RL – ‘I Simulacri’ di Philip K. Dick

Tempo di lettura: 2 minuti

Quando si parla di un romanzo scritto da Philip Dick è praticamente impossibile staccarsi dalla straordinaria e spericolata biografia dell’autore così come è impossibile non riconoscere tratti distintivi ricorrenti nelle sue opere.
‘I Simulacri’ (1964) non è un’eccezione. Ambientato negli Stati Uniti d’America e d’Europa, nati in seguito all’annessione della Germania Ovest agli Stati uniti, i Simulacri è un affresco inquietante e disturbato della società americana temuta e, per certi versi, profetizzata da Dick. L’inganno perpetrato ai danni dei ‘Be’, cittadini di serie B che non hanno accesso ai segreti di stato e che utilizzano persino un vocabolario più ridotto rispetto ai ‘Ge’, è estremo: il Presidente degli Stati Uniti è un costrutto, un simulacro appunto, che credono di eleggere liberamente e la reale detentrice del potere è l’eternamente giovane First Lady. Dietro questa sconvolgente truffa si srotola una società fortemente gerarchizzata e controllata dalla Polizia Nazionale, da multinazionali che hanno bandito gli psichiatri in favore degli psicofarmaci, e da molti personaggi diversi che raccontano il loro pezzo di vita in questa nazione disturbata e disturbante.
Sullo sfondo, sempre e comunque, l’idea di una fuga verso Marte come unica possibilità di riscatto. L’idea di un posto in cui potersi rifugiare per abbandonare le vessazione e gli schemi tossici (tanto da scatenare vere e proprie dipendenze) della società americana.
Dick non si limita in nulla, e anzi, esplora zone complesse ed estreme. Dalla standardizzazione dei sentimenti e dei rapporti uomo-donna (nel 1964 divorzierà e ci sono evidenti richiami alla separazione ne ‘I Simulacri’), come se fosse possibile decidere dei propri sentimenti grazie a chiare procedure legali, alla profonda psicosi del pianista psicocineta. Tutto il romanzo, oltre ad essere un’articolata storia di fantapolitica, è un balletto di aspettative, desideri mancanti, paure, passioni soffocate e passioni indotte (il costrutto insettoide marziano è un catalizzatore ambulante di desideri, qualcosa che trasmette interessi ed emozioni, ma sempre un costrutto). Nessuno dei protagonisti, dal primo all’ultimo, appare pienamente soddisfatto di ciò che ha e le scatole cinesi della struttura governativa trasmettono una sfiducia quasi cosmica nelle strutture di controllo e nei governi.
Se l’ucronica distopia de ‘La Svastica sul Sole‘ (1962) disegnava un futuro in mano ai nazisti, oscuro e con poche speranze, anche la vita negli Stati Uniti del futuro è isolazionista e priva di attrattive.
Il legame dei governanti americani con il passato nazista, poi, è un’ulteriore fil rouge tra questi romanzi separati da due soli anni.
Uno dei pochi, pochissimi difetti, è forse l’eccessiva coralità di un romanzo che, vista la brevità, dice tantissime cose attraverso molti punti di vista. E questo può disorientare o frammentare troppo la narrazione.
Il finale, invece, a mio modo di vedere è azzeccato e giusto. Trasmette un senso di egoismo e malvagità che appare tipico dell’uomo in tutte le sue configurazioni, siano esse preistoriche o moderne. E, come spesso accade nei romanzi di Dick, la speranza è un lusso che non appartiene a questa terra; qui è incarnata dall’ambizione di una fuga verso Marte.

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