Sterminare tutti i pensieri razionali

Tempo di lettura: 2 minuti

“Sterminare tutti i pensieri razionali, questa è la conclusione alla quale sono giunto”
William Lee, Il Pasto Nudo

David Cronenberg usava queste parole per raccontare il percorso di distruzione della realtà de Il Pasto Nudo (per chi avesse dieci minuti, ne ho parlato in dettaglio qui), io le prendo in prestito per tracciare un ipotetico confine del linguaggio che temo sia già stato oltrepassato.
Negli ultimi mesi ho avuto la spiacevole sensazione, che poi è diventata certezza, di una frattura profonda in quello che dovrebbe essere il normale modo di comunicare. Mi sono reso conto di non avere più gli strumenti per spiegare il mio pensiero a chi assume posizioni molto differenti dalla mia, di non trovare un terreno comune di confronto. E non sto parlando di convincere della bontà delle mie opinioni, sto parlando di riuscire a trasmettere la mia idea in modo efficace, di far capire cosa penso.
Razzismo, fascismo, buonismo, empatia. Parole importanti, con un peso specifico molto elevato, che però vengono completamente destrutturate nel momento in cui si trovano un # davanti. L’approdo sui social le priva del loro potere, della loro storia. Rimbalzano in decine di migliaia di contesti dalle più svariate accezioni. E’ come ripetere centinaia di volte una parola: alla fine questa perde significato e di lei non resta che un suono spogliato di ogni emotività.
Vedo succedere questo. Lo sterminio dei pensieri razionali avviene ogni volta che un trending topic disseziona la parola trasformandola in qualcosa di diffuso e diffondibile.
Concetti importanti vengono utilizzati con disinvoltura tanto da trasformare tutto nel contrario di tutto. Le parole hanno potere e devono essere impiegate nel modo giusto, nel contesto giusto, con il peso giusto. Se dico ‘razzismo’ o ‘fascismo’, se dico ‘buonismo’ o ‘empatia’, questi concetti dovrebbero incasellarsi immediatamente in un posto condiviso e comune nella testa dei miei interlocutori.
Non è più così. L’abuso ha privato i concetti del loro potenziale. Stanno sparendo le basi di una comunicazione condivisa perché i mattoncini sui quali è possibile edificare il confronto si stanno sgretolando uno dopo l’altro.
Questa cosa mi preoccupa molto perché al netto di sacrosante opinioni differenti, se non si riesce nemmeno a spiegare il proprio punto di vista, si entra in un vicolo cieco evolutivo, almeno dal punto di vista sociale.
Possibile che il linguaggio per come lo conosciamo abbia raggiunto il suo apice massimo e adesso si stia contraendo diventando un ostacolo al progresso? E se così fosse, quali sono le alternative?

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Comments (1):

  1. Steffy

    13 luglio 2018 at 20:18

    Mettiamola così: il nostro attuale linguaggio penso sia adatto per un certo tipo di dialogo, quello scritto tra due persone o quello parlato tra due o più persone presenti in uno stesso luogo. Ma per quel dialogo che oggi si ambisce ad avere, chiamiamolo ‘collettivo’ penso che serva altro. Se questo ‘altro’ è alla nostra portata rimane da vedere, ma porsi le domande è sempre un passo avanti. Io non ho parole che possano descrivere le possibili alternative che chiedi, so soltanto che la mia mente ‘splende’ quando cerco di immaginarle. Vedi mai che sia proprio una delle strade percorribili. Che dici?

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Ghostland – di Pascal Laugier

Tempo di lettura: 3 minuti

Adoro Pascal Laugier, anche se non ci andrei nemmeno a bere un caffè tanto mi preoccupa il funzionamento della sua mente. Lo adoro a tal punto da aver messo il suo Martyrs in cima alla mia classifica dei 20 film horror. L’ho adorato anche nel meno convincente The Tall Man (2012) perciò aspettavo con una certa trepidazione Ghostland (in Italia, La Casa delle Bambole). Laugier non mi ha deluso, anzi.

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Il fallimento del futuro?

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Quando il futuro ha smesso di essere un faccenda di cui occuparci? Quando è diventato esclusivo demanio di multinazionali e governi? Mi guardo intorno e dal mio limitato osservatorio vedo che da una parte si ragiona di connettività, infrastrutture, intelligenze artificiali, gestione dei dati, ripristino e trasformazione in un grande corridoio informatico della vecchia Via della Seta (per fare un esempio). Dall’altra si è concentrati su un presente abbastanza misero (dal punto di vista concettuale), fatto di sussistenze, di paure, di contrazioni sociali, di ritorno ad alchemiche ricette ottocentesche, di esclusioni e di frammentazione del tessuto connettivo che dovrebbe tenere insieme tutto. Uno Jedi direbbe che abbiamo smesso di essere in comunione con la Forza.

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