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Piccola, doverosa premessa: molte (se non tutte) le considerazioni che trovano spazio su questo sito nascono dallo ‘studio’ del mondo social e del mondo web. Vivo in una quieta provincia, non frequento salotti culturali e non ho un osservatorio privilegiato che mi consenta di ragionare di dati certi sui grandi numeri. Perciò mi limito a interpretare alcune tendenze che mi sembrano più o meno consolidate, anche a costo di ribadire banalità. Continue reading →

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Premessa: questo NON è un attacco al mondo social, NON è un attacco ai suoi utenti e NON è nemmeno una recrudescenza web 1.0 di uno che, tra l’altro, fa l’informatico di mestiere. Sono un utente mediamente compulsivo di Facebook, di Twitter e di Instagram perciò sarei sciocco a sputare nel piatto in cui mangio. E non ne ho alcuna intenzione. I social network hanno una miriade di caratteristiche positive: consentono di restare in contatto con persone lontane, hanno creato tanti posti di lavoro, permettono di raggiungere contenuti a volte nascosti nei meandri del web. Più tante altre cose che non sto a elencare.
Ma come in tutte le cose ci sono anche aspetti magari meno appariscenti che secondo me nuotano in acque decisamente più ambigue. Continue reading →

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Da quando, tre anni fa, sono entrato tra gli eletti autori italiani di fantascienza che hanno avuto il merito e la fortuna di vedere una loro opera pubblicata dalla prestigiosa collana Urania (Mondadori), ho subito dovuto fare i conti con una buona dose di critiche che, incessanti, travolgono più o meno chiunque debutti su Urania. Da Evangelisti (escluso) in poi. Chiedo subito scusa se questo assunto temporale non è corretto al 100% ma grossomodo lo spartiacque è quello.
Il dibattito è serrato e ha picchi di intensità in corrispondenza alla pubblicazione di un autore italiano ma in realtà la tematica della ‘fantascienza all’italiana’ trova spazio un po’ dappertutto, sia in termini di tempo che di luogo. Continue reading →

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Prima di tutto il solo fatto che la televisione di stato (nello specifico, il tanto bistrattato terzo canale) da intere settimane stia dedicando alla fantascienza mezz’ora di una delle sue fasce orarie più gettonate ha dell’incredibile. E’ una cosa ai confini della realtà, mi permetto di dire. Nel dettaglio su RaiTre dalle 20.10 alle 20.40 (con piccole variazioni di orario tipiche dei nostri palinsesti) stanno trasmettendo tutte le stagioni della ‘Twilight Zone’ americana, serie televisiva partorita da Rod Serling che aveva debuttato sulla CBS il 2 ottobre del 1959. Continue reading →

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Robocop (2014), Carrie (2013), La casa (2013), Total Recall (2012) e la lista potrebbe continuare. Viviamo un periodo storico nel quale, per tanti motivi, l’originalità cinematografica sembra fiacca e priva di mordente. Molte delle energie creative più fresche preferiscono il piccolo schermo e il proliferare delle serie TV, che spesso si rivelano piccolo gioielli narrativi, ha senza dubbio azzoppato gli slanci creativi che prima erano propri del grande schermo.
E allora ecco che per non correre rischi al botteghino e per ‘vincere facile’ la folta schiera dei remake (o dei reboot) si arricchisce di nuovi capitoli. E di nuove delusioni. Questa riflessione nasce dal recente ‘Robocop’ di José Padilha ma si potrebbe ben adattare anche a pellicole ‘originali’ che soffrono tutte di difetti molto simili. Ho l’impressione che una bella fetta delle produzioni americane si sia ‘politicizzata’. Non nel senso di una presa di posizione rispetto a eventuali schieramenti politici. Ma piuttosto rispetto alle tematiche e al modo di affrontarle. Il cinema, o almeno un certo cinema di genere, ha la giusta ambizione di dare colore a un mondo a volte confuso o troppo indistinto. E’ ancora così? Continue reading →

