[Recensioni Film] – ‘Mad Max – Fury Road’ di George Miller

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★★

Reboot, sequel o remake che sia, poco importa. ‘Mad Max – Fury Road’ arriva forte come un cazzotto nello stomaco a riempire quel vuoto concettuale che nessuno, dal 1985 (anno di uscita di ‘Mad Max – Oltre la sfera del tuono’) a oggi, era riuscito a colmare.
La post-apocalisse distillata in sangue e motori è sempre stata retaggio di George Miller (e degli spin-off nati dalle costole ferrose di Mad Max) e se qualcuno pensava si trattasse di un clichè sdrucito che poteva appartenere solo agli anni ottanta, con ‘Fury Road’ è costretto a fare pubblica ammenda e ricredersi su tutta la linea.
La trama. Max (Tom Hardy) è un sopravvissuto che convive con i demoni del suo passato: Miller accenna appena alla tragica morte di moglie e figlia che hanno trasformato Max Rockatansky in un avatar di pura vendetta. Ciò che capiamo subito, invece, è che Max cerca solitario la via della sopravvivenza in un modo devastato dalla guerra e precipitato in un medioevo fatto di sangue, motori e nuove divinità pagane.
Il suo cammino è destinato a incrociare quelle di Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne), leader sanguinario della Cittadella che controlla i suoi sudditi grazie a un dissacro culto mistico da lui stesso ideato. Il guerriero della strada, suo malgrado, sarà coinvolto nello scontro tra Immortan Joe e la Imperator Furiosa (una Charlize Theron monca e S-T-R-E-P-I-T-O-S-A) che intende portare al sicuro le cinque mogli di Keays-Byrne.
Dal secondo minuto fino alla fine del film (poco più di due ore) assistiamo a quello che è un unico, asfissiante, monolitico e spettacolare inseguimento. La cisterna di Furiosa tenterà di sfuggire alle orde motorizzate di Immortan Joe, del Mangiauomini di Gas Town e del Fattore di Bullet Farm e per farlo avrà bisogno dell’aiuto di Mad Max.
Miller confeziona una vera e propria lezione di cinema. L’ecosistema allucinato e allucinante della Cittadella è spiegato grazie a poche, sapienti e sanguinarie pennellate. I Figli della Guerra, pallide truppe armate di Immortan Joe, spiegano con scarne ma efficaci parole il credo nel quale Joe li ha intrappolati. Parlano di Valhalla, di cromatura, di sacche di sangue e sono felici di morire servendo Joe e i suoi veri figli.
Visivamente tutto sembra uscito da un caleidoscopio inarrestabile di pura e logica follia. L’enorme macchina che accompagna le truppe di Joe, armata di tamburi e di potentissime casse, fa da colonna sonora a tutto l’inseguimento scandendo esplosioni e morti con gli assoli di chitarra dell’incendiario Figlio di Guerra che la controlla.
Miller sparge ovunque la sua pregevolissima arte: il colpo di pistola assorda Mad Max e anche noi grazie a effetti sonori che hanno la capacità di proiettarci dentro l’inseguimento. Tutto è finalizzato a sospendere l’incredulità dello spettatore non lasciandogli un attimo di tregua, proiettandolo dentro l’inseguimento e intrappolandolo tra le pieghe del rimorso che flagella Max.
Mad Max. Imperator Furiosa. Immortan Joe. Nux (Nicholas Hoult). Se la grandezza dei personaggi si misura da come questi ci vengono presentati, Miller confeziona un pantheon di divinità perfette e inattaccabili. L’ingresso in scena di ciascuno dei protagonisti è una perfetta metafora di ciò che sono e della potenza visiva che possiedono. La scelta di non adottare un punto di vista predominante, poi, rende il tutto ancora più equilibrato e corale.
Imperator Furiosa è il vero motore dell’azione ed è lei a raccogliere la pazzia di Max, la sua sete di vendetta, per trasformarla in qualcosa di più nobile: redenzione. Ma una redenzione da raggiungere attraverso il sangue. Ed è poi lo stesso Max a indicare la nuova via a Furiosa contaminandone la disperazione finale con la follia che lo consuma.
I dialoghi sono asciutti ed essenziali, dosati con una parsimonia tale da rendere ogni singola parola importante quanto il vaticinio di un sanguinoso oracolo.
Miller, trent’anni dopo, dimostra che gli anni ottanta non sono mai davvero finiti e senza devastare lo spettatore con un eccesso di informazione, con una scrittura macchinosa o con inutili preoccupazioni da cineasta, ci regala qualcosa di unico. Qualcosa di così perfetto e adrenalinico, nel suo genere, da alzare l’asticella per tutti coloro che verranno.
Mi vengono in mente solo tre parole: ne vogliamo ancora!
di Maico Morellini

DOVE PARLO DI MAD-MAX: FURY ROAD?
– Mad Max: ciò che resta dell’apocalisse
– Nocturno.it : Mad-Max: il ritorno del guerriero

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Comments (1):

  1. Fabrizio

    7 luglio 2016 at 14:11

    Il meglio del meglio….

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Ghostland – di Pascal Laugier

Tempo di lettura: 3 minuti

Adoro Pascal Laugier, anche se non ci andrei nemmeno a bere un caffè tanto mi preoccupa il funzionamento della sua mente. Lo adoro a tal punto da aver messo il suo Martyrs in cima alla mia classifica dei 20 film horror. L’ho adorato anche nel meno convincente The Tall Man (2012) perciò aspettavo con una certa trepidazione Ghostland (in Italia, La Casa delle Bambole). Laugier non mi ha deluso, anzi.

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Il fallimento del futuro?

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Quando il futuro ha smesso di essere un faccenda di cui occuparci? Quando è diventato esclusivo demanio di multinazionali e governi? Mi guardo intorno e dal mio limitato osservatorio vedo che da una parte si ragiona di connettività, infrastrutture, intelligenze artificiali, gestione dei dati, ripristino e trasformazione in un grande corridoio informatico della vecchia Via della Seta (per fare un esempio). Dall’altra si è concentrati su un presente abbastanza misero (dal punto di vista concettuale), fatto di sussistenze, di paure, di contrazioni sociali, di ritorno ad alchemiche ricette ottocentesche, di esclusioni e di frammentazione del tessuto connettivo che dovrebbe tenere insieme tutto. Uno Jedi direbbe che abbiamo smesso di essere in comunione con la Forza.

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