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Fëdor Dostoevskij

Tempo di lettura: 5 minuti
Le notti bianche – Fëdor Dostoevskij 

Leggere Dostoevskij è affrontare una sincerità che disarma. È accedere ai pensieri, ai sentimenti e alle visioni di chi scrive senza il filtro del pudore, o della vergogna, o della furbizia, o di uno stile macchinoso o artefatto che ha l’ambizione di depistare. Ci sono eleganza e purezza, ci sono ironia e onestà. C’è la vita di un sognatore che non per caso ha l’età dell’autore, c’è il suo mondo fantastico ma instabile, un mondo talmente ricco da essere fragile quanto un amore giovanile che non chiede (e non vuole, e non dá) niente in cambio. E poi c’è Nasten’ka. Il sogno in carne e ossa, un sogno anche troppo reale attorno al quale, come in una profezia, si addensano le oscure parole del protagonista. “Anche i sogni si consumano”. Ma in quelle quattro notti bianche, nel lungo crepuscolo di Pietroburgo, prima di consumarsi il sogno colora la città con “un intero attimo di beatitudine”. Un intero momento che mostra come può essere, come dovrebbe essere, una realtà non sognata. Un attimo che travolge, che sconquassa, che illumina e che redime la vita solitaria di un sognatore di sogni consumati. Ma che forse, forse, non riesce a liberarlo mai del tutto dalla sua stessa profezia?Oggi è stata una giornata uggiosa, piovosa, senza spiragli, come la mia futura vecchiaia”.

Lo puoi trovare qui:


“Ora poi concludo l’esistenza nel mio angolo, stuzzicandomi con la rabbiosa e del tutto inutile consolazione che una persona intelligente non può nemmeno diventare seriamente qualcosa, ma diventa qualcosa solo chi è stupido. Sissignori, l’uomo del secolo diciannovesimo deve ed è moralmente obbligato ad essere una creatura soprattutto senza carattere; l’uomo di carattere invece, l’uomo d’azione, ad essere una creatura soprattutto limitata.”

Tutti abitiamo il sottosuolo. Lo abitiamo forse per pochi minuti, magari per giorni, per mesi, per una vita intera. È un luogo umido di invidie, di gelosia, di occasioni mancate. Di cosa avrebbe potuto essere SE, di cosa sarà QUANDO. È un luogo di promesse mancate, promesse che per prime facciamo a noi stessi e alle quali, per primi, manchiamo. Così il grigio impiegato del ministero a cui 

Fëdor Dostoevskij dà voce si racconta. Apre uno spiraglio attraverso il quale ci lascia sbirciare – e a volte ci sbatte in faccia – il suo sottosuolo. Lo fa definendo le coordinate di un mondo che è certo di avere compreso, un mondo dove “Ogni uomo perbene del nostro tempo è e deve essere un vigliacco e uno schiavo. il suo stato normale.”, un modo che definisce con regole ciniche e precise. Crea un ecosistema dal quale lui cospira, di fatto e costantemente, contro la razza umana. E dal quale la razza umana cospira contro di lui.

“Sono un uomo malato… Sono un uomo cattivo” è il mantra che ci e si ripete Dostoevskij per bocca del suo protagonista. Una nenia oscura che passa dal definire il mondo con regole e principi all’intimità del racconto di sé. E qui ecco che vediamo scatenarsi la vera potenza del sottosuolo e di chi lo abita. È una vita di mancanze, quella che ci viene raccontata. Una vita in balia di emozioni meschine e di aspirazioni grandiose. Una vita impossibile da aggiustare perché 
“se un giorno troveranno davvero la formula di tutti i nostri voleri e capricci, cioè da che cosa essi dipendano, secondo quali leggi precisamente sorgano, come precisamente si diffondano, dove tendano nel tale e nel tal altro caso e così via, cioè la vera formula matematica, allora l’uomo c’è caso che cessi anche subito di volere, e anzi, c’è caso che cessi di sicuro.”

Una vita sepolta che piano piano, inesorabile, deforma ogni cosa. Che però si sazia di sé stessa, delle proprie (in)certezze. Che è consapevole delle storture a cui conduce il sottosuolo ma che spinge al compiacersi proprio di quelle storture, come fossero una malattia di cui vantarsi.

Ci sono consapevolezze, lì, in profondità. Ci sono sogni, se di sogni si può parlare.

“Anche nei miei sogni del sottosuolo non mi sono mai figurato l’amore se non come una lotta, l’ho sempre cominciata con l’odio e terminata col soggiogamento morale, e perciò non potevo nemmeno più immaginarmi che cosa dovevo fare dell’oggetto soggiogato.”

Memorie dal sottosuolo è un campionario cinico e sofferente. Un monito cui tutti dovremmo prestare attenzione. È la preghiera al contrario dell’uomo moderno che vive una vita sotterranea nell’esilio auto imposto di chi sa (o vuole, o crede) di essere più intelligente di tutti gli altri. Ma che poi, di questa certezza o presunzione, non sa che farsene perché

“Noi sentiamo perfino il peso di essere uomini: uomini con un autentico e nostro corpo e sangue; ce ne vergogniamo, lo consideriamo come un disonore e cerchiamo di essere non so che immaginari uomini universali. Siamo dei nati-morti, ed è già un pezzo che non nasciamo più neppure da padri vivi, e questo ci piace sempre di più.”

Sono memorie di frammenti di vita, quelle che si racconta Dostoevskij. Sono incidenti, piccoli pasticci di superficie che però nel sottosuolo diventano vessazione, diventano letteratura, diventano libro. Quel libro – quel “parlare come un libro” – che rende tutto tanto, troppo difficile da sostenere. E sono così comuni questi pasticci, in apparenza persino banali, così facili da scatenare, che non basterebbe una vita per raccontarne davvero la profondità sotterranea.

“Ma anche a noi sembra che qui ci si possa fermare.”

Lo puoi trovare qui:

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