Captain Marvel di Anna Boden e Ryan Fleck

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C’era grande, grandissima aspettativa per questo film, così grande da aver addirittura rubato il secondo posto del podio delle attese a Episodio IX di Star Wars. Vuoi per il legame diretto tra la scena post credit di Avengers Infinity War e Captain Marvel, vuoi perché è il primo film dopo l’ecatombe scatenata da Thanos (se escludiamo Ant Man and The Wasp, ma quello è oggettivamente un campionato di categoria inferiore): quale che sia il motivo, le attese erano davvero tante. E temo siano state in buona parte disattese.

Vers (una comunque brava Brie Larson) è una combattente della Starforce, squadriglia di guerrieri kree capitanata da Yon-Rogg (un Jude Law un po’ meno bravo), che ricorda poco del suo passato ma che ha una sola certezza: gli skrull sono i nemici, le hanno portato via quel poco che aveva e devono essere sterminati. Ovviamente niente è come sembra, i nemici non sono necessariamente malvagi e il passato di Carol DanVers riserva molte, molte sorprese.

I problemi di Captain Marvel ruotano tutti intorno a una sola parola: freddezza. La costruzione di Carol Danvers, le sue relazioni con la Starforce, con la Dr. Wendy Lawson (Annette Benning) persino con l’amica Maria Rambeau (Lashana Lynch) è frettolosa, stereotipata e assemblata con una serie di ammiccamenti che a volte funzionano, spesso decisamente meno. La Boden e Fleck avevano un compito: presentare Captain Marvel in vista del prossimo Avengers End Game ma forse non avevano indicazioni su come farlo o forse sono rimasti schiacciati dai riferimenti troppo ingombranti con cui dovevano fare i conti. Perché le cose che funzionano meglio, quelle che sembrano avere più importanza, non riguardano Carol Danvers.

Da una parte ci sono Nick Fury (Samuel Jackson) e l’agente Phil Coulson (Clark Gregg), ci sono gli embrioni dello S.H.I.E.L.D., la nascita del progetto Avengers, l’inizio del rapporto tra Coulson e il suo mentore, il Tesseract e Ronan. Dall’altra c’è la storia di Carol Danvers, il suo passato fatto di tradimenti, la guerra contro gli skrull (che si comportano in modo piuttosto curioso diventando caricature di loro stessi) e il ritrovare sé stessa. I problemi sono in questo secondo blocco narrativo. Carol Danvers ha una genesi discontinua, tutta battute e leggerezza, tutta incentrata su un’eroina forte fatta di ironia forzata e qualche conflitto interiore. Il registro narrativo del film poi ricorda tanto (troppo) quello de I Guardiani della Galassia mutuando anche alcune situazioni e qualche personaggio proprio da quel ramo dell’MCU (Marvel Cinematic Universe). Il problema è che ne I Guardiani della Galassia (nel primo il secondo è al limite dell’offensivo) tutto aveva una grande armonia, camminava sul filo del rasoio riuscendo però a rispettarsi. Qui siamo davanti a qualcosa che non è né carne né pesce. Paradossalmente, come ho già detto, il film rende un servizio maggiore a Fury che a Carol Danvers e questo non credo fosse negli intenti originali dei registi. Anche perché tutte la parti che riguardano Captain Marvel appaiono stereotipate e, se anche sono capaci di strappare qualche emozione, si tratta di emotività preconfezionata. Niente a che vedere con la disgregazione di Spider Man sul finale di Infinity War, tanto per citare un grandioso picco narrativo.

Concludendo, è tutto da buttare? No. Il film si porta a casa una sufficienza piena ma di certo dopo il capolavoro di Avengers Infinity War siamo scesi di qualche gradino e forse è anche normale anche con Doctor Strange e Spider Man: Homecoming l’asticella dei film da solisti si era alzata e non di poco. Per genesi e stile narrativo, Carol Danvers potrebbe prendere il posto di Thor ma se così fosse alla bella e brava Brie Larson manca ancora qualcosa. A partire da un antagonista decente.

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