Vampiri

[Recensioni TV] – ‘The Strain’, seconda stagione

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VOTO:★★★½☆
Arrivo in leggero ritardo a parlare di ‘The Strain’, adattamento televisivo della trilogia letteraria firmata da Chuck Hogan e Guillermo Del Toro. Siamo alla seconda stagione, i protagonisti sono in campo, si aggiunge qualche comprimario e le cose iniziano a farsi più interessanti. Così come inizia il pesante scollamento dalla trama letteraria.

[Recensioni Libri] – ‘Danza Macabra’ di Dan Simmons

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VOTO:★★★★☆

Ogni volta che leggo un romanzo una delle prime domande che mi faccio é: quali sono stati i catalizzatori narrativi per l’autore? Che cosa ha acceso la scintilla della creatività portandolo a sviluppare proprio la storia che sto leggendo? ‘Danza Macabra’ (Carrion Comfort, 1989), come tutti i romanzi di Simmons, è in grado di dare risposte sorprendenti a queste domande.

RL – ‘Notte Eterna’ di G. Del Toro e C. Hogan

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E dopo un’attesa nemmeno troppo lunga, ecco finalmente il completamento della trilogia ‘Nocturna’ iniziata con il primo volume ‘La Progenie‘ (‘The Strain, 2009), continuata con ‘La Caduta’ (The Fall, 2010), che già avevo recensito, e infine conclusasi con questo ‘Notte Eterna. Avevamo lasciato il mondo in pessime mani: devastato da una grappolo di esplosioni nucleari, il cui effetto principale era stato quello di condannare la Terra alle tenebre persistenti (ceneri radioattive coprono il cielo per quasi la totalità del giorno), è divenuto l’ecosistema perfetto per il ‘Padrone’ e per la sua orda di vampiri.

Recensioni Film -‘Priest’ di Scott Charles Stewart

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Se il personaggio di fantasia più rappresentato sul grande (e piccolo) schermo è Sherlock Holmes, un posto sul podio spetta comunque di tutto diritto anche al vampiro. Che sia esso il nobile e ammirabile Dracula di stokeriana memoria piuttosto che il meno nobile, efebico, vegetariano e dandy adolescente di Twilight, sempre di vampiro si tratta.
Ebbene anche Scott Charles Stewart, dopo averci dato una sua discutibile (quanto deprecabile) visione dell’apocalisse nel film Legion, si cimenta con il non-morto più illustre della tempo. E lo fa partendo da un assunto piuttosto inusuale e nostrano: gli occhi sono lo specchio dell’anima.
Come circumnavigare uno dei luoghi comuni più abusati della storia per farlo diventare colonna portante di una pellicola horror? Con l’ausilio della teoria induttiva. Ovvero: gli occhi sono lo specchio dell’anima, i vampiri non hanno anima, ergo, i vampiri non hanno occhi.
Perciò il flagello della razza umana, costretta all’interno di città diroccate unite solo da una ferrovia che si snoda all’interno ti terre selvagge e pericolose, è ridisegnato come una sorta di Gollum privo di occhi, che vaga nudo per le terre selvagge e che complotta per la fine della razza umana guidato dalla geniale malvagità di una fantomatica regina delle covate (in questo il concetto di covata richiama lo scadente ‘Van Helsing‘ di Stephen Sommers con bacherozzi pronti a schiudersi per diffondere baby vampiri nel mondo).
Cosa si erge a difesa di un clero miope, sclerotico e decatente, nonchè dell’esistenza stessa della razza umana? Un ordine di monaci guerrieri, benedetti dal signore e con capacità combattive al limite dell’umano: i Priest, appunto. O il Priest.
Quali siano le motivazioni di un attore capace come Paul Bettany per impegnarsi in questo film, lo ignoro. Il fatto che fosse protagonista anche di Legion, non depone affatto a sua favore, ma qualche errore di valutazione nell’accettare ruoli ci può stare anche se vige sempre il detto errare è umano, perseverare è diabolico. In più vedere anche il premio oscar Christopher Plummer nel ruolo di un Monsignore non può far altro che aumentare la mia inquietudine. Fatto sta che entrambi si sono cimentati in questa impresa: purtroppo non è bastato per rendere ‘Priest’ un film interessante. Situazioni, dialoghi, dinamiche e combattimenti non funzionano. Sono tutte brutte copie di un cinema horror o fantascientifico serio e motivato e il fatto che tutto derivi da una graphic novel non giustifica affatto la superficialità con la quale si è deciso di affrontare la trasposizione.
Menzione d’onore per Karl Urban, non tanto per interpretazione o per ruolo, quando per l’estetica del suo personaggio: ricorda tantissimo una trasposizione cinematografica del santo degli assassini, di preacheriana memoria.

