Living Force

‘Il Cacciatore di Androidi’ – Ridley Scott, 1982 – 2012

Tempo di lettura: 5 minuti

 

Questo pezzo è stato pubblicata integralmente sul numero 34 del Living Force, fanzine del Fan Club Yavin 4.

Nel 1982 il quarantacinquenne Ridley Scott continuò, dopo il capolavoro di Alien (1979), quella che sembrava essere diventata la sua nuova deriva fantascientifica di grande successo. E lo fece girando quella che viene ricordata come una delle migliori pellicole di genere mai realizzata: ‘Blade Runner’. Il titolo del film deriva dal romanzo di Alan E. Nourse, ‘The Bladerunner’ (1974) ma riprende i contenuti di un altro romanzo, ‘Il cacciatore di Androidi’, scaturito dalla geniale e tormentata penna di Philip K. Dick nel 1968.

Recensioni Film – ‘Inception’ di Christopher Nolan

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★★

Questa recensione/analisi è stata pubblicata integralmente sul numero 29 del Living Force, fanzine del Fan Club Yavin 4.

Quando si pensa alla magia di solito fanno capolino tra i nostri pensieri o barbuti stregoni o illusionisti intenti a deliziare il pubblico con giochi di prestigio.
Eppure c’è un’altra arte che è in grado di distillare gli stessi portenti: il cinema. Proprio quando ci si sta per rassegnare all’idea che certe emozioni siano retaggio di un passato destinato a non ripetersi, ecco che c’è qualcuno pronto a smentirci.
E questo qualcuno, negli ultimi anni, è un ragazzo londinese classe 1970 che mastica cinema da quando di anni ne ha sette. Questo qualcuno potrebbe essere, se non lo è già, la versione secondo millennio di quel cinema che negli anni settanta ha rivoluzionato la settima arte grazie a persone come George Lucas e Steven Spielberg.
Sto parlando di Christopher Nolan e la sua ultima magia ha titolo ‘Inception’.

