L’errore della semplificazione

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Mandante morale. Buonismo. Sostituzione etnica. Populismo. Aggiungete quello che volete a questa salva di termini che sono sempre più abusati nel linguaggio comune.
Faccio un passo indietro: la scienza, il metodo scientifico, richiede una forma di semplificazione. I problemi prima di essere risolti devono essere ridotti ai minimi termini perché è dalla semplificazione che si possono trarre il maggior numero di regole generali.
Occam diceva: “A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire” ed è questa massima alla base del famoso rasoio di Occam.
Questo principio si può (e si deve) applicare al metodo scientifico ma siamo sicuri che la semplificazione sia la giusta risposta anche alle dinamiche sociali? Da un lato, per quanto tutti aspiriamo a essere individui unici che svicolano dalle classificazioni generali, i modelli comportamentali non sono infiniti. Ideologie, schieramenti, appartenenze lobbistiche. Nessun uomo è un isola e nessun uomo osserva il mondo utilizzando parametri del tutto personali.
Isaac Asimov, per mano di Hari Seldon, aveva raffinato una scienza, la psicostoria, come strumento di analisi per prevedere il comportamento delle masse nel futuro.
Noi non siamo così fortunati. Anzi. Il surrogato che il nuovo millennio ci ha donato per interpretare il presente (siamo incatenati al presente, sempre di più, sempre con più insistenza) sono i social network. E i social, per motivi che ho già provato a individuare qualche tempo fa, necessitano semplificazione.
Lo adoro. Fa schifo. Lo amo. Lo odio. Bellezza o disgusto assoluto. Nessuna via di mezzo.
E qui veniamo al punto. Sono i social che determinano il linguaggio? Che spingono a ridurre ai minimi termini argomenti complessi come quelli che ci troviamo ad affrontare in questo momento storico?
A conti fatti, non è così importante. La cosa importante è che tutti, nessuno escluso, inseguono la semplificazione anche quando questo non dovrebbe essere fatto.
Immigrazione? Semplice. O li mandiamo a casa loro o li accogliamo tutti. E allora da una parte e dall’altra rimbalzano accuse di “responsabilità morale”. Chi accusa e chi viene accusato accetta volentieri il gioco delle parti perché così è più SEMPLICE farsi individuare. E’ più facile, al netto di ogni giudizio morale, occupare una casella predefinita nel bianco o nel nero.
Il problema è che questo atteggiamento diffuso, questa resa da parte delle istituzioni, quest’assecondare il desiderio di semplificazione, ha effetti collaterali devastanti.
Il mondo non è semplice. Le interazioni sociali non sono la forza di gravità, non sono una reazione di ossidoriduzione, non ragionano in linguaggio binario. Eppure, testardamente, tutti accettano di piazzarsi ai lati di una barricata senza rendersi conto che il mondo reale si trova proprio nel mezzo. E ci chiedono di schierarci alla stessa maniera.
Ma non ha senso. Non ha alcun senso. La coscienza collettiva, la nostra coscienza, non è un secchio nel quale vomitare le proprie pulsioni, qualunque esse siano. Non è terreno di conquista, non è una collina arida sulla quale piantare bandiere colorate.
Siamo chiamati a resistere, oggi più che mai. Fuori dalla palude nella quale ci vorrebbero, superiori alle provocazioni con le quali tentano di imbrattare il sentire comune. Ognuno ha le sue idee, è giusto che sia così. Ma il mondo non è semplice, e la complessità non vuol dire incapacità di interpretarlo. Insistono perché lo pensiamo. Insistono per offrirci soluzioni binarie perché nella semplificazione è più facile piazzarci da uno dei due lati della barricata. Ci vogliono su quella barricata.
Quello che dobbiamo fare? Scendere, e comprendere la complessità di quello che c’è là fuori.


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Hill House, il passato e l’inferno

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Mi sono avvicinato alla serie Netflix di Hill House con un certo timore, lo stesso timore che chiunque abbia letto il libro ha provato al pensiero di vedere il complesso capolavoro di Shirley Jackson deformato (e forzato) in una serie televisiva con tempi e ritmi diversi di quelli di una solidissima narrazione. Fortunatamente Mike Flanagan, regista che apprezzo molto (suoi sono, tra gli altri, Oculus e Somnia), ha deciso di percorrere una strada diversa. Hill House, una casa che definire infestata è decisamente riduttivo, è ‘solo’ ambiente e suggestione. Nessun personaggio (a parte qualche doveroso omaggio), nessuna situazione riadattata, di fatto una storia nuova che sceglie come ambientazione la tremenda casa fatta di corridoi, angoli scuri e presenze sinistre.

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Rapporto di fine anno – 2018

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Il primo post di questo sito è datato 30 Novembre 2010 perciò sono passati otto anni dalla sua messa on-line, otto anni nei quali, come si dice, ne é passata di acqua sotto i ponti. Quest’anno per la prima volta però voglio prendermi il lusso di riepilogare con un post tutte quelle che sono state le mie attività letterarie, o para letterarie, dell’anno appena trascorso.
Perché?
Perché chi come me si occupa di letteratura con serietà e professionalità, ma nel risicato monte ore del dopo lavoro (quello che fa pagare le bollette, per intenderci), sa cosa si prova nel sentirsi sempre in ritardo. Sa come può essere logorante quel vago (ma persistente) senso di colpa del “non fare mai abbastanza”, di essere un passo indietro rispetto a non si sa bene cosa. Una spiacevole sensazione che spinge verso una sorta di bulimia creativa per la quale si scrive, si finisce un progetto, ma non si ha mai il tempo (o la forza) di goderne appieno perché “c’è sempre qualcosa di nuovo da fare”.
Insomma, un po’ per ringraziare chi mi segue, chi mi legge, chi mi ascolta, un po’ per tirare una linea oltre le quale osservare con quieta soddisfazione cosa si è fatto, ecco qui il mio rapporto di fine anno: tutto quello che ho pubblicato (e dove) nel corso dei dodici mesi appena trascorsi. Si vi siete persi qualcosa, se volete condividerlo o commentarlo qui o altrove, sapete di essere i bene accetti. Sempre e comunque!

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