Recensioni Libri – ‘La caduta’ di G. Del Toro e C. Hogan

Tempo di lettura: 1

E siamo arrivati al secondo capitolo di quella che è diventata una trilogia piuttosto interessante. L’inizio di questa saga mi aveva convinto a tratti (come scritto nella mia recensione su anobii) e all’epoca avevo lamentato una certa inconcludenza della trame.
Questo, come ogni secondo capitolo che si rispetti, si avvantaggia di un libro alle spalle e si prende decisamente più tempo per raccontare una storia complessa. I personaggi sono già stati delineati ne ‘La progenie’ e qui ne vengono aggiunti veramente pochi: e questo è un pregio. La storia poi procede in una direzione apocalittica quasi senza precedenti (credo che una qualche influenza dalle opere di F. Paul Wilson arrivi) e si fa davvero coraggiosa, soprattutto nei capitoli finali.
Un difetto che forse posso rilevare, ma sul quale sono pronto a ricredermi, è il taglio un po’ troppo cinematografico. Certo, da Del Toro ci si aspetta qualcosa del genere (e il fatto che si sospetti un film in lavorazione aiuta), ma forse così lo stratagemma è un po’ troppo scontato.
Comunque, rispetto al suo predecessore, si guadagna una stella e confermo tutti i punti di forza evidenziati ne ‘La Progenie’. Vediamo se la chiusura sarà all’altezza anche perché si sono spinti un po’ troppo avanti per permettersi scivoloni.

I vampiri letterari moderni

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Questa analisi è stata pubblicata integralmente sul numero 26 del Living Force, fanzine del Fan Club Yavin 4, di cui sono stato Presidente e di cui sono orgoglioso membro.

Il panorama letterario vampiresco vanta al suo attivo alcune produzioni moderne ‘indipendenti’.
Nel dettaglio mi vorrei concentrare su due titoli molto diversi tra loro, sia per tematiche, sia per genesi geografica: ‘La Progenie’, romanzo oltreoceano firmato dal due Guillermo ‘Lo Hobbit’ Del Toro, Chuck Hogan e ‘Lasciami entrare’, dello svedese John Ajvide Lindqvist.
Andiamo con ordine.

la progenie

La Progenie - Guillermo Del Toro - Chuck Hogan

‘La Progenie’.