Era da quel fatale maggio 1999, da Matrix, che non mi capitava di restare così rapito davanti a un film, così sospeso in un’incredula meraviglia per la perfezione e per la complessità alla quale stavo assistendo. La grandezza di ‘Inception’ va dalla definizione dei personaggi allo sviluppo della trama ma dove il genio di Nolan dà il suo meglio è nella metodica e implacabile definizione della ‘scienza onirica’, delle sue leggi, delle sue regole e persino della sua valenza religiosa.
Raffrontare ‘Inception’ con il capolavoro dei fratelli Wachowski viene spontaneo perché entrambi partono da un concetto semplice, in termini di definizione: niente è come sembra e, per esteso, la realtà che ti circonda non è la vera realtà.
Ma se in ‘Matrix’ il mondo per come lo conosciamo era una creazione delle macchine e lo scenario era un conflitto serrato tra l’uomo e il suo alter ego di silicio, in ‘Inception’ le cose sono molto più complesse.
In accordo con lo stile cerebrale e metodico di Nolan, tutto diventa concetto e metodo. L’uomo diventa il mistificatore, ma sempre l’uomo è la vittima dell’inganno.
Così scopriamo che, laddove c’erano impulsi elettrici e coltivazioni di esseri umani intrappolati in un’illusione, qui esiste una scienza con la quale è possibile imbrigliare i sogni, definirli grazie a leggi precise, smontarli e infine riassemblarli. Laddove l’Architetto era un’intelligenza quasi aliena nella sua meccanicità, qui l’architetto è un essere umano. Un creatore di mondi, un tessitore di inganni.
In ‘Inception’ tutto viene spostato a un livello inferiore sostituendo la sopravvivenza dell’uomo con interessi economici gestiti attraverso il furto. Una banalizzazione? A prima vista, forse. Ma la realtà della ‘scienza onirica’ e le sue implicazioni ben presto prendono il sopravvento sulle materiali necessità dei protagonisti e in gioco c’è ben più che la mera sopravvivenza dell’uomo: c’è la sua anima. Se le dinamiche iniziali ruotano intorno alla ricchezza per Saito e la fine della condizione di fuggiasco per Cobb ecco che poi tutto cambia.
Vediamo uomini e donne che cercano il paradiso rifugiandosi nei sogni, isolandosi in scantinati umidi e sporchi per nascondersi dalla vita. Vediamo lo stesso Cobb avvicinarsi in modo pericoloso a qualcosa che assomiglia alla creazione della vita: i suoi sogni, il suo subconscio, la proiezione della moglie che a tutti gli effetti vive di vita propria. L’uomo, attraverso la scienza dei sogni, si avvicina talmente tanto a Dio da scatenare, in ultima analisi, il più terribile dei dubbi: e se tutto quello che mi circonda fosse in realtà un sogno? Creare persone, creare città, plasmare il mondo. E’ tanto ambiguo il potere che si esercita attraverso i sogni da sconfinare anche nel mondo della veglia, da mettere in discussione la più elementare delle verità: io sono qui, sono sveglio, e questa è la mia vita.
La possibilità di inculcare un’idea nella mente di una persona attraverso il contatto con il suo subconscio diventa un corollario di poca importanza rispetto alla divinità dell’uomo, alla sua capacità di creare.
Nello stesso momento in cui si possono vestire i  panni dell’Architetto in un modo così estremo, nel momento in cui è possibile trasformare la durata di un sogno in quella di una vita, ecco che le idee diventano fragili e manipolabili, esattamente come la realtà di ‘Inception’.
Cobb si trasforma in una divinità che ha nella sua stessa natura la sua più grande debolezza. A poco a poco anche nella nostra mente si fanno largo le implicazioni che porteranno sua moglie all’inevitabile follia: e se tutto fosse un sogno? Innestare la volontà di smembrare un impero commerciale non è nulla se paragonato al fatto che sia possibile farlo. E la possibilità dell’innesto impallidisce se paragonata al perfetto inganno che il dio-uomo, nella scienza onirica, può ordine.
Nolan, come sempre, inizia raccontandoci una storia e finisce con il trasformare ciò che vediamo in un complesso affresco il cui scopo è ridisegnare la realtà. Non ci suggerisce come il mondo cambierà dopo ciò che Cobb è riuscito a fare semplicemente perché il mondo potrebbe non essere più lo stesso.
Il finale è simbolicamente perfetto: la trottola non è quella di Cobb. La trottola è la nostra percezione della realtà e adesso, in un mondo di divinità, non possiamo sapere se smetterà mai di girare.

La parabola dell’horror

Tempo di lettura: 7 minuti

Questa analisi è stata pubblicata integralmente sul numero 29 del Living Force, fanzine del Fan Club Yavin 4, di cui sono stato Presidente e di cui sono orgoglioso membro.

