Ponzio Pilato nel ventunesimo secolo

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La scrittura consente molte meraviglie e una di queste è poter far dire ai propri personaggi, magari invischiati in situazioni estreme, quello che vorremmo dire noi. La fantascienza, poi, permette ancora qualche licenza in più consentendo di creare situazioni estreme molto particolari.
Mi è successo recentemente, nel racconto pubblicato sull’antologia D-Doomsday, di divertirmi a fare una cosa del genere questa volta attraverso la voce letteraria di uno scrittore, pensa te che caso, incastrato in una sorta di post Apocalisse.
Però ci sono anche momenti in cui lo scrittore ha voglia di essere lui a dire certe cose e questo è uno di quei momenti. Perciò vesto i panni del mio personaggio e apro un piccolissimo vaso di Pandora.
Tutto ruota intorno alla parola ‘Responsabilità’ e non nella sua accezione mutilata da un sedicente gruppo parlamentare che si nasconde dietro l’illuminato principio che gli dà il nome. Perchè prendersi carico di qualcosa, sentirti in dovere di prestare attenzione a quello che si fa e che si dice o alle persone che dipendono da noi è senza dubbio una cosa positiva. Illuminata e alla base di quella che dovrebbe essere la società civile contemporanea.
Ma, in tutte le cose, c’è un lato oscuro. E l’uomo, nella sua storia millenaria, è sempre stato bravo a esaltare le ombre finendo con il soffocare la luce. Così è successo anche per il concetto di ‘Responsabilità’.
Non so dire chi ha iniziato o come è cominciata. Se a dare il ‘la’ è stato chi la responsabilità la doveva avere, e non la voleva più, o chi la responsabilità l’ha cercata come vendetta, come fonte di guadagno, come scorciatoia o strumento di ricatto.
Fatto sta che adesso siamo arrivati a ingessarci in un paradosso degno del più originale film di fantascienza. Tutti smaniano, quando una cosa non funziona in modo perfetto, nella ricerca di un responsabile. Se il bambino si ammala a scuola, se si fa male in gita, se un intervento chirurgico va male, se una diagnosi non è perfetta, se il mondo non è facile come vorremmo.
La colpa deve essere di qualcuno, e si cerca il responsabile con una veemenza al limite del violento. Lo scotto da pagare qual’è, poi? Che per paura di cadere sotto la scure della ‘Responsabilità’ nessuno fa più nulla.
Gli insegnanti non portano più i ragazzi in gita, i medici trasformano ogni diagnosi in qualcosa di potenzialmente letale, le amministrazioni comunali non fanno nulla per paura che qualcuno decida di dare loro la colpa se il ciottolato ha causato un inciampo, e salendo verso i vertici del potere arriviamo a una vera e propria immobilità di interi governi.
Non è pura e semplice teoria. Adesso, per ogni cosa, cerchiamo qualcuno su cui scaricare le nostre frustrazioni e la risposta che si ottiene è che nessuno, in nessuno modo, vuole questa ‘Responsabilità’.
Perciò ecco il fiorire di moduli da compilare per scrivere nero su bianco che qualsiasi cosa succeda non è colpa di nessuno con un unico, paradossale, risultato: non solo i colpevoli spariscono, ma tutti rimaniamo bloccati in un’immobile parodia pilatesca.
Nel nostro piccolo, sul lavoro, abbracciamo la selvaggia necessità di non essere responsabili. Rifuggiamo dalla responsabilità di educare i figli lasciandoli a qualcuno che lo faccia al posto nostro. Rifuggiamo dalla responsabilità anche solo di vivere o essere felici.
Io non ci sto, e voi?

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Hill House, il passato e l’inferno

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Mi sono avvicinato alla serie Netflix di Hill House con un certo timore, lo stesso timore che chiunque abbia letto il libro ha provato al pensiero di vedere il complesso capolavoro di Shirley Jackson deformato (e forzato) in una serie televisiva con tempi e ritmi diversi di quelli di una solidissima narrazione. Fortunatamente Mike Flanagan, regista che apprezzo molto (suoi sono, tra gli altri, Oculus e Somnia), ha deciso di percorrere una strada diversa. Hill House, una casa che definire infestata è decisamente riduttivo, è ‘solo’ ambiente e suggestione. Nessun personaggio (a parte qualche doveroso omaggio), nessuna situazione riadattata, di fatto una storia nuova che sceglie come ambientazione la tremenda casa fatta di corridoi, angoli scuri e presenze sinistre.

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Rapporto di fine anno – 2018

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Il primo post di questo sito è datato 30 Novembre 2010 perciò sono passati otto anni dalla sua messa on-line, otto anni nei quali, come si dice, ne é passata di acqua sotto i ponti. Quest’anno per la prima volta però voglio prendermi il lusso di riepilogare con un post tutte quelle che sono state le mie attività letterarie, o para letterarie, dell’anno appena trascorso.
Perché?
Perché chi come me si occupa di letteratura con serietà e professionalità, ma nel risicato monte ore del dopo lavoro (quello che fa pagare le bollette, per intenderci), sa cosa si prova nel sentirsi sempre in ritardo. Sa come può essere logorante quel vago (ma persistente) senso di colpa del “non fare mai abbastanza”, di essere un passo indietro rispetto a non si sa bene cosa. Una spiacevole sensazione che spinge verso una sorta di bulimia creativa per la quale si scrive, si finisce un progetto, ma non si ha mai il tempo (o la forza) di goderne appieno perché “c’è sempre qualcosa di nuovo da fare”.
Insomma, un po’ per ringraziare chi mi segue, chi mi legge, chi mi ascolta, un po’ per tirare una linea oltre le quale osservare con quieta soddisfazione cosa si è fatto, ecco qui il mio rapporto di fine anno: tutto quello che ho pubblicato (e dove) nel corso dei dodici mesi appena trascorsi. Si vi siete persi qualcosa, se volete condividerlo o commentarlo qui o altrove, sapete di essere i bene accetti. Sempre e comunque!

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