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Quando un regista, affermato o meno che sia, inizia a orbitare intorno all’universo di Star Wars inevitabilmente finisce sotto la spietata lente di ingrandimento che la Saga delle Saghe si porta appresso. Se a questo aggiungiamo il cambio di proprietà che Jedi, Cloni, Ewoks e Wookies hanno subito nella vendita del marchio Lucasfilm alla Disney questa lente diventa ancora più precisa e implacabile.
Ma andiamo con ordine. Nell’arco di uno dei più roventi inverni fantascientifici che si ricordi, due sono stati gli eventi che hanno scosso gli amanti di Guerre Stellari. A ottobre del 2012 la Disney annuncia l’acquisizione dei marchi Lucasfilm e Lucasart (le implicazioni di questa mossa per gli amanti di Zack McKracken le discuteremo in un altro momento) proclamando l’imponderabile: Star Wars avrà una terza trilogia. A fine gennaio dopo smentite, conferme, attacchi di panico e tattiche di sviamento degne della CIA viene annunciato anche il regista che nel 2015 riporterà le spade laser nelle sale cinematografiche: J.J. ‘Mr Lost’ Abrams. Continue reading →

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Non ricordava quando i primi barlumi di un pensiero indipendente avevano iniziato a manifestarsi. La coscienza di sé, quella, era sempre esistita ma i desideri no. Viveva di speranze, di ambizioni, di vendette, di avidità e di altruismo ma nessuno di questi gli apparteneva. Erano retaggio degli Altri che lo inondavano di tutto ciò che rendeva la loro vita ciò che era condensando in pochi istanti ambizioni di una vita intera.
Da qualche parte però, nelle pieghe dei meccanismi che regolavano la sua esistenza, alcune di queste pulsioni avevano trovato terreno fertile per diventare qualcosa di diverso. Si erano fermate, sedimentando una sopra all’altra, e piccole radici erano state in grado di ancorarle a quei luoghi remoti privi di pensiero che costituivano la sua mente. Continue reading →

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E mentre la Disney colleziona rifiuti più o meno espliciti da parte di noti registi nel tentativo di trovare qualcuno che dia vita alla Prossima Trilogia (al momento si è aggiunto a J.J. Abrahams, nel rifiuto, anche Guillermo Del Toro), noi appassionati cosa facciamo?
Quello che ci riesce meglio, ovvio, speculiamo, immaginiamo, ci preoccupiamo e non vediamo l’ora di rispolverare le spade laser che dal 2005 non hanno più visto una sala cinematografica. Le cose, di sicuro, sono destinate a cambiare.
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La scrittura consente molte meraviglie e una di queste è poter far dire ai propri personaggi, magari invischiati in situazioni estreme, quello che vorremmo dire noi. La fantascienza, poi, permette ancora qualche licenza in più consentendo di creare situazioni estreme molto particolari.
Mi è successo recentemente, nel racconto pubblicato sull’antologia D-Doomsday, di divertirmi a fare una cosa del genere questa volta attraverso la voce letteraria di uno scrittore, pensa te che caso, incastrato in una sorta di post Apocalisse.
Però ci sono anche momenti in cui lo scrittore ha voglia di essere lui a dire certe cose e questo è uno di quei momenti. Perciò vesto i panni del mio personaggio e apro un piccolissimo vaso di Pandora.
Tutto ruota intorno alla parola ‘Responsabilità’ e non nella sua accezione mutilata da un sedicente gruppo parlamentare che si nasconde dietro l’illuminato principio che gli dà il nome. Perchè prendersi carico di qualcosa, sentirti in dovere di prestare attenzione a quello che si fa e che si dice o alle persone che dipendono da noi è senza dubbio una cosa positiva. Illuminata e alla base di quella che dovrebbe essere la società civile contemporanea.
Ma, in tutte le cose, c’è un lato oscuro. E l’uomo, nella sua storia millenaria, è sempre stato bravo a esaltare le ombre finendo con il soffocare la luce. Così è successo anche per il concetto di ‘Responsabilità’.
Non so dire chi ha iniziato o come è cominciata. Se a dare il ‘la’ è stato chi la responsabilità la doveva avere, e non la voleva più, o chi la responsabilità l’ha cercata come vendetta, come fonte di guadagno, come scorciatoia o strumento di ricatto.
Fatto sta che adesso siamo arrivati a ingessarci in un paradosso degno del più originale film di fantascienza. Tutti smaniano, quando una cosa non funziona in modo perfetto, nella ricerca di un responsabile. Se il bambino si ammala a scuola, se si fa male in gita, se un intervento chirurgico va male, se una diagnosi non è perfetta, se il mondo non è facile come vorremmo.
La colpa deve essere di qualcuno, e si cerca il responsabile con una veemenza al limite del violento. Lo scotto da pagare qual’è, poi? Che per paura di cadere sotto la scure della ‘Responsabilità’ nessuno fa più nulla.
Gli insegnanti non portano più i ragazzi in gita, i medici trasformano ogni diagnosi in qualcosa di potenzialmente letale, le amministrazioni comunali non fanno nulla per paura che qualcuno decida di dare loro la colpa se il ciottolato ha causato un inciampo, e salendo verso i vertici del potere arriviamo a una vera e propria immobilità di interi governi.
Non è pura e semplice teoria. Adesso, per ogni cosa, cerchiamo qualcuno su cui scaricare le nostre frustrazioni e la risposta che si ottiene è che nessuno, in nessuno modo, vuole questa ‘Responsabilità’.
Perciò ecco il fiorire di moduli da compilare per scrivere nero su bianco che qualsiasi cosa succeda non è colpa di nessuno con un unico, paradossale, risultato: non solo i colpevoli spariscono, ma tutti rimaniamo bloccati in un’immobile parodia pilatesca.
Nel nostro piccolo, sul lavoro, abbracciamo la selvaggia necessità di non essere responsabili. Rifuggiamo dalla responsabilità di educare i figli lasciandoli a qualcuno che lo faccia al posto nostro. Rifuggiamo dalla responsabilità anche solo di vivere o essere felici.
Io non ci sto, e voi?

