La necessità degli assoluti

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Piccola, doverosa premessa: molte (se non tutte) le considerazioni che trovano spazio su questo sito nascono dallo ‘studio’ del mondo social e del mondo web. Vivo in una quieta provincia, non frequento salotti culturali e non ho un osservatorio privilegiato che mi consenta di ragionare di dati certi sui grandi numeri. Perciò mi limito a interpretare alcune tendenze che mi sembrano più o meno consolidate, anche a costo di ribadire banalità.
Già tempo addietro mi ero interrogato sull’effetto delle troppe notizie, della velocità con la quale queste vengono proposte e sull’impossibilità di elaborarle concedendosi il giusto tempo per farlo.
In questi ultimi mesi ho notato un’altra tendenza che secondo me si sta ritagliando sempre più spazio all’interno del mondo social: la necessità degli assoluti, appunto. Cosa intendo?
Intendo il formarsi sempre più frequente di gruppi che tendono a disporsi ai lati di una teorica gaussiana di gradimento lasciando, di fatto, la neutralità centrale del tutto sguarnita. Sui social o le cose sono stupende o fanno schifo. E attorno a questi due assoluti tendono sempre più a raggrupparsi masse maggiori. E’ raro trovare, sui social, la neutralità. E’ molto raro incappare in un parere tiepido. E’ difficile incrociare, per esempio, una recensione di un libro, di un album musicale, di un film che adotti come metro di giudizio una sciapa neutralità. Un due e mezzo su cinque, per intenderci.
Perché? Ho tentato di darmi una risposta, e ne ho trovato due.
La prima è un corollario della dinamica di popolarità dei social: un giudizio tranciante o un’esaltazione totale attirano più interazioni e scatenano discussioni più accese che, a loro volta, finiscono con il far crescere il ‘numero di accessi’. Che incrementano, appunto, la popolarità.
La seconda è insita nella struttura stessa dei social network: a dispetto di quanti sostengono che Facebook, Twitter, Pokemon Go e tutte quelle piattaforme che comunque prevedono interazioni con altri esseri umani, alienino le persone dalla socialità, la realtà è secondo me ben più complessa. Siamo ormai abituati a essere in compagnia di qualcuno in ogni momento, e questo ci porta alla necessità di sentirci parte di qualcosa. Di una comunità, piccola o grande che sia, confortevole e capace di sostenere le nostre stesse idee. In questo gli assoluti sono potentissimi collettori. E’ molto più facile riunirsi intorno al disprezzo o alla passione che farlo condividendo una sobria neutralità.

Questo, cosa comporta? Non lo so. Non sono un sociologo, posso solo azzardare.
Ma l’impressione è che l’affezione spasmodica per l’assoluto finisca con il deformare il nostro modo di percepire le cose. Sforzarsi di continuo nella ricerca della perfezione o del suo contrario finisce con il farci credere davvero che l’unica possibilità siano gli estremi. Perciò, qualcosa che nasce come uno stratagemma concettuale per esaltare le dinamiche social, per costruire schieramenti confortevoli o scatenare aspri scontri, diventa il nuovo paradigma attraverso il quale misurare il mondo. Senza accorgercene, diventiamo propensi alla passione assoluta o al disprezzo assoluto dimenticando che, come sempre, la realtà si misura in scale di grigio.
Non in bianco o nero.

 

 

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Hill House, il passato e l’inferno

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Mi sono avvicinato alla serie Netflix di Hill House con un certo timore, lo stesso timore che chiunque abbia letto il libro ha provato al pensiero di vedere il complesso capolavoro di Shirley Jackson deformato (e forzato) in una serie televisiva con tempi e ritmi diversi di quelli di una solidissima narrazione. Fortunatamente Mike Flanagan, regista che apprezzo molto (suoi sono, tra gli altri, Oculus e Somnia), ha deciso di percorrere una strada diversa. Hill House, una casa che definire infestata è decisamente riduttivo, è ‘solo’ ambiente e suggestione. Nessun personaggio (a parte qualche doveroso omaggio), nessuna situazione riadattata, di fatto una storia nuova che sceglie come ambientazione la tremenda casa fatta di corridoi, angoli scuri e presenze sinistre.

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Rapporto di fine anno – 2018

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Il primo post di questo sito è datato 30 Novembre 2010 perciò sono passati otto anni dalla sua messa on-line, otto anni nei quali, come si dice, ne é passata di acqua sotto i ponti. Quest’anno per la prima volta però voglio prendermi il lusso di riepilogare con un post tutte quelle che sono state le mie attività letterarie, o para letterarie, dell’anno appena trascorso.
Perché?
Perché chi come me si occupa di letteratura con serietà e professionalità, ma nel risicato monte ore del dopo lavoro (quello che fa pagare le bollette, per intenderci), sa cosa si prova nel sentirsi sempre in ritardo. Sa come può essere logorante quel vago (ma persistente) senso di colpa del “non fare mai abbastanza”, di essere un passo indietro rispetto a non si sa bene cosa. Una spiacevole sensazione che spinge verso una sorta di bulimia creativa per la quale si scrive, si finisce un progetto, ma non si ha mai il tempo (o la forza) di goderne appieno perché “c’è sempre qualcosa di nuovo da fare”.
Insomma, un po’ per ringraziare chi mi segue, chi mi legge, chi mi ascolta, un po’ per tirare una linea oltre le quale osservare con quieta soddisfazione cosa si è fatto, ecco qui il mio rapporto di fine anno: tutto quello che ho pubblicato (e dove) nel corso dei dodici mesi appena trascorsi. Si vi siete persi qualcosa, se volete condividerlo o commentarlo qui o altrove, sapete di essere i bene accetti. Sempre e comunque!

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