Il mondo è dei mostri?

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Lo ripeterò allo sfinimento e lo userò come incipit per ogni mia considerazione per quanto succede sul grande schermo: demolire una pellicola non mi interessa, quello che rende per me interessante sedersi sulla poltroncina della sala cinematografica è cercare connessioni, tendenze e guizzi creativi. Ed è per questo che prendo al balzo l’ottimo spunto che ho letto in merito a Godzilla II: King of Monsters su Il giorno degli zombi.

Nell’articolo l’autrice evidenzia come punto debole del film (lo sintetizzo) la mancanza di personaggi umani di spessore e, a conti fatti, persino la troppa presenza di esseri umani a contaminare un palco che dovrebbe essere tutto dei kaiju. In effetti in Godzilla II: King of Monsters (diretto da Michael Dougherty, uno di noi, cresciuto a pane, Spielberg e George Lucas) non abbiamo nessun protagonista (umano) forte. Certo, c’è il carisma innato di Charles Dance , ci sono Milly Bobby Brown, Vera Farmiga e Ken Watanabe. Ma tutti gli attori vagano senza meta, schiacciati in parte da una sceneggiatura ben poco generosa nei loro confronti ma soprattutto dalla grandezza di Godzilla e di tutti gli altri kaiju. Sempre seguendo il sentiero tracciato su Il giorno degli zombi, cosa possono mai fare piccoli figuranti in carne e ossa quando sullo sfondo si combatte una battaglia evolutiva tra creature che si nutrono di radiazioni?

Arrendersi. E qui inizia la parte più interessante del franchise targato Monarch e mostri giganti (il MonsterVerse). Il bravo Gareth Edwards ha dato il via a questo nuovo filone narrativo con il suo Godzilla (2014) pellicola nella quale il Re dei Mostri aveva un minutaggio decisamente risicato. Edwards nel suo film si concentrava sugli uomini, è un suo marchio di fabbrica. Gli scontri tra i kaiju ci venivamo sempre e comunque mostrati attraverso l’occhio dell’uomo e l’uomo, da par suo, cercava di intervenire (a volte anche in modo risolutivo) nello scontro tra i Titani. C’era un certo equilibrio, c’era una volontà umana e una titanica, più selvaggia e più incondizionata.

Skull Island, secondo film del franchise, aveva le idee molto chiare: perseguire il suo scopo di intrattenimento facendo un passo avanti e due di lato. In Skull Island gli uomini entrano in un ecosistema diverso dal loro e lì diventano catalizzatori della furia di King Kong (che scopriamo essere un altro Titano, alla stregua di Godzilla): mettono in moto qualcosa, e questo qualcosa poi prende il centro dell’attenzione. Diventa protagonista, uomini o meno presenti. Michael Dougherty, se vogliamo, alza la posta. Intraprende un sentiero che, con il giusto coraggio, potrebbe diventare molto interessante.

Copyright: Legendary Pictures, Warner Bros

In Godzilla II l’uomo alza bandiera bianca. Tutti i personaggi sono mossi da motivazioni piuttosto primordiali (vendetta, per dire una), o scopi derivati da un’attualità tanto contemporanea quanto spicciola. In sintesi l’uomo ha fallito nel suo ruolo di custode del pianeta, anzi, è diventato il peggior nemico della Terra. Perciò l’unico modo per salvare un mondo afflitto e asfissiato dall’inquinamento e dall’approccio parassitario della nostra specie, è riportare in cima alla catena alimentare i legittimi proprietari del pianeta. I Titani, appunto. Quindi un ex militare, una scienziata e una bambina plagiata dalle motivazioni materne diventano la miccia che farà esplodere la polveriera dei Titani. Da qui in avanti, è tutto come dovrebbe essere cioè mostri, mostri e ancora mostri.

Da un punto di vista etimologico Godzilla II evolve l’approccio narrativo dei due predecessori continuando uno spostamento progressivo di una storia senza uomini ma solo con i mostri. Dougherty spesso adotta il punto di vista dei kaiju lasciando indietro gli esseri umani e anche il finale è un vero e proprio trionfo dei Titani. Leggerezza narrativa o chiara e definita volontà di affidare il franchise a un solo cast di mostri? Godzilla, Mothra, Rodan e, pronto a entrare in scena nella prossima pellicola, King Kong (Godzilla Vs. Kong è previsto per il 2020) sono un parco mostri sufficiente per un film con l’uomo relegato a un ruolo ancora più marginale.

“L’arroganza dell’uomo sta nel pensare che la natura sia sotto il nostro controllo. E non il contrario.”

Ichiro Serizawa (Ken Watanabe), Godzilla

Il MonsterVerse è intrattenimento puro (e io adoro l’intrattenimento puro) ma anche tra le pagine scanzonate di uno scontro tra mostri si possono trovare indizi interessanti. E i proverbiali indizi che fanno una prova emettono una chiara sentenza: l’uomo si sta arrendendo. Non si oppone ai mostri, non si oppone alla catastrofe, non lotta per mantenere la supremazia ma anzi, accetta con distruttiva rassegnazione il suo ruolo di virus e appalta l’intero pianeta a chi, libero da ambizioni, sovrastrutture mentali, disordine, egoismo e chi più ne ha più ne metta, è in grado di prendersene davvero cura. I Titani. Godzilla non è più ‘solo’ una punizione per l’apocalisse atomica scatenata dall’uomo: Godzilla è la sola alternativa rimasta per salvare un pianeta ridotto ormai allo stremo. Da chi? Da noi. Intrattenimento, certo. Ma il sottotesto è ben più che attuale e forse anche un pelo inquietante.

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