che Cronenberg vuole raccontare è suggerito anche in poche ma fondamentali battute a fine film. Nel gioco, nel mondo alternativo create da tranCendeZ, le emozioni dei partecipanti sono in grado di modificare la struttura stessa della storia ed è qui che si crea il cortocircuito definitivo che Cronenberg insegue da ormai diciotto anni (dal 1981 di ‘Videodrome’). Ciò che vedo nella realtà poi lo ritrovo nel gioco, ma ciò che vedo nel gioco è una proiezione di ciò che succede nella realtà. Christopher Nolan, con il suo ‘Inception’ (2010), ha razionalmente costruito qualcosa di simile definendo le regole dei livelli del sogno. I fratelli Wachowski con il loro ‘Matrix’ perimetrano la loro filosofia e la svolgono, lasciando a chi guarda il ruolo di spettatore del loro complesso disegno. Cronenberg, più sanguigno e spericolato, mostra solo la sua arma definitiva e lascia al pubblico il compito di trarre le conclusioni ritenute più opportune. Rischi compresi.
Sono passati quindici anni da ‘eXistenZ’ ma mai come oggi i semi piantati da Cronenberg sono pronti a germogliare. Oculus Rift, il definitivo visore per realtà virtuale che avvicina l’uomo alle tecnologie fantascientifiche dei ponti ologrammi trekker, è prossimo a essere immesso sul mercato. Le profezie del regista canadese stanno per avverarsi a tre lustri di distanza? Dal canto suo, sembra aver chiuso i conti con la ‘Nuova Carne’.
Dopo ‘eXistenZ’ Cronenberg abbandona i paradigmi filosofici e si dedica a questioni più introspettive (per quanto sempre connotate dalla sua visione opposta delle cose, ama vedere il mondo ‘dal punto di vista della malattia’) come se con il film del 1999 ogni cosa fosse infine andata al suo posto. Il paradigma è completo: non è possibile capire quando finisce la realtà e quando inizia un mondo diverso.
di Maico Morellini

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Sul Globo d’Argento – di Andrzej Żuławski

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★½

La fantascienza è una delle narrazioni di genere più versatili a disposizione di autori e cineasti: può essere intrattenimento, può essere finzione, può spingere l’acceleratore sugli aspetti più scientifici o può proiettare lo spettatore qualche decennio nel futuro, indirizzando il suo potente obiettivo in direzioni meno tecnologiche. E può, in alcuni casi, diventare un affilato strumento di critica sociale.

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Assassin’s Creed di Justin Kurzel

Tempo di lettura: 2 minuti

VOTO:★½☆☆☆
I film ispirati ai videogiochi hanno molto spessp generato pellicole discontinue, indigeste e soprattutto indecise tra l’essere un videogame evoluto o un lungometraggio a mezzo servizio.
Assassin’s Creed, purtroppo, non fa eccezione.

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