Il genere horror ha radici molto profonde nella cultura cinematografica mondiale e, nella sua forma più ingenua e genuina, vede l’alba già alla fine del milleottocento sottoforma di cortometraggi, per così dire, d’autore.
La sua evoluzione ha poi preso vie complesse a volte diramandosi in generi e sottogeneri differenti ma più spesso rimanendo fedele a quella che sarebbe la sua identità originaria: un horror deve suscitare emozioni di angoscia e paura e nel farlo deve coinvolgere eventi di portata sovrannaturale (sotto forma di demoni, mostri, fantasmi).
Proprio partendo da questa considerazione di base ho sempre pensato la storia del cinema horror come un viaggio destinato a suddividersi in tre differenti Ere, caratterizzate da elementi ricorrenti e soprattutto da una sapiente produzione hollywoodiana.
Solo, come vedrete, all’alba della terza Era, le cose hanno iniziato a cambiare.
La prima Era, targata quasi in tutto e per tutto con l’effige britannica “Hammer”, si conclude alla fine degli anni settanta, con l’ultima fatica della mitologica (e mitica) casa di produzione tra i cui pupilli spiccavano Christopher Lee e Peter Cushing. Siamo a un horror di stile e curato. I primi approcci maturi al genere forse, ma di sicuro qualcosa che, per successo e per quantità, ha dato lustro a questo tipo di cinema. La maggior parte delle produzioni di questo lungo, lunghissimo periodo si rifanno ai classici horror letterari e li estendono in molte direzioni sconfinando persino nel cinema sperimentale di registi come James Whale.
Due principali titoli, destinati a diventare veri e propri capisaldi del genere, si discostano dal panorama ‘classico’ dell’horror d’autore di questa epoca. Due titoli che catalizzeranno a distanzia le forze destinate, trent’anni dopo, a esprimersi nella loro pienezza. “L’Esorcista” di William Friedkin (1973) e “L’alba del morti viventi” di George A. Romero (1978): per la prima volta abbiamo bambini e adolescenti come veicoli di un male in grado di colpire gli adulti.
La seconda Era non raccoglie il pesante testimone della Hammer, dei Dracula romanzati e romanzeschi, dei Frankenstein nobili e carismatici ma esplora, in un modo del tutto particolare, orizzonti differenti dell’horror. A partire dalla fine degli anni settanta fino alla fine degli anni novanta diventa chiaro quali saranno i nuovi idoli del terrore.
Il ragazzo-zombie immortale e assetato di sangue, in cerca di vendetta o semplicemente impegnato nell’assassinio di chiunque gli capiti a tiro fa la sua prima, seriale, comparsa con “Halloween” di John Carpenter (1978). Un pioniere, un precursore di una vastissima filmografia sul genere. A tappe serrate, nei sei anni successivi, prendono vita altre icone di questo nuovo horror sanguinario e la loro ingombrante figura terrà compagnia agli appassionati per gli anni a venire monopolizzando, sotto certi aspetti, la creatività e la produzione d’elite di questo genere.
Un’Era, questa seconda, destinata perciò a non chiudersi mai completamente ma a decadere in seguiti che hanno della creatività originale solo lo stesso titolo relegandosi spesso nell’horror/commedia, o a perdersi in cerca di buffi espedienti per rinverdire personaggi di un’altra epoca. Con il remake di “Halloween” firmato da Rob Zombie (2008) si aprono le danze preparando il terreno ad altri rifacimenti(“Venerdì 13” e “Nightmare“); una pratica allarmante che indica la crisi holliwoodiana di cultura horror.

