Ágota Kristóf

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“Certe vite sono più tristi del più triste dei libri”

Ed è anche e soprattutto questo La Trilogia della Città di K. Un viaggio a tratti onirico, a tratti fiabesco e a tratti fin troppo vero. Un viaggio che inizia, che conduce, che esplora e che finisce nell’infelicità. L’infelicità di due fratelli gemelli che affrontano i morsi velenosi della guerra e che devono -vogliono – desiderano – essere preparati all’orrore della vita. L’infelicità di una solitudine talmente forte e talmente violenta da deformare i confini stessi della realtà. L’infelicità dell’esistenza, di chi affida le proprie emozioni, le proprie speranze e i propri dolori a un incanto tanto effimero quanto spietato come solo la scrittura sa essere. Perché la scrittura, lo scrivere è il fil rouge che unisce tutte le assenze del romanzo.

“Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe, è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli essere umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti”

Ágota Kristóf tessa una tela e mette in scena un dramma. Un dramma in tre atti. Un dramma la cui tecnica narrativa è parte stessa delle emozioni che l’autrice ci fa scorrere attraverso. Un dramma che parte dalla scrittura, continua nella scrittura e naufraga in quella stessa scrittura. Una scrittura – anzi una parola scritta – che può essere vera o può essere falsa ma che a modo suo non mente mai, anche quando sa di mentire. Che si avvita su sé stessa finendo con il confondere ogni cosa a lasciandoci con l’impressione che alla fine, poi, la comprensione non è nemmeno così necessaria. Perché il dolore, quello vero, non si può comprendere. E c’è tanto dolore nella pagine di Ágota Kristóf. Un dolore solitario che contempla sé stesso. Che tenta di liberarsi dalle sue stesse limitazioni. Che cerca motivi laddove c’è solo la semplicità di un orrore famigliare misto a quello di una guerra senza senso, una guerra che si subisce. In tutto e per tutto.

“Mi hai fatto male, lo sai?Il bambino dice:Anche tu mi hai fatto male, ma tu non lo sai”

Questo ci resta tra le dita, una pagina dopo l’altra. Un male fatto senza saperlo, un male subito senza cercarlo, un male fatto sapendo. Ma è tutto inevitabile, nella Città di K. Di quella predestinazione che sembra ostinarsi, stringersi, soffocare e forse persino abbracciare nella confortevole solitudine di chi infligge solitudine e di chi di quella solitudine non può fare a meno.

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