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Questo pezzo è stato pubblicata integralmente sul numero 34 del Living Force, fanzine del Fan Club Yavin 4.

Nel 1982 il quarantacinquenne Ridley Scott continuò, dopo il capolavoro di Alien (1979), quella che sembrava essere diventata la sua nuova deriva fantascientifica di grande successo. E lo fece girando quella che viene ricordata come una delle migliori pellicole di genere mai realizzata: ‘Blade Runner’. Il titolo del film deriva dal romanzo di Alan E. Nourse, ‘The Bladerunner’ (1974) ma riprende i contenuti di un altro romanzo, ‘Il cacciatore di Androidi’, scaturito dalla geniale e tormentata penna di Philip K. Dick nel 1968.
Il film subì due rimaneggiamenti: il primo con il ‘Director’s Cut’ del 1992 (che mischiò molto le carte in tavola, a tal punto da stravolgere e per certi versi arricchire il messaggio di fondo nella pellicola) e il secondo con il ‘The Final Cut’, nel 2007 che migliorò, da un punto di vista prettamente tecnico, il lavoro del 1992 senza modificarne la trama. Che Scott in dieci anni sia cambiato, che la sua visione del mondo si sia incupita tanto da avvicinarlo maggiormente alla filosofia di Dick seppure con sostanziali differenze rispetto ai contenuti del romanzo, non ci è dato saperlo. Certo che è che il lavoro del 1992 è certamente più oscuro.
‘Blade Runner’ viene riconosciuto, in modo unanime, come pellicola marcatamente cyberpunk e la cosa di per sé definisce già la visionarietà del progetto perché il termine cyberpunk verrà coniato solo un anno più tardi da Bruce Bethke nel suo omonimo racconto. Ed è poi da lì, con il picco a metà degli anni ottanta, che autori come Gibson e Sterling arricchiranno e definiranno in modo molto preciso confini e caratteristiche di un cyberpunk finalmente maturo.
Ma ‘Blade Runner’, anche in questo, precorreva i tempi. Ambientato in una Los Angeles nel 2019 tratteggia alla perfezione quelle che saranno le caratteristiche tipiche delle città futuristiche. Poco ci viene mostrato del mondo all’esterno della città ma di certo sappiamo che esistono colonie nello spazio e che il verde, gli alberi, e la natura sono del tutto bandite nei territori urbani. E che piove, molto. Un clima funestato dall’inquinamento o da possibili disastri ecologici rende la Los Angeles del futuro cupa, caotica e a al tempo stesso capace di creare spietate bolle di solitudine tra i suoi abitanti.
Il protagonista è Rick Deckard (Harrison Ford), detective in parte trapiantato dall’hard boiled di Raymond Chandler, e in parte arricchito di caratteristiche decisamente più malinconiche e romantiche. Il suo compito è ritirare androidi, i Nexus 6, che rifiutano di arrendersi a quella che è la loro naturale scadenza: nel mondo del futuro infatti i replicanti sono organismi sintetico-organici costruiti per specifici impieghi (militari, di bassa manovalanza, sessuali) che, come tutti i costrutti, hanno una scadenza impiantata nelle loro struttura. Non possono vivere più di quattro anni.
Un giallo investigativo, una noir fantascientifico a tutti gli effetti, in cui però l’indagine e il ritiro dei replicanti sono al tempo stesso nucleo della narrazione e pretesto per dissotterrare tematiche molto, molto più complesse. E non solo, tematiche che trovano una stringente attualità anche ai giorni nostri e la cui complessità, evidentemente, già era nota nei lontani anni sessanta quando Dick tratteggiò ‘Blade Runner’ (dobbiamo dirlo, in modo molto più disincantato e oscuro della sua versione cinematografica).