Hollywood perciò si dedica a film di basso o nullo profilo, il cui scopo si perde del tutto.
Per alcuni registi l’horror diventa una sorta di sperimentazione di regia o di intenti che spesso attinge da produzioni orientali. Un rogo al quale immolare capacità e talento producendo qualcosa che, dotato di una nicchia solida e irriducibile di appassionati, ha un minimo di incasso garantito.
Per altri invece, la faccenda è ben differente.
In questo contesto si identifica la nascita di una terza Era che spodesta gli Stati Uniti di uno scettro armai abusato. Le prime avvisaglie di uno sdoganarsi dallo stereotipo dell’horror/commedia di dominio americano iniziano nel 1997 quando il trentatreenne Guillermo Del Toro, messicano ma con forti legami iberici, lancia la sua prima vera produzione internazionale: “Mimic”. A ruota viene seguito da Jaume Balaguerò, regista catalano che nel 1999 e senza saperlo dà vita a un nuovo filone di horror concettuale con “Nameless”. Come isole in mezzo all’oceano (forse proprio l’Atlantico che separa il Vecchio Continente dagli USA) emergono nuovi registi. Il giovanissimo Alexander Aja, parigino, che a soli venticinque anni dà una bella prova con “Alta Tensione” e l’inglese Neil Marshall che con “The Descent” mette insieme stereotipi horror con emozioni e storie vere e proprie di personaggi che non sono solo vittime sacrificate al mostro di turno. Ma il triangolo aperto da Del Toro e Balaguerò si chiude, a mio avviso, con Juan Antonio Bayona, catalano (sarà un caso?) e al battesimo del fuoco con “The Orphanange”. Cosa è cambiato nell’horror post-Hollywood (o meglio dire anti-Hollywood)? Ho scelto questi tre registi, Del Toro, Balaguerò e Bayona, perché rappresentano un vero e proprio filone, una vera e propria filosofia con temi ricorrenti molto chiari e con una voglia di portare (o riportare) l’horror più vicino a un mainstream piuttosto che a pellicole comunque di concetto.
Un denominatore comune unisce a doppio filo i tre registi: i bambini. Una ripresa di tematiche affrontate in passato.
L’avvio di questa “passione”, della volontà antitetica di contrapporre il male all’innocenza già è evidente nel primo film di Del Toro. Il concetto, poi esteso ed espresso in modo ancora più potente dai due più giovani registi, è questo: il male assoluto può essere fatto attraverso o con la catalisi dei bambini. E’ una contrapposizione semplice e immediata ma non per questo meno forte. Chi non sacrificherebbe ogni cosa per il bene delle creature più innocenti che ci è dato immaginare? Quale male può essere più terribile di quello che passa attraverso i bambini o per colpire o per scuotere gli adulti? Concetti semplici ma poliedrici. Un bambino ha con se un insieme di emozioni ed emotività molto vasto. L’amicizia, l’amore dei genitori, l’istintivo desiderio di protezione, la purezza. E, tra le altre cose, la consueta normalità che la sua presenza trasmette, per esempio, in un contesto famigliare. Quale dolore più grande del perdere un figlio? Quale peggiore accadimento se non quello di stravolgere l’ordine naturale delle cose nell’assistere, appunto, alla morte del figlio?
“Mimic” (1997) dimostra, già nella cura di atmosfere e titoli iniziali, che vuole in qualche modo fare la differenza rispetto ai polpettoni senza spina dorsale che ammorbano gli scaffali delle videoteche. E qui la tematica della catalisi di cui sopra è motore iniziale del film: un’epidemia trasmessa dagli scarafaggi sta uccidendo tutti i bambini di Manhattan. Perciò i bambini sono in pericolo. La scena d’apertura del film, un sanatorio molto gigeriano con decine di letti occupati da piccoli morenti è potente. La reazione dell’uomo adulto è semplice: fare qualsiasi cosa per salvare i piccoli. Ecco allora che un’entomologa stravolge l’ordine naturale delle cose liberando uno scarafaggio modificato geneticamente in grado di secernere un potente veleno, destinato a uccidere gli insetti portatori del virus.
Perciò l’uomo piega la natura perché sono in pericolo i bambini. E questo scatenerà un male enorme, ben peggiore, in potenza, di una semplice epidemia.
Del Toro utilizza ancora i bambini ne “La Spina del Diavolo” e ne “Il Labirinto del Fauno”. Ogni volta il contrasto tra l’innocenza propria della fanciullezza e il male è presente. Nel Labirinto del Fauno l’epilogo è assoluto e inedito, più coraggioso ancora che in Mimic. La morte della bambina protagonista frantuma in poche scene uno degli stereotipi noiosi e pavidi dell’hollywood horror: i bambini non si devono toccare, in un modo o nell’altro sono eroi da preservare contro la logica narrativa. Non è così per nostri nuovi registi. Sono causa, tramite e vittime del male.
Questo concetto, questo intento, è magistralmente amplificato da Balaguerò. In modo timido con “Namless” (1999) dove una setta che persegue la ricerca del male assoluto lo raggiunge facendo sì che una figlia, dopo essere sparita per più di cinque anni e dopo essere riapparsa e infine trovata, si uccida davanti alla madre. Un messaggio potentissimo che in colpo solo ci sbatte davanti la potenza dell’amore materno (motore dell’interno film), la crudeltà della perdita e l’amplificazione del male se commesso da una creatura innocente.
In “Darkness” (2002) lo troviamo esteso nella più genuina tradizione di un horror più negli schemi: un rito prevede che i bambini vengano uccisi dai genitori per permettere la nascita dell’oscurità. Perciò, il più grande male può nascere solo attraverso il sacrificio dei bambini, uccisi da chi li ama. E qui Balaguerò precorre, involontariamente, Del Toro. Davanti a necessità narrative e di trama, non ci sono sconti. Nella sua tela horror, i bambini non hanno comunque scampo.
“Fragile” (2005) segue le stesse orme, seppure con passi di lato. L’amore di un adulto per i bambini, che diventa morboso come solo l’attaccamento di una creatura corrotta a qualcosa di puro come un fanciullo malato può essere, è il motore del film. Ancora lo stesso legame, rafforzato dalla malattia che colpisce i piccoli protagonisti del film, che si lega in qualche modo a Mimic, ma che questa volta scatena il male non nel tentativo di salvare loro la vita, ma nell’egoismo contorto e malvagio di un adulto. Il solo concetto che un’infermiera, per non allontanarsi dai bambini malati dei quali si prende cura, infligga loro dolore e ferite in modo da tenerli a se, è tremendo. E’ horror per la sua incursione nel mondo degli spiriti, ma le basi, i principi, i sentimenti salgono molto più in alto.
Ultimo, ma solo in termini temporali, Bayona con il suo “The Orphanage” (2007). Bayona può vantare tra i suoi produttori proprio Del Toro perciò una deriva sulle tematiche trattate dal regista messicano c’è, e non è una scoperta di cui vantarsi. In questa pellicola troviamo molte delle tematiche sopra sviscerate. Abbiamo il bambino malato, orfano come la protagonista che lo adotta. Abbiamo l’amore di questa madre. Abbiamo il puro e immacolato sadismo crudele dei bambini nei confronti del compagno deforme, che per uno scherzo ne causano la morte. Abbiamo l’odio corrotto e inossidabile della madre di questo bambino deforme che uccide i responsabili dello scherzo fatale. E, a chiudere il cerchio, abbiamo la protagonista che si toglie la vita quando si scopre causa della fatalità che ha ucciso il suo figlio adottivo. Un cerchio tremendo in cui si intersecano la pura crudeltà che solo i bambini, scevri dai preconcetti dell’uomo adulto, possono infliggere, l’amore di una madre e l’odio di una madre. E in questa girandola collaudata e sapiente di emotività e horror, i bambini che sono causa e vittime delle emozioni dei grandi.