Prima di addentrarci nel dettaglio del romanzo solo due parole sugli autori. Chuck Hogan, quasi esordiente, è alla sua prima esperienza di genere. Guillermo del Toro è un amico di vecchia data: regista horror raffinato (‘Mimic’, ‘La spina del diavolo’, ‘Il Labirinto del Fauno’) ha sempre dimostrato una spiccata predisposizione per veri e propri miracoli visivi, anche quando si concentrava su altri generei (“Hellboy 2: The Golde Army” è un esempio di questa sua straordinaria dote).
L’avvio di questo romanzo rivisita citando in chiave moderna, con grande riverenza e onestà, il più illustre predecessore di genere : il ‘Dracula’ di Stoker. Al posto della ‘Demetrio’, nave con la quale Vlad arriva a Londra, abbiamo un volo intercontinentale e ritroviamo, nell’anziano professor Setrakian, una controfigura più ‘cappa e spada’ di Abraham Van Helsing.
La storia poi prende direzioni un po’ differenti concentrandosi molto sull’aspetto biologico/medico del vampirismo. Un po’ figlio dei vari CSI, un po’ in pieno spirito illuminista, molto del misticismo legato alla figura del ‘nosferatu’ viene sezionato e trasformato in qualcosa di più tecnico. Virus, contagio, infezioni. Quale che sia il termine corretto la trattazione medica della metamorfosi da umano a non morto è dettagliata e resta uno dei motori principali del romanzo. Da un lato è anche un tentativo di approccio moderno, lontano dalla razionalità un po’ più sonnecchiante perché meno consapevole dell’ottocento, al vampirismo. Le armi di cui dispone la società tracciata da Hogan e Del Toro sono una solida base scientifica e i protocolli, rinforzati dopo l’undici settembre, per contenere gli attacchi biologici. Poco alla volta però i protagonisti del romanzo sono costretti a un ritorno al misticismo, incarnato proprio da un figlio dei tempi antichi come il professor Setrakian.
Dietro il sipario c’è qualcosa di un po’ più profondo e tradizionale. Un legame con il tempo antico, con lo spirituale, con le leggi sovrannaturali cancellate, o meglio nascoste, dalla scienza moderna. Ci sono gli Antichi, c’è una vecchia stirpe di vampiri, c’è un equilibrio di poteri che però, purtroppo, non riusciremo che a intuire ne ‘La Progenie’. Perché, nella migliore delle tradizioni fantasy, abbiamo a che fare con il primo volume di una trilogia a taglio marcatamente cinematografico (per costruzione, e anche per modo di presentarsi: basta dare un occhio al sito per sospettare di un potenziale lungometraggio in cantiere).
I legami con il grande schermo, per questo libro, non finiscono qui. L’epidemia di vampirismo, in qualche modo, ci potrebbe indicare come il mondo del cinematografico ‘Io sono leggenda’ (o come  ‘Daybreakers’)  è divenuto quello che ci è stato mostrato da Will Smith. Alcune scene ricordano il caos creato dai cugini zombie ne ‘L’alba dei morti viventi’, versione di Zak Snyder, o il riuscito a metà ’30 giorni di buio’.
Queste parti più filmiche e l’intreccio medico legale credo sia farina del sacco di Chuck Hogan. Del Toro, dal canto suo, sospetto abbia contribuito in modo molto marcato con la sua capacità visionaria: molte parti del romanzo, molti scorci descrittivi, hanno una certa potenza ed eleganza, persino inaspettate in un libro che, a conti fatti, è abbastanza ‘classico’, nella tematica horror.
Il vero elemento di originalità è l’attenzione che si dà alla metamorfosi da umano a vampiro, sia dal lato biologico (molto marcata) sia da quello umano (un po’ più trascurata). In più, assimilando questa mutazione a un’infezione virale molto violenta, è anche interessante come il decorso clinico viene standardizzato e come sia proprio l’infezione a determinare i vari gradi di anzianità vampirica. In qualche modo vengono riuniti in un unico romanzo i vampiri feroci e animaleschi del carpenteriano ‘Vampires’ con quelli più stokeriani.
Restiamo in attesa di due successivi capitoli sperando che portino qualche novità in più.

Locandina 'Lasciami Entrare'

Locandina 'Lasciami Entrare'

