BROOKE BOLANDER

Tempo di lettura: 2 minuti
L’unica innocua meraviglia – di Brooke Bolander

“Non importa ciò che fai, passano quaranta o cinquanta o cento anni e tutto diventa un filo narrativo con cui giocare: così i maestri dell’alchimia mediatica scindono i nuclei della verità che si ripercuotono in una reazione a catena di realtà altamente divergenti.” Broole Bolander

L’essenza della memoria, o della mancanza di memoria, o della distorsione della memoria è l’ecosistema sul quale si sviluppa la favola nera (e anche troppo terrena) raccontata da Brooke Bolander ne “L’unica innocua meraviglia”. L’autrice affonda le mani nello stereotipo che vuole gli elefanti come portatori di una memoria impossibile da cancellare, che si propaga e si trasmette, ancestrale, attraverso il tempo e persino attraverso le specie. Le immerge nelle leggende e nella tribalità di una specie associata al pericolo nucleare (meravigliosa l’immagine di copertina) ed estrae la materia prima, un fango mistico e cinico, con il quale modella il suo racconto. Così Regan, umana che vive nel presente perché il futuro gli è stato tolto, rappresenta la mancanza di quella memoria che rende gli elefanti portatori di Storie. Così Topsy, allontanata dal branco, dalle Madri, dall’eredità mentale di una razza che fa dei racconti una religione ancestrale, rappresenta un richiamo a cui è impossibile resistere. Così l’unione tra le due, tra Regan e Topsy, tra la rabbia e la memoria, tra la memoria e la vendetta, catalizza una nuova essenza. Una forma nuova e nobile, pronta a essere però mistificata dalla cronica, cinica, voluta e tossica mancanza di memoria dell’uomo. Pronta però a essere ricordata dalla devozione della Madri, degli elefanti, alla verità. La storia di Brooke Bolander è romantica e spietata. È rabbiosa e nitida. Raccoglie le storture nel presente e le nasconde in un futuro nel quale qualcuno – e non può essere l’uomo – deve ricordare la verità.

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