Tirando le fila del discorso, con questi tre registi simbolici (ve ne sono altri, per esempio il cileno Amenabar di “The Others”, 2001 o il più recente e disturbante “Martyrs”, 2008 di Pascal Laugier) credo sia stato varato e consolidato un nuovo modo di fare horror. Un horror che abbandona e si distacca dal lungo tramonto dei remake da Seconda Era peggiori degli originali. Un horror che raccoglie emozioni e regia nuove. Un horror incentrato sulla creazione di atmosfere che attingono al vasto pozzo emotivo dei protagonisti (non più inutili sacche di sangue da massacrare, ci tengo a ripeterlo) e che poi accelera nella dissolvenza finale con picchi di tensione e con una capacità del suo mantenimento decisamente rara. Un horror che, lontano dalle influenze di Hollywood, credo proprio possa (e a mio parare già lo sta facendo) risollevare le sorti del suo genere.

I vampiri letterari moderni

Tempo di lettura: 5 minuti

Questa analisi è stata pubblicata integralmente sul numero 26 del Living Force, fanzine del Fan Club Yavin 4, di cui sono stato Presidente e di cui sono orgoglioso membro.

Il panorama letterario vampiresco vanta al suo attivo alcune produzioni moderne ‘indipendenti’.
Nel dettaglio mi vorrei concentrare su due titoli molto diversi tra loro, sia per tematiche, sia per genesi geografica: ‘La Progenie’, romanzo oltreoceano firmato dal due Guillermo ‘Lo Hobbit’ Del Toro, Chuck Hogan e ‘Lasciami entrare’, dello svedese John Ajvide Lindqvist.
Andiamo con ordine.

la progenie

La Progenie - Guillermo Del Toro - Chuck Hogan

‘La Progenie’.

