Hill House, il passato e l’inferno

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Mi sono avvicinato alla serie Netflix di Hill House con un certo timore, lo stesso timore che chiunque abbia letto il libro ha provato al pensiero di vedere il complesso capolavoro di Shirley Jackson deformato (e forzato) in una serie televisiva con tempi e ritmi diversi di quelli di una solidissima narrazione. Fortunatamente Mike Flanagan, regista che apprezzo molto (suoi sono, tra gli altri, Oculus e Somnia), ha deciso di percorrere una strada diversa. Hill House, una casa che definire infestata è decisamente riduttivo, è ‘solo’ ambiente e suggestione. Nessun personaggio (a parte qualche doveroso omaggio), nessuna situazione riadattata, di fatto una storia nuova che sceglie come ambientazione la tremenda casa fatta di corridoi, angoli scuri e presenze sinistre.

Di cosa parla The Haunting of Hill House? La famiglia Crane (Hugh, Olivia e cinque figli piuttosto piccoli, tutti interpretati nella doppia versione da attori all’altezza della sfida) si trasferisce nell’enorme casa con l’obiettivo di restaurarla e rivenderla: il vero e proprio affare della vita che permetterebbe ai Crane di realizzare, finalmente, il sogno di una abitazione progettata da Olivia. Una nuova dimora nella quale vivere tutti insieme. Ma la casa sembra avere altri scopi: apparizioni, la misteriosa Stanza Rossa, visioni e un crescendo di inquietudini fino alla terribile notte che spingerà Hugh e i figli a lasciare la casa non senza una tragica perdita. Anni dopo le lunghe dita oscure di Hill House si riallungheranno sui Crane trascinandoli di nuovo verso un passato con cui pensavano di aver saldato il conto e soprattutto richiamandoli tra le sinistre pareti del maniero.
Hill House è una serie molto interessante, su questo non c’è dubbio. Flanagan riesce a mescolare gli elementi classici dell’horror a una regia tra il canonico e il personale, con tutte quelle caratteristiche che lo rendono uno dei registi di genere più interessanti. Colori, inquadrature, dinamiche, tensioni narrative. Da un punto di vista tecnico Hill House è un prodotto molto, molto buono.
La sua vera cifra però, è nelle simbologie.

IL PASSATO
Il passato ha un ruolo centrale in Hill House. Si alterna al presente, lo fa contaminando la struttura stessa della narrazione e crea una sorta di nuova matrice temporale, un labirinto di orrori irrisolti nel quale tutti i protagonisti sono intrappolati. Il peso del passato è insostenibile, totalizzante e questo è un punto di vista che abbatte la quarta parete insinuandosi anche nella nostra vita di tutti i giorni. Quante volte ci rivolgiamo al passato? Quante volto lo arricchiamo di caratteristiche che non ha (non aveva?), positive o negative? Il Hill House (come nella realtà), il passato è una trappola dalla quale sfuggire può essere molto, molto difficile. Se non lo si affronta, se non lo si supera o accetta, il passato ha la stessa, violenta determinazione di uno spirito malvagio, o di una casa corrotta che ha piantato i semi del dolore dentro di noi, in profondità. Semi che aspettano, insensibili a tempo e spazio. Semi che germogliano diventando, permettermi la citazione, fiori del male.

INFERNO, DOLORE, SPERANZA
Perciò cosa è davvero Hill House? Un contenitore di anime irrequiete? Un luogo affamato che vuole distruggere chiunque abbia l’incoscienza di legarsi a esso? Di più. Hill House è una imponente metafora della memoria, dei ricordi, del dolore e anche della speranza. Ancora di più. Hill House è un monito: memoria, ricordi, dolore e speranza possono diventare un vero e proprio inferno. Questa è la metamorfosi ultima della casa. Un inferno. Un luogo nel quale il dolore e la speranza possono vivere insieme, ma solo dopo aver affrontato il trauma della morte. C’è assoluzione, c’è consolazione, ma solo nell’eternità a cui la fine della vita, violenta e dolorosa, conduce. Nel suo nucleo centrale, nel cuore nero della casa, nella Stanza Rossa tutti i crocevia di esistenze sofferte e sofferenti si innestano con una tiepida, debole, isolata luce.
La speranza è un altro grande messaggio innestato tra i rami malvagi della casa. Accettare il passato, affrontarlo, combatterlo pronti a sacrificare molto alla lotta: ecco l’unica via di salvezza. Ecco l’unico modo per lasciarsi Hill House alle spalle, per dimenticare un luogo affamato di dolore (ma anche di speranza, a suo modo) che proprio nella promessa di lenire questa sofferenza spinge a compiere il male.

Quando l’horror esce dai suoi confini più canonici, quando ha uno scopo e un metodo, è in grado di esplorare tante e tali profondità dell’animo umano che raramente riescono a essere messe in luce da altri generi. Hill House è un esempio di questa grandezza.
Una giostra tra inferno, dolore e speranza.

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