Il tradimento degli anni ’80

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Da quando ho guardato Stranger Things ha iniziato a muoversi ai margini della mia coscienza una sensazione tra il vago, l’inquieto e lo spiacevole. Sensazione, questa, che è entrata in risonanza con un pezzo scritto tempo fa sui film horror e con la rottura dei dotti lacrimali per ogni singolo fotogramma dei Perdenti dell’IT cinematografico di Andy Muschietti. Non ci sono volute le capacità analitiche di Hannibal Lecter per capire che il denominatore comune di Stranger Things, l’horror di cui ho scritto e i Perdenti di IT era uno soltanto: gli anni ’80.

Metto in chiaro subito una cosa: io sono nato nel 1977 e va da sé che sono cresciuto negli anni ’80 perciò da quello che leggerete qui va probabilmente tolta una tara dal peso specifico non trascurabile e cioè l’importanza di aver vissuto proprio in quegli anni le esperienze emotive e culturali che, per questioni anagrafiche, hanno contribuito a formare il mio carattere. Detto questo credo sia innegabile (ma sono pronto a essere sbugiardato in qualunque momento) che dalla fine degli anni ’70 all’inizio dei primi anni ’90 il mondo ha attraversato un periodo di straordinario fermento creativo e tecnologico. Arcade e coin-op (Space Invaders è del 1978 e io ho iniziato a frequentare sale giochi nel 1982 godendomi, una vera golden age della videoludicità condivisa), Dungeons & Dragons (pubblicato nel 1974 ma destinato al successo planetario qualche anno dopo insieme a una pletora sterminata di giochi di ruolo), Star Wars e la riscrittura del mito in chiave pop, icone del fumetto come V per Vendetta, Watchmen, Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, la nascita di tonnellate di icone horror che ancora oggi frequentano le sale (siamo freschi freschi del sequel di Halloween) e anche a livello musicale un panorama che credo non abbia più avuto eguali.
Chi c’era, io e molti di quelli che leggono queste righe, forse non aveva la chiara percezione di ciò che stava accadendo ma a distanza di oltre trent’anni quello che resta è un persistente senso di non risolto. Soprattutto ora, soprattutto nel mondo di oggi.
Cosa intendo? Chi ha formato i propri interessi e le proprie passioni negli anni ’80 è come se fosse ancora congelato in una promessa che non si è mai avverata. La creatività di quei tempi, la violentissima onda di condivisione culturale che ha trascinato la cultura pop per diversi anche una volta esauritasi ha marchiato in modo indelebile chi si è fatto contagiare da quella magia. Forse è un discorso che vale per tutte le generazioni, forse chi è cresciuto con i Beatles e i Rolling Stones ha provato per gli anni ’80 la stessa sensazione di disorientamento che provo io per gli anni 2000. Ma la forte, fortissima impressione è che quei fatidici anni ’80 avessero l’ambizione di formare una legione di persone avvezze a forme culturali diffuse e diffondibili, ubriacandole di varietà artistiche, affidando loro le chiavi di quello che avrebbe potuto essere un nuovo mondo.
Intendiamoci: non sto dicendo che prima degli anni ’80 tutto era grigio e incolore, anzi. Ci sono sempre stati pensatori eccellenti in tutte le epoche che la quantità di sollecitazioni di quegli anni restano, a mio modo di vedere, una congiuntura unica.

Il problema è venuto dopo. È come promettere a un adolescente che appena compiuti i diciotto anni potrà avere tutto ciò che desidera ma poi manipolando la fisica iniziare a rallentare il tempo, spostare il traguardo della maggiore età avanti all’infinito. Ecco, credo che sia successo questo. La promessa degli anni ’80 si è infranta e, per qualche motivo e in qualche modo, al posto dei dadi da 20 o di Wonder Boy, dei Queen o degli U2, di Watchmen, di ET o dei Ghostbusters abbiamo un mondo reso arido da sovranismi, crisi economiche, talent show, analfabetismo funzionale, fake news e tutto quello che ammorba gli schermi dei vostri computer o telefonini (non smartphone).
Senza trasformare questa breve considerazione in un devastato grido di dolore (che non è e non vuole essere), a volte ho l’impressione che i miei compari di ubriacature culturali siano in attesa di qualcosa. Aspettiamo tutti di poter dare fondo a tutto quello che abbiamo incamerato in quegli anni. Qualcuno si è perso per strada (o forse darwinianamente si è adattato meglio di noi alla contemporaneità) ma molti altri no. Di certo abbiamo le nostre colpe, come tutti le hanno, ma le promesse di un mondo colorato e scintillante, di poter far parte di una grande rivoluzione culturale pop che sembrava non dover finire mai, non si sono mai realizzate. Si tratta certo di un tradimento involontario ma è come qualche volta, quando incappo nel grigiore dell’attuale non offerta creativa, mi sento. Poi uno cerca, scava e setaccia: i figli degli anni ’80 ci sono ancora e combattono. Poco tempo fa vi ho parlato dei podcast e lì ho trovato promesse realizzate, ma lo smantellamento metodico di tutti i miti di quegli anni inizia a farsi pesante (penso all’abuso del mondo fumettistico al cinema, di come i videogame da salagiochi si siano trasformati in un ibrido tra social network e consolle da casa, della bulimia musicale su piccola e vasta scala) e al loro posto, almeno dal mio limitatissimo osservatorio, non vedo arrivare nulla.
Anzi, per un motivo o per l’altro è iniziato già da qualche anno un piccolo grande medioevo che promette di durare davvero molto a lungo. Che dite? Volete provare a convincermi del contrario?

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Ghostland – di Pascal Laugier

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Adoro Pascal Laugier, anche se non ci andrei nemmeno a bere un caffè tanto mi preoccupa il funzionamento della sua mente. Lo adoro a tal punto da aver messo il suo Martyrs in cima alla mia classifica dei 20 film horror. L’ho adorato anche nel meno convincente The Tall Man (2012) perciò aspettavo con una certa trepidazione Ghostland (in Italia, La Casa delle Bambole). Laugier non mi ha deluso, anzi.

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Il fallimento del futuro?

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Quando il futuro ha smesso di essere un faccenda di cui occuparci? Quando è diventato esclusivo demanio di multinazionali e governi? Mi guardo intorno e dal mio limitato osservatorio vedo che da una parte si ragiona di connettività, infrastrutture, intelligenze artificiali, gestione dei dati, ripristino e trasformazione in un grande corridoio informatico della vecchia Via della Seta (per fare un esempio). Dall’altra si è concentrati su un presente abbastanza misero (dal punto di vista concettuale), fatto di sussistenze, di paure, di contrazioni sociali, di ritorno ad alchemiche ricette ottocentesche, di esclusioni e di frammentazione del tessuto connettivo che dovrebbe tenere insieme tutto. Uno Jedi direbbe che abbiamo smesso di essere in comunione con la Forza.

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