Prima di addentrarci nel dettaglio del romanzo solo due parole sugli autori. Chuck Hogan, quasi esordiente, è alla sua prima esperienza di genere. Guillermo del Toro è un amico di vecchia data: regista horror raffinato (‘Mimic’, ‘La spina del diavolo’, ‘Il Labirinto del Fauno’) ha sempre dimostrato una spiccata predisposizione per veri e propri miracoli visivi, anche quando si concentrava su altri generei (“Hellboy 2: The Golde Army” è un esempio di questa sua straordinaria dote).
L’avvio di questo romanzo rivisita citando in chiave moderna, con grande riverenza e onestà, il più illustre predecessore di genere : il ‘Dracula’ di Stoker. Al posto della ‘Demetrio’, nave con la quale Vlad arriva a Londra, abbiamo un volo intercontinentale e ritroviamo, nell’anziano professor Setrakian, una controfigura più ‘cappa e spada’ di Abraham Van Helsing.
La storia poi prende direzioni un po’ differenti concentrandosi molto sull’aspetto biologico/medico del vampirismo. Un po’ figlio dei vari CSI, un po’ in pieno spirito illuminista, molto del misticismo legato alla figura del ‘nosferatu’ viene sezionato e trasformato in qualcosa di più tecnico. Virus, contagio, infezioni. Quale che sia il termine corretto la trattazione medica della metamorfosi da umano a non morto è dettagliata e resta uno dei motori principali del romanzo. Da un lato è anche un tentativo di approccio moderno, lontano dalla razionalità un po’ più sonnecchiante perché meno consapevole dell’ottocento, al vampirismo. Le armi di cui dispone la società tracciata da Hogan e Del Toro sono una solida base scientifica e i protocolli, rinforzati dopo l’undici settembre, per contenere gli attacchi biologici. Poco alla volta però i protagonisti del romanzo sono costretti a un ritorno al misticismo, incarnato proprio da un figlio dei tempi antichi come il professor Setrakian.
Dietro il sipario c’è qualcosa di un po’ più profondo e tradizionale. Un legame con il tempo antico, con lo spirituale, con le leggi sovrannaturali cancellate, o meglio nascoste, dalla scienza moderna. Ci sono gli Antichi, c’è una vecchia stirpe di vampiri, c’è un equilibrio di poteri che però, purtroppo, non riusciremo che a intuire ne ‘La Progenie’. Perché, nella migliore delle tradizioni fantasy, abbiamo a che fare con il primo volume di una trilogia a taglio marcatamente cinematografico (per costruzione, e anche per modo di presentarsi: basta dare un occhio al sito per sospettare di un potenziale lungometraggio in cantiere).
I legami con il grande schermo, per questo libro, non finiscono qui. L’epidemia di vampirismo, in qualche modo, ci potrebbe indicare come il mondo del cinematografico ‘Io sono leggenda’ (o come  ‘Daybreakers’)  è divenuto quello che ci è stato mostrato da Will Smith. Alcune scene ricordano il caos creato dai cugini zombie ne ‘L’alba dei morti viventi’, versione di Zak Snyder, o il riuscito a metà ’30 giorni di buio’.
Queste parti più filmiche e l’intreccio medico legale credo sia farina del sacco di Chuck Hogan. Del Toro, dal canto suo, sospetto abbia contribuito in modo molto marcato con la sua capacità visionaria: molte parti del romanzo, molti scorci descrittivi, hanno una certa potenza ed eleganza, persino inaspettate in un libro che, a conti fatti, è abbastanza ‘classico’, nella tematica horror.
Il vero elemento di originalità è l’attenzione che si dà alla metamorfosi da umano a vampiro, sia dal lato biologico (molto marcata) sia da quello umano (un po’ più trascurata). In più, assimilando questa mutazione a un’infezione virale molto violenta, è anche interessante come il decorso clinico viene standardizzato e come sia proprio l’infezione a determinare i vari gradi di anzianità vampirica. In qualche modo vengono riuniti in un unico romanzo i vampiri feroci e animaleschi del carpenteriano ‘Vampires’ con quelli più stokeriani.
Restiamo in attesa di due successivi capitoli sperando che portino qualche novità in più.

Locandina 'Lasciami Entrare'

Locandina 'Lasciami Entrare'

