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CIVIL WAR DI ALEX GARLAND

Tempo di lettura: 4 minuti

[TRE GENERAZIONI]

C’è una guerra civile, in America. C’è una Presidente degli Stati Uniti trincerato nei corridoi della Casa Bianca mentre le Western Forces, una coalizione di stati secessionisti, sta marciando verso Washington senza incontrare nessuna resistenza degna di nota. Ci sono Lee, Joel, Sammy e Jesse. Giornalisti che appartengono a tre generazioni diverse, ciascuno con i propri sogni e incubi.

Lee e Joel, fotoreporter di guerra, vogliono raggiungere la Casa Bianca e intervistare il Presidente nel tentativo di un ultimo, grande scoop all’interno di un Paese la cui guerra civile sembra aver cambiato la geografia dell’informazione.

Jesse vuole imparare il mestiere: ammira Lee, ama la fotografia e viene caricata a bordo in un suo personale rito iniziatico.

Sammy è un giornalista vecchio stampo. Scrive ancora, Sammy. Cerca di tenere affilata una penna che non riesce più a ferire come e più di una spada e a lui basterebbe raggiungere il fronte e raccontare da lì, ostinato, cosa è diventata la sua America.

Tre generazioni a confronto e a unirle tutti i chilometri che li separano dal fronte e dalla Casa Bianca.

Questo è Civil War. Un viaggio tra redenzione e iniziazione, un road movie attraverso un’America che conosciamo perché è tremendamente vicina a quella dei giorni nostri.

[TRA FANTASCIENZA E REALPOLITK]

Alex Garland, sceneggiatore e regista di Civil War, non è un turista della fantascienza. L’ha esplorata in molte sue declinazioni: dalla posta apocalisse di 28 giorni dopo, alle intelligenze artificiali di Ex-Machina passando dalla perdita di sé in Annientamento e approdando a un patriarcato che si auto-partorisce nel suo ultimo Men.

Perciò Alex Garland guarda il presente, lo disseziona utilizzando l’affilato bisturi della sua potente intuizione e lo ri-assembla raccontandoci qualcosa di così terribile da essere persino probabile.

Ma lo fa senza curarsi troppo delle cause: la sua attenzione è tutta concentrata sull’occhio che l’orrore di quella Guerra Civile dovrebbe raccontarlo e sull’effetto che quel racconto dovrebbe avere sul suo pubblico. Su di noi.

La narrazione di Civil War procede per istantanee. Polaroid in bianco e nero di un paese che ha perso se stesso e in cui tutto, dalla tortura alle fosse comuni, risuona in modo feroce e drammatico con il nostro, di presente. Garland punta una sveglia con l’obiettivo di risvegliare il nostro subconscio: noi, periferie dell’Impero culturale occidentale, assistiamo alla caduta della Capitale per mano dei suoi stessi abitanti.

[IL VIAGGIO, IL SACRIFICIO E LA REALTA’]

Le tre generazioni che Garland mette insieme su quel furgone a caccia di verità sono archetipi. Il vecchio saggio, araldo dell’ancien régime giornalistico dove la verità andava raccontata a parole. Lee (una Kirsten Dunst tremendamente centrata), la disillusa generazione post rivoluzione culturale e Jesse che rappresenta l’eredità in bianco e nero di un mondo, quello dell’informazione, ormai finito.

Come è prevedibile, il viaggio è sacrificio. Le colpe dei padri per una volta ricadono su di loro e il racconto della realtà rimane appannaggio delle immagini. E a impugnare quelle immagini resteranno solo i figli digitali della nuova modernità: Jesse e quelli come lei.

Il futuro e la realtà, quindi, sono immagini. Sono immaginazione. Parafrasando liberamente Orwell chi controlla immagini controlla il presente. E chi controlla il presente controlla il futuro. Per questo le Western Forces accettano giornalisti in prima linea. Per questo quasi tutti quelli che imbracciano un fucile, nel futuro-presente di Garland, vogliono istantanee delle loro imprese di coraggio e di morte. Quasi tutti. Perché certi orrori è meglio continuare a farli di nascosto.

Eppure, forse, c’è anche qualcosa di più.

[SPETTRI DAL FUTURO]

Garland non è uno sprovveduto ed è abbastanza raffinato da costruire le sue realtà alternative su più livelli. E il mondo di Civil War, quel mondo che vive di immagini è, tra le altre cose, un doppio monito. C’è la guerra, d’accordo. C’è l’occidente chiamato allo showdown finale con tutte le sue contraddizioni. 

Ma quanto è sicuro, oggi, affidarci solo a quello che vediamo? Con le AI generative in grado di creare realtà alternative capaci di ingannare e ingannarci, siamo davvero certi di voler lasciare alle immagini tutto questo potere? Quando Joel intervista il Presidente degli Stati Uniti le parole, ormai, non hanno più alcun valore. Ci sono solo trofei, immagini, frammenti di presente da consegnare a chi è e a chi verrà dopo di noi. 

Come se tutto il resto non contasse più niente.

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