Dunkirk – di Christopher Nolan

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★½
Premessa doverosa: amo Christopher Nolan, amo il suo cinema cerebrale all’ennesima potenza, la sua freddezza, la sua tecnica e l’equidistanza emotiva con la quale approccia ai propri lavori. Per questo anche se Dunkirk può sembrare il suo film meno nolaniano in assoluto, in realtà racchiude al suo interno molto di quello che il regista inglese ha fatto in questi anni, e per questo mi è molto, molto piaciuto.
La storia di Dunkirk è, per l’appunto, storia. Racconta della ritirata dell’esercito inglese dalla coste francesi, di come questo avvenne, di chi fu merito e di come Churchill riuscì a trasformare una sconfitta di fatto in un grande moto patriottico per tutto l’Impero Inglese. Lo fa senza troppi moralismi, cercando di mantenersi equidistante e per quanto sia giusto e possibile che un regista inglese con un cast inglese che vuole raccontare di Dunkirk si mantenga neutro rispetto a una storia così densa di significati per tutto il suo popolo, e ci riesce. Lo fa, soprattutto, in modo molto diverso dal suo solito: dialoghi quasi azzerati, personaggi tratteggiati appena come se ognuno dei protagonisti del film potesse avere dieci, cento, mille corrispettivi nel grande calderone di ignominia e coraggio che è stato la Seconda Guerra Mondiale.
L’utilizzo del suono, della colonna sonora (Hans Zimmer non è di certo un turista in questo ambito), ha un ruolo talmente importante da essere a sua volta un vero e proprio personaggio protagonista. Il ticchettare costante trasmette l’inquietudine di una corsa contro il tempo, così come il ronzio permanente rappresenta una minaccia che può arrivare dal cielo in qualunque momento, una morte alata contro la quale gli oltre quattrocentomila soldati accalcati sulla spiaggia di Dunkirk non hanno nessuna difesa.
I soldati inglesi a Dunkirk
Nolan è Nolan quando decide di spezzare il film in tre linee temporali che si inseguono fino a unirsi tra loro: è il Nolan di Memento. Nolan è Nolan quando gioca con la luce e la fotografia delle battaglie aeree e della spiaggia aliena di Dunkirk, è il Nolan di Insomnia. Nolan è Nolan quando i ronzii costanti, i suoni persistenti e permanenti scavano nel cervello dello spettatore e dei soldati portando alla pazzia, è il Nolan del Cavaliere Oscuro e dalla follia del Joker.
Non risparmia critiche e, se escludiamo il personaggio di Tom Hardy, non mette in scena un elogio dell’eroismo: gli highlanders pronti a sacrificare chiunque non sia del loro reggimento sono un simbolo di come, davanti alla propria sopravvivenza messa in pericolo, cadono come birilli molti dei pilastri della solidarietà militare, della virtù a tutti i costi. Così come Cillian Murphy non è un soldato eroico, non è qualcuno a cui interessa la sopravvivenza dei suoi compagni: vuole salvarsi e lo vuole contro tutto e tutti.
Dunkirk, così come Interstellar, non è un film perfetto. Prende qualche scorciatoia, instrada gli avvenimenti in modo da ottenere un maggior effetto emotivo rispetto a quanto avrebbe fatto una più grigia (e sincera verità) e lo sforzo di rendere ogni personaggio un simbolo finisce con il non far affezionare davvero a nessuno di essi. Ma credo fosse quello che voleva Nolan: gli interessava spogliare la storia di Dunkirk da ogni risvolto politico, gli interessava mostrare come da una sconfitta si può comunque tirare fuori il meglio (qualcuno ha tirato Dunkirk per la giacchetta cercando di portarlo a favore della Brexit, io credo che se proprio si volesse dargli un colore, sarebbe proprio all’apposto), gli interessava ragionare per assoluti e non per particolari.
Ogni grande regista, prima o poi, vuole, deve e può saldare il conto con il proprio orgoglio patriottico: Spielberg lo aveva fatto con ‘Salvate il soldato Ryan‘ (1998), Nolan lo ha fatto con Dunkirk.

 

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Comments (2):

  1. Giulia Abbate

    4 settembre 2017 at 11:19

    Anche a me Nolan piace molto. Un film come “Insomnia” lo autorizza a sfornare dieci cagate prima che possa dire che sbaglia.
    Detto questo, in “Dunkirk” io a volte mi sono annoiata un po’. L’intreccio temporale non è eccelso, poteva sforzarsi di più intrecciando dettagli significativi. La tensione sulla spiaggia si avverte e non si avverte, l’ho trovata un po’ sotto tono. La navigazione boh.
    Il suono però è pazzesco, la vera bomba (passami la metafora, lol) del film. Che è comunque un bel film.
    Ultima doverosa nota: scritturare quel gran sorco di Tom Hardy e fargli fare l’intero film con una maschera sulla faccia è un crimine. Se N. non avesse fatto “Insomnia” vorrei menarlo! 😀

  2. Maico Morellini

    6 settembre 2017 at 12:17

    Ciao Giulia,
    grazie del commento!
    Io ho solo trovato forzata la bravura del personaggio di Hardy e il fatto che anche alla fine, senza carburante, riesca ad abbattere un aereo tedesco. Nell’iper-realismo complessivo del film, questo forse mi è sembrato gratuito. Però nel complesso, come dicevo, ho davvero apprezzato la freddezza didascalica di Nolan.
    Ha rischiato, non ha voluto inserire nessun strappo emotivo rispetto al complesso, e questa può anche essere una debolezza. Ma io non l’ho percepita così. 🙂

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Thor: Ragnarok – di Taika Waititi

Tempo di lettura: 2 minuti

VOTO★★☆☆☆

Con questo terzo film il Dio del Tuono raggiunge Iron-Man come numero di pellicole in solitaria (Captain America: Civil War era un mini-Avengers mascherato, perciò Cap resta al palo con ‘solo’ due titoli). Ma soprattutto continua (e forse si conclude?) il percorso isolazionista di Asgard: dopo un primo film molto terrestre, dopo un secondo film che esplorava la mitologia asgardiana e coinvolgeva la Terra in misura minore, arriviamo a Thor: Ragnarok nel quale il nostro pianeta è del tutto assente.

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IT – di Andy Muschietti

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★☆
Lo dico senza se e senza ma: trasporre IT sul grande (o piccolo) schermo è assolutamente impossibile. E’ impossibile perché la storia è così complessa e completa, così totalizzante, che anche piccole omissioni finiscono con lo snaturare l’armonia complessiva del capolavoro originale di King. Ed è impossibile anche perché IT è un romanzo senza filtro, morboso, violento, coraggioso e che non si ferma davanti a nulla. Parla una lingua dimenticata, di certo una lingua che l’ecosistema cinematografico (o televisivo) non può e non vuole imparare.

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