‘Lasciami Entrare’.
Tutt’altra cosa è questo capolavoro svedese di John Ajvide Lindqvist, classe il 1968. L’autore non è nuovo alla scrittura e questo suo primo romanzo dimostra molte, moltissime cose. Prima di tutto, l’amore e l’odio per la sua terra, per la Svezia, e per la periferia un po’ ‘via Pal’ nella quale è ambientato (e dove lui ha vissuto). Poi il grande rispetto che prova per l’horror. Questo genere, infatti, ha da sempre ‘subito’, da chi decideva di scriverne, due tipi di trattamento, incarnati peraltro dai due romanzi di cui stiamo parlando.
Il primo approccio, in linea con ‘La Progenie’, è molto legato al mostro, al suo impatto più immediato con il mondo normale, al sangue, alle morti, a una sorta di inevitabile deriva splatter. E forse l’accezione più nota dell’horror, nonché quella poi più di nicchia e criticata, per certi versi.
Il primo approccio è molto più nobile. Viene usato uno stereotipo horror, o una situazione sovrannaturale, per trattare di tutt’altro. Il mostro, l’elemento spaventoso, è solo catalizzatore di una storia diversa che si vuole narrare.
Ecco, questo è ‘Lasciami entrare’. E’ un libro sulla mostruosità dell’adolescenza, vissuta attraverso gli occhi di un ragazzino disadattato, Oskar, che vive in un quartiere disadattato e che intorno a se persone meno disadattate di lui, ma costretto in uno sbando endemico di quella fetta di Svezia. E’ un libro che ci racconta di come questa aberrazione sociale, accettata come normale, reagisce all’inserimento di Eli, un vampiro, né più né meno, al suo interno. La mostruosa crudeltà dei forti sui deboli, incarnata da Oskar e dalla sua vita, si confronta con chi davvero è un mostro. Con chi viene da un altro tempo. Ed è sublime questo confronto, questa interazione. Oskar a poco a poco, in una reazione chimica provocata dal vampiro adolescente Eli, si renderà conto della tenebra sociale in cui vive. E, se possibile, inizierà a migliorare dando un nuovo significato alla parola ‘mostro’. Al tempo stesso intorno a Eli, le altre figure generate dal crogiuolo disastrato che fa da cornice al romanzo, subiranno metamorfosi inevitabili: l’esasperazione di ciò che già portano dentro di loro. Alcune rese ancora più evidenti da sequenze di puro horror (la resa dei conti tra Eli e Hakan) e ricorrendo a tutti gli stratagemmi di genere, altre, come la metamorfosi di Oskar, tipiche di un percorso di crescita adolescenziale reso però solo possibile dalla presenza di Eli.
Ci sono tantissimi elementi originali in questo romanzo, seppure il ‘vampiro’ sia molto fedele alla sua concezione classica, almeno in termini di poteri, di debolezze, di mitologia. La vera novità sta in come Eli vive il suo stato, nella consapevolezza, nell’accettazione di quello che si è senza però perdere la purezza dell’adolescenza. Sembra impossibile conciliare le due cose eppure Lindqvist ci riesce.
Una delle preziose perle strettamente horror sparse nel libro è il mostrare al lettore cosa succede se un vampiro entra in una casa senza essere stato invitato al suo interno: una curiosità che, lo ammetto, mi aveva sempre affascinato e che qui trova risposta.
Lindqvist si è adesso cimentato in un altro grande classico horror: gli zombie. Di sicuro con ‘Lasciami entrare’ ha ipotecato tutto il mio interesse.
Esiste anche una versione cinematografica del romanzo che, strano a dirsi, riesce a conservare tutta la delicatezza della sua origine cartacea. Realizzata da Tomas Alfredson, Svedese, classe 1965, regista che, a sua volta, dimostra di amare la sua terra e curata, nel soggetto, dallo stesso Lindqvist, ha dato origine a un film straordinario. L’intento del romanzo di trattare dell’adolescenza attraverso lo stratagemma horror è assolutamente rispettato e così lo sono i punti chiave della storia.
Insomma, due veri e propri capolavori.
Perché ho scelto proprio questi due romanzi, se non hanno praticamente niente in comune? Perché in effetti c’è un fil rouge che li unisce, e mi ha incuriosito come potenziale elemento ricorrente nei romanzi vampireschi ‘indipendenti’ (vedremo se le produzioni future mi daranno ragione).
Anche ‘Lasciami entrare’, seppure in modo minore rispetto a ‘La Progenie’, dimostra molta attenzione alla metamorfosi da umano a vampiro. Qui molto si concentra sulle sensazioni (e non sulla biologia) di chi sta divenendo un vampiro e uno dei passaggi più inquietanti è quando l’autore riesce a descrivere il vampirismo come una veglia costante di una coscienza più primitiva che a poco a poco prende il sopravvento sul ‘sonno della ragione’, sul sonno dell’umanità. Questo, in modo molto meno elegante, torna anche ne ‘La Progenie’ dove la consapevolezza umana veniva messa a tacere da una metamorfosi biologica predominante.
Concludo citando Goya che sembra aver ispirato in qualche forma questi tre autori:
“Il sonno della ragione genera mostri”.
Nel nostro caso vampiri. Che però vi consiglio di conoscere.