Ebook – L’onda di Canterbury – Robotica.it

Tempo di lettura: 3 minuti

Dopo l’antologia Voci della Polis, l’universo di Polis Aemilia (città ambientazione de Il Re Nero, romanzo vincitore del Premio Urania 2010) si amplia ancora con un racconto lungo, questa volta ambientato dopo i fatti raccontati nel romanzo.

L’onda di Canterbury è una storia indipendente, che può essere letta senza conoscere nulla de Il Re Nero ma che di certo interesserà molto tutti i lettori appassionati di Polis Aemilia. Ma di cosa parla il racconto?

Dopo la caduta della Polis Aemilia, raccontata nel romanzo Premio Urania “Il re nero”, il mondo si sta ridisegnando. La Gran Bretagna è diventata un regno teocratico isolazionista, nel quale è impossibile entrare: una misteriosa barriera, l’Onda Sacra, uccide tutti gli esseri umani che si avvicinano alle sue coste. Ma il protagonista di questa storia non è, esattamente, un essere umano. È un Dissonante, una macchina da guerra vivente, costruita per resistere a ogni genere di attacco biologico o chimico. Un relitto del passato al quale è rimasta una sola possibilità per godere di qualcosa di simile alla libertà: portare a termine la propria missione.


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Di seguito, ecco l’incipit del racconto:

Una vibrazione sorda percosse lo scafo e la penombra vibrò di gemiti doloranti: erano stretti, ammassati uno sull’altro. Gli impianti di ventilazione della Caronte ronzavano incapaci di ripulire in modo efficiente l’aria della stiva.
– Che cosa è stato? – sentì chiedere a una voce strozzata. Proveniva da due piani sotto, dalle cuccette magnetiche sospese a tre metri da lui. Aveva un accento strano, forse asiatico. A quanto pareva non se la passavano bene nemmeno a est.
– Un drone – fu la biascicata risposta, questa volta più vicina. Europeo?
– Un drone? Pensavo fossero inattivi.
– Infatti. Ma infestano le acque della Manica come tante balene morte. Alcuni di loro hanno ancora un briciolo di energia e continuano la loro guardia. Fantasmi cocciuti, ecco cosa sono – sì, era un francese. Socchiuse gli occhi per cercare di metterlo a fuoco ma le ombre degli altri passeggeri gli impedivano di farlo.
– Come lo sai?
– Lo so è basta.
Un nuovo scossone. Una nuova salva di lamenti.
– Questa nave è robusta. Sono i droni ad avere la peggio – concluse il francese mettendo fine alla discussione.
Avevano lasciato Calais tre ore prima proprio quando uno dei cicloni artificiali francesi si era abbattuto sulla costa. Subito la pioggia giallastra carica dei rifiuti industriali che i sintetizzatori della Borgogna sputavano nell’aria si era raggrumata in grandi pozze itteriche lungo le strade malconce della città. Il risultato? Un fetore di carne marcia misto alla melmosa consistenza delle polle trasformava i vicoli in enormi pustole purulente. Il controllo climatico era l’unico modo che il governo francese aveva trovato per abbassare il livello di inquinamento dell’aria. I sintetizzatori non potevano essere spenti, erano la principale fonte di cibo dell’intero paese, ma i pennacchi color ocra che salivano dalle enormi vasche di sintesi ammorbavano l’aria. Superati i tremila metri il calo di temperatura modificava la chimica delle emissioni: queste si legavano tra loro formando micidiali nubi giallastre capaci di frammentare la radiazione solare. Gelo. Umidità. Pulviscolo cancerogeno. Serviva qualcuno da sacrificare e la costa della Normandia era il candidato ideale. Perciò da più di vent’anni violente tempeste artificiali spazzavano le nubi verso il mare e sfogavano lì la loro furia precipitando tutti gli scarti industriali. La stessa sostanza limacciosa adesso impediva alle ventole di funzionare a dovere.

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Ghostland – di Pascal Laugier

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Adoro Pascal Laugier, anche se non ci andrei nemmeno a bere un caffè tanto mi preoccupa il funzionamento della sua mente. Lo adoro a tal punto da aver messo il suo Martyrs in cima alla mia classifica dei 20 film horror. L’ho adorato anche nel meno convincente The Tall Man (2012) perciò aspettavo con una certa trepidazione Ghostland (in Italia, La Casa delle Bambole). Laugier non mi ha deluso, anzi.

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Il fallimento del futuro?

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Quando il futuro ha smesso di essere un faccenda di cui occuparci? Quando è diventato esclusivo demanio di multinazionali e governi? Mi guardo intorno e dal mio limitato osservatorio vedo che da una parte si ragiona di connettività, infrastrutture, intelligenze artificiali, gestione dei dati, ripristino e trasformazione in un grande corridoio informatico della vecchia Via della Seta (per fare un esempio). Dall’altra si è concentrati su un presente abbastanza misero (dal punto di vista concettuale), fatto di sussistenze, di paure, di contrazioni sociali, di ritorno ad alchemiche ricette ottocentesche, di esclusioni e di frammentazione del tessuto connettivo che dovrebbe tenere insieme tutto. Uno Jedi direbbe che abbiamo smesso di essere in comunione con la Forza.

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