GOT – Verità e memoria

Tempo di lettura: 3 minuti

Primo comandamento: se una cosa non ci è piaciuta, non è detto che sia sbagliata, che non funzioni o che sia in valore assoluto una schifezza. Secondo comandamento: da un po’ di anni a questa parte non provo tanto interesse nel dissezionare fotogramma per fotogramma un film (o una serie tv) cercando di demolirlo (o demolirla). Preferisco concentrarmi molto di più su quello che funziona, su quello che mi ha affascinato, su quello che mi ha sorpreso. E la stagione finale di GOT mi ha sorpreso in più punti.

Ha difetti? Certo. Ha ritmi e modi del tutto differenti dalle prime sei stagioni? Assolutamente. Ma ha anche idee, un suo coraggio e una sua armonia. E soprattutto ha confermato di avere un messaggio di fondo decisamente interessante. Qualcosa che non ti aspetteresti. Ho parlato in questo breve articolo di una cosa che mi aveva stupido nel secondo episodio, di una celebrazione della memoria, dei ricordi e del loro legame con le emozioni. Qui il concetto viene esteso nel colpo di scena più inaspettato dell’intera stagione (da qui in poi, SPOILER).

“What unites people? Armies? Gold? Flags? Stories. There’s nothing more powerful in the world than a good story. Nothing can stop it. No enemy can defeat it. And who has a better story than Bran the Broken? The boy who fell from the High Tower and lived. He is our memory, the keeper of all our stories. Who better to lead us into the future?”

TYRION LANNISTER

Storie. Memoria. Verità. Al di là della sincera, persino in modo disarmante, ammissione dei due sceneggiatori David Benioff e D. B. Weiss che ci dicono chiaro e tondo cosa abbiamo appena visto, una storia, niente di più, niente di meno. Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco che diventano un libro nel libro, anzi nella serie, una quieta affermazione di ciò che hanno fatto: intrattenimento, narrazione. Al di là di questo, dicevo, c’è un concetto molto più profondo.

Le tragedie dei Sette Regni sono tutti originate dalle menzogne. Le menzogne sulla discendenza di Robert Baratheon, le menzogne di Ditocorto, le menzogne della Regina di Spine, dei Frey. Di tutti e di tutto. Le menzogne e l’assenza di memoria. Lo stesso Jaime Lannister porta su di sé il pesante fardello della bugia, di una storia non raccontata e così vale per Jon Snow. Fino a quando Tyrion Lannister non decide di aprire il proverbiale vaso di Pandora: le storie sono ciò che il popolo ama, ancora più della democrazia così maldestramente proposta da Samwell Tarly. Le storie, ma storie che abbiano una vera e pura memoria di ciò che è stato e quindi di ciò che sarà.

Brandon lo Spezzato non può mentire, o meglio non gli interessa mentire. Ed è la memoria di Westeros. E’ la sintesi perfetta di ciò che dovrebbe essere. Ma non solo nei Sette Regni, anche qui e ora. Il ricordo. La celebrazione di ciò che è stato e in questo la capacità di preservare ciò che sarà. A fronte di un messaggio come questo, che non è casuale perché semi di ciò che sarebbe stato si trovavano già nella seconda puntata, i peccati dell’ultima stagione non sono poi così gravi. A fronte della distruzione del potere in quanto tale, lo scioglimento del Trono di Spade a opera della forza più selvaggia, i peccati dell’ultima stagione non sono poi così gravi.

E’ una conclusione perfetta? No, ovviamente no. Ci sono forse semplificazioni ma, lo ripeto, ci sono idee. C’è un’evoluzione dei personaggi che non è peregrina, affatto. Può non piacere, ma non è peregrina. E, lo ripeto, c’è un messaggio che oggi, qui, nel nostro presente è tutto meno che banale. E poi c’è la fine di una piccola epoca. Scusate se è poco.

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