‘Lasciami Entrare’.
Tutt’altra cosa è questo capolavoro svedese di John Ajvide Lindqvist, classe il 1968. L’autore non è nuovo alla scrittura e questo suo primo romanzo dimostra molte, moltissime cose. Prima di tutto, l’amore e l’odio per la sua terra, per la Svezia, e per la periferia un po’ ‘via Pal’ nella quale è ambientato (e dove lui ha vissuto). Poi il grande rispetto che prova per l’horror. Questo genere, infatti, ha da sempre ‘subito’, da chi decideva di scriverne, due tipi di trattamento, incarnati peraltro dai due romanzi di cui stiamo parlando.
Il primo approccio, in linea con ‘La Progenie’, è molto legato al mostro, al suo impatto più immediato con il mondo normale, al sangue, alle morti, a una sorta di inevitabile deriva splatter. E forse l’accezione più nota dell’horror, nonché quella poi più di nicchia e criticata, per certi versi.
Il primo approccio è molto più nobile. Viene usato uno stereotipo horror, o una situazione sovrannaturale, per trattare di tutt’altro. Il mostro, l’elemento spaventoso, è solo catalizzatore di una storia diversa che si vuole narrare.
Ecco, questo è ‘Lasciami entrare’. E’ un libro sulla mostruosità dell’adolescenza, vissuta attraverso gli occhi di un ragazzino disadattato, Oskar, che vive in un quartiere disadattato e che intorno a se persone meno disadattate di lui, ma costretto in uno sbando endemico di quella fetta di Svezia. E’ un libro che ci racconta di come questa aberrazione sociale, accettata come normale, reagisce all’inserimento di Eli, un vampiro, né più né meno, al suo interno. La mostruosa crudeltà dei forti sui deboli, incarnata da Oskar e dalla sua vita, si confronta con chi davvero è un mostro. Con chi viene da un altro tempo. Ed è sublime questo confronto, questa interazione. Oskar a poco a poco, in una reazione chimica provocata dal vampiro adolescente Eli, si renderà conto della tenebra sociale in cui vive. E, se possibile, inizierà a migliorare dando un nuovo significato alla parola ‘mostro’. Al tempo stesso intorno a Eli, le altre figure generate dal crogiuolo disastrato che fa da cornice al romanzo, subiranno metamorfosi inevitabili: l’esasperazione di ciò che già portano dentro di loro. Alcune rese ancora più evidenti da sequenze di puro horror (la resa dei conti tra Eli e Hakan) e ricorrendo a tutti gli stratagemmi di genere, altre, come la metamorfosi di Oskar, tipiche di un percorso di crescita adolescenziale reso però solo possibile dalla presenza di Eli.
Ci sono tantissimi elementi originali in questo romanzo, seppure il ‘vampiro’ sia molto fedele alla sua concezione classica, almeno in termini di poteri, di debolezze, di mitologia. La vera novità sta in come Eli vive il suo stato, nella consapevolezza, nell’accettazione di quello che si è senza però perdere la purezza dell’adolescenza. Sembra impossibile conciliare le due cose eppure Lindqvist ci riesce.
Una delle preziose perle strettamente horror sparse nel libro è il mostrare al lettore cosa succede se un vampiro entra in una casa senza essere stato invitato al suo interno: una curiosità che, lo ammetto, mi aveva sempre affascinato e che qui trova risposta.
Lindqvist si è adesso cimentato in un altro grande classico horror: gli zombie. Di sicuro con ‘Lasciami entrare’ ha ipotecato tutto il mio interesse.
Esiste anche una versione cinematografica del romanzo che, strano a dirsi, riesce a conservare tutta la delicatezza della sua origine cartacea. Realizzata da Tomas Alfredson, Svedese, classe 1965, regista che, a sua volta, dimostra di amare la sua terra e curata, nel soggetto, dallo stesso Lindqvist, ha dato origine a un film straordinario. L’intento del romanzo di trattare dell’adolescenza attraverso lo stratagemma horror è assolutamente rispettato e così lo sono i punti chiave della storia.
Insomma, due veri e propri capolavori.
Perché ho scelto proprio questi due romanzi, se non hanno praticamente niente in comune? Perché in effetti c’è un fil rouge che li unisce, e mi ha incuriosito come potenziale elemento ricorrente nei romanzi vampireschi ‘indipendenti’ (vedremo se le produzioni future mi daranno ragione).
Anche ‘Lasciami entrare’, seppure in modo minore rispetto a ‘La Progenie’, dimostra molta attenzione alla metamorfosi da umano a vampiro. Qui molto si concentra sulle sensazioni (e non sulla biologia) di chi sta divenendo un vampiro e uno dei passaggi più inquietanti è quando l’autore riesce a descrivere il vampirismo come una veglia costante di una coscienza più primitiva che a poco a poco prende il sopravvento sul ‘sonno della ragione’, sul sonno dell’umanità. Questo, in modo molto meno elegante, torna anche ne ‘La Progenie’ dove la consapevolezza umana veniva messa a tacere da una metamorfosi biologica predominante.
Concludo citando Goya che sembra aver ispirato in qualche forma questi tre autori:
“Il sonno della ragione genera mostri”.
Nel nostro caso vampiri. Che però vi consiglio di conoscere.