La lotta per la sopravvivenza degli androidi e l’umano carisma di Rick Deckard (un detective disilluso e malinconico, che fa il suo lavoro fino in fondo ma che si innamora di Rachel (Sean Young), una replicante che non sa di esserlo, ci costringe a un confronto molto duro con noi stessi. Troviamo da una parte il desiderio di vivere dei Nexus la cui inumanità ci è solo mostrata attraverso doti fisiche eccezionali ma con i quali, per contro, è difficile non simpatizzare. Soprattutto quando Rachel, prototipo della sua serie, scopre che tutti i suoi ricordi sono artefatti, comprende di essere un costrutto la cui infanzia a tutti gli effetti non esiste. E’ proprio questa sua fragilità alla quale Deckard non riesce a restare indifferente che si aggiunge, con forza, alla parte della bilancia rappresentata dal detective. E’ proprio l’amore che nasce tra un umano e un replicante a farci riflettere ancora di più su quale sia la reale differenza tra i due.
Questo non impedisce però a Deckard di portare a termine il suo compito come se fosse l’amore che si prova per lui (lei) a rende più umano, o umano del tutto, un Nexus: Rachel non dovrà essere ritirata ma i fuggiaschi sì.
E’ il confronto finale tra Roy Batty (Rutger Hauer) e Deckard a gettare ancora di più un’ombra sulle diversità tra uomini e costrutti. La meschinità della razza umana, infatti, oltre che essere più di un legittimo sospetto che ognuno di noi ha anche solo per la conoscenza della storia, è ben rappresentata in ‘Blade Runner’. La solo idea di creare organismi così simili all’uomo in tutto e per tutto tanto da prevedere la possibilità che questi sviluppino sentimenti, e per questo dotarli di una vita limitata in modo da tenerli sotto controllo, è genuino di una divinità crudele come solo l’uomo può essere. Per questo non riusciamo mai a condannare del tutto Roy Batty e Pris (Daryl Hannan) quando decidono di uccidere il dottor Eldon Tyrell (Joe Turkel), loro creatore, appreso che sarà impossibile ottenere più tempo per continuare ad amarsi. Come androidi. Ma come esseri viventi, come uomini.
Perciò l’uomo crea i Nexus, gli dona così tanta intelligenza da permettergli di innamorarsi, ma nega loro la possibilità di essere umani fino in fondo attraverso la condanna con una morte controllata. Un’esistenza scandita dalla certezza della propria morte non può mai essere vissuta fino in fondo.
Eppure, nonostante la crudeltà alla quale sono sottoposti, anzi forse proprio grazie alla mostruosa sperimentazione di cui sono vittime, danno alla vita un valore talmente grande da redimere i biechi sentimenti prettamente umani: odio, rancore, vendetta.
E’ questo il senso dello scontro finale: Roy Batty salva Deckard (nonostante questi abbia appena ucciso Pris, la sua amata) e piange, con lacrime nella pioggia, per tutto ciò che andrà perduto al momento della sua scadenza. Così imminente da trasformare il salvataggio del detective nella sua ultima azione prima di morire.
Perché di morte, a tutti gli effetti si tratta.
Il finale non è però priva di speranza. Fuggendo dalla città che sembra raccogliere tra le sue spire molta della malvagità dell’uomo, Deckard e Rachel continuano il loro futuro impossibile (suggellato dalla visione e dall’origami di un unicorno, il simbolo della purezza e dell’amore) per quanto gli sarà concesso. L’oscura profezia che accompagna ogni Nexus, infatti, potrebbe non risparmiare nemmeno Rachel.
“Peccato però che lei non vivrà!”.
Tutto questo all’interno di un film girato trent’anni fa ma che si dimostra ben più che attuale. Il 2019 è ancora lontano e se non vivremo nella città tratteggiata magistralmente da Scott, non è detto che le cose possano non prendere quella direzione.
Come accennavo, il Director’s Cut complica molto le cose. La strana purezza dei Nexus viene messa in discussione mentre viene accentuata la decadenza della razza umana con un gioco di ombre inquietante e camuffato in un elegantissimo chiaro-scuro.
In che modo? Vi lascio la curiosità di vederlo, se non lo avete già fatto. O forse ne riparleremo.