Creep – di Patrick Brice

Tempo di lettura: 2 minuti

★★★★☆

Continua grazie a Netflix la mia paziente e inesorabile operazione di recupero horror e questa volta è il turno di una produzione indipendente prodotta poi dal mecenate Jason Blum e dalla sua Blumhouse. Creep mischia il found footage al mokumentary ma lo fa con una freschezza che solo certi registi indipendenti sembrano, almeno in questo momento storico, possedere.
Aaron (lo stesso regista Patrick Brice) è un fotografo che realizza anche filmati su commissione e viene ingaggiato da Josef (Mark Duplass) per passare insieme a lui una giornata intera. Josef accoglie Aaron e lo mette a parte di uno straziante segreto: gli è stato diagnosticato un tumore al cervello e ha pochi mesi di vita. La moglie è incinta perciò Josef vuole realizzare filmati da fare vedere al figlio, una volta che questo crescerà. Citando lo stesso Josef, “come in My life, quel film con Michael Keaton“. Durante la giornata Josef mostra qualche atteggiamento piuttosto curioso e quando Aaron perde le chiavi della macchina, le cose si fanno ancora più sinistre.
Creep è un film realizzato con una sincerità di fondo ammirevole. Non si prende troppo sul serio, fa della semplicità la sua forza e ha sviluppi imprevisti ed equilibrati.
Riesce a mescolare tra loro diverse suggestioni e lo fa in maniera talmente pulita da riuscire ad andare ben oltre i limiti che una produzione indipendente, se priva di una mano salda che ne regge il timone, rischia di avere. Quando Brice introduce l’unico elemento mistico del film, la leggenda delle acque taumaturgiche e della roccia a forma di cuore, lo fa in maniera molto matura: suggerisce, non sbatte in faccia. Parla per immagini (la telecamera di Aaron è appoggiata su una roccia e noi vediamo, per la prima volta, da un punto di vista esterno) e non ha bisogno di imboccare lo spettatore cacciandogli in gola un cucchiaio colmo di informazioni (cosa che succede invece per pellicole che su carta dovrebbero essere ben più titolate).
E il successo maggiore è che quella leggenda, quella piccola componente mistica, si insinua in Aaron ma anche in noi portandoci un poco alla volta ad allargare il punto di vista. Proprio come Aaron fa quando appoggia la telecamera sulla roccia e ci dona, per un attimo, una visione onnisciente di quello che succede.
Creep è una pellicola breve (77 minuti) e di certo anche questa è una scelta che ne aiuta la tensione narrativa. Ma davanti all’imperare delle serie TV (tra l’altro, nessuno mi toglie dalla testa che parte del successo delle serie sia dovuto al fatto che mentre le guardiamo facciamo ANCHE altre cose), davanti a un cinema che sembra aver perso la brillante capacità di sintesi di un tempo, Creep risalta per la semplice efficacia di cui un regista entusiasta è capace.

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The Nun – di Corin Hardy

Tempo di lettura: 3 minuti

Ci sono due modi principali attraverso i quali ampliare l’universo narrativo di un franchise. Il primo è prendere un elemento (personaggio, ambientazione, situazione) e svilupparlo in maniera poco pretenziosa lavorando più sull’estetica che sulla sostanza e limitandosi a cavalcare la potenza concettuale dei pilastri fondanti il franchise. Il secondo è raccontare una storia diversa utilizzando uno degli elementi di cui sopra, sfruttare una suggestione scegliendo però un percorso narrativo autonomo che si appoggia al capostipite invece di caricarselo sulle spalle col rischio concreto di restare schiacciato dal suo peso.

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STRANIMONDI 2018 – Il DIARIO DELL’ESTINZIONE

Tempo di lettura: 1

Mancano davvero pochi giorni, tre per la precisione, alla quarta edizione di Stranimondi (Stranimondi alla quarta, per essere precisi): imperdibile appuntamento fisso per gli appassionati della fantascienza, del fantastico, del weird e di un sacco di altre cose molto interessanti.
Ebbene, ci sarò anche io e questa volta mi fermerò entrambi i giorni (sabato 6 e domenica 7 ottobre).

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