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La forma dell’acqua – di Guillermo del Toro

Tempo di lettura: 4 minuti

VOTO:★★★★½

“A volte penso che sono nato troppo presto o troppo tardi per la mia vita.” – La forma dell’acqua – Giles

Chiunque viva questi tempi tribolati trovandosi suo malgrado attrezzato con un minimo di sensibilità avrà fatto la stessa considerazione di Giles (un Richard Jenkins in gran forma): viviamo troppo tardi o troppo presto per trovarci davvero a nostro agio qui e oggi.
La forma dell’acqua racconta (anche) questo: una squisita, delicata favola, uno specchio acquatico nel quale cercare il riflesso che più ci assomiglia senza dimenticare mai che tutti abbiamo, chi più chi meno, un carico di solitudine sulle spalle.
Elisa Esposito (una straordinaria Sally Hawkins, nominata all’Oscar non per caso) è una donna delle pulizie. Muta e sognatrice vive in un mondo fatto di piccoli rituali e di pochi, fedeli amici. Tra questi il pittore omosessuale Giles e la spumeggiante Zelda (Octavia Spencer), collega di Elisa presso il centro governativo di ricerca in cui entrambe lavorano. E’ proprio in uno dei laboratori del centro che Elisa incontrerà la mistica creatura anfibia destinata a cambiare per sempre la sua vita.
La forma dell’acqua è un favola d’amore, su questo non ci devono essere dubbi. Proprio come una favola inizia con un ‘C’era una volta’ e finisce con un ‘E vissero tutti felici e contenti’. Del Toro non fa nulla per nascondere la natura onirica del suo film: traccia un binario ben preciso con colori e suggestioni che solo lui sa maneggiare in questo modo e procede su quella via sapendo bene dove vuole andare.
Perciò la forza de La forma dell’acqua non va ricercata in una trama complessa, intrecciata o sorprendente. La potenza del film è tutta nei riflessi che proietta. E’ una storia di solitudine, di disagio, di persone fuori posto.
E’ fuori posto Elisa, menomata da una violenza che l’ha resa muta. E’ fuori posto Giles, sensibile e solo in un mondo che non sa o non vuole accettarlo. E’ fuori posto Richard Strickland (Michael Shannon), intrappolato nella gabbia meschina e misera che ha scelto di abitare. E’ fuori posto il dott. Robert Hoffstetler (un Michael Stuhlbarg che assomiglia sempre più a Robin Williams), scienziato idealista che non trova una ragione nel cinismo della guerra fredda. Ed è fuori posto la creatura (il solito, fantastico Doug Jones), strappata dal mondo che conosce e trattata come una cavia da laboratorio.
Nella solitudine, nell’inutile sforzo di trovare il proprio posto in un mondo che non sembra capace di accettare le diversità, tutti loro diventeranno migliori (o peggiori nel caso di Strickland) di ciò che credevano.
Perciò amore. E speranza. E forza. La creatura più diversa da noi che possiamo immaginare è capace di darci coraggio, di farci diventare ciò che vorremmo essere senza aver mai avuto la tenacia di tentare.
L’acqua assume tante forme, Del Toro ce lo ricorda durante tutto il film giocando con colori, luci, ombre e immagini. E in quelle forme riflette il nostro presente: la crisi del cinema, la difficoltà di accettare i diversi, il cinismo di un mondo che cambia lasciando indietro chi non vuole seguirne il passo. Lo fa senza spiegare, lasciando allo spettatore il piacere di ritrovarsi nelle metamorfosi dell’acqua. Non è banale: in un cinema o troppo didascalico o impegnato in modo maniacale a spiegare ogni singola virgola, affidare a chi guarda le proprie intuizioni è un segno di grande fiducia.
Del Toro racconta questa fiducia nel film e la offre al pubblico come gesto di estrema generosità.
Amore. Per gli altri. Per la musica. Per il cinema. C’è tutto questo e tutto è amalgamato in maniera morbida, senza strappi.
La forma dell’acqua è un soffice caleidoscopio nel quale tuffarsi. Una miscela dolce, commovente e positiva che offre speranza. La speranza che a volte, se si incontrano le persone giuste, è ancora possibile distillare il meglio di noi. E non il peggio.

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