Joker di Todd Phillips

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Tralasciamo il come e il perché si è arrivati a un film da solista per uno dei villain che vanta tra le più grandiose interpretazioni nella storia dei cinecomics (due su tutte, Nicholson e Ledger). Tralasciamo la giusta (e speriamo duratura) scelta della DC di smettere una rincorsa alla sconfitta nei confronti della Marvel per dedicarsi a fare l’unica cosa sensata, cioè sfruttare l’immenso potenziale di personaggi straordinari e con uno spessore sufficiente a reggere intere pellicole in solitaria (o quasi). Tralasciamo lo squisito domino di eventi che ha portata Todd Phillips – di certo frequentatore di altri generi cinematografici – dietro la macchina da presa. Alla fine la cosa davvero importante è il risultato, e sul risultato del lavoro di Phillips ci sono parecchie cose da dire.

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Joker è un film ambizioso e come tutti i film ambiziosi non è un film semplice. O meglio, lo è sotto certi aspetti. Lo è in alcune scelte stilistiche: Phillips non esagera mai. Appiattisce quando è necessario, sfuma, toglie colore per poi restituire profondità quando al centro della narrazione c’è lui, il Joker. O meglio, quando l’occhio della telecamera si punta su Arthur Fleck, un Joaquin Phoenix che non si è limitato a comprendere il Joker, ma lo ha trasformato in un pezzo di sé. Di fatto Phoenix ha regalato a Fleck qualcosa del proprio io. Nel complesso poi le parti meno potenti sono quelle in cui Fleck diventa davvero Joker ma anche questa è una scelta che capiremo in seguito. Abbracciare la propria follia, indugiare sullo schiocco assordante di una mente che va in frantumi, non rende migliori, anzi. Fleck era fragile, entrava e usciva dalle ombre di una vita il cui baricentro era infelicità. Un’esistenza in cui doveva essere ‘happy’ anche senza esserlo mai stato. Ma ambiva ad altro. Ambiva a raggiungere il suo piccolo frammento di luce, una minuscola luminescenza che potesse dare un senso a una vita sfortunata.

Oppure no? Al primo incontro con la psicologa (Sharon Washington) c’è un orologio alle spalle di Arthur. Un orologio che segna le 11.12 di mattina. Lo stesso orologio che qualche istante dopo vediamo ad Arkham, lo stesso orologio con la stessa ora, le 11.12, appeso alla parete della stanza in cui Arthur è rinchiuso quando ricorda che “stava meglio prima”. Di fatto, Fleck non ha mai concettualmente lasciato il manicomio: il presente è cui vive non gli offre alcuna alternativa. I tentativi di raggiungere la felicità facendo ridere gli altri, di sedare i propri demoni con le medicine, di curarsi di una madre ossessionata da Thomas Wayne, di immaginare una storia normale con la normale vicina di casa sono predeterminati al fallimento. Fleck combatte, disperatamente, vuole combattere, ambisce a una vita migliore, crea un mondo nel quale i suoi disturbi, la sua essenza, tutto ciò che in realtà é – infelice e tormentato – non sono altro che accidentali inciampi. Combatte contro la realtà che, ostinata, cinica e calcolatrice si accanisce contro di lui. Combatte ma non può vincere perché nella vita sfortunata di Fleck la vera essenza è la lotta. Non la vittoria. Non la sconfitta.

C’è un nichilismo di fondo nella pellicola di Phillips che ne complica lo scheletro, che rende difficile osservare il destino del protagonista con troppa empatia o con troppo distacco. Scelta coraggiosa questa che a tratti può indebolire la narrazione ma che ai miei occhi appare tanto lucida quanto azzeccata. È anche per questo che Phillips allontana il film nel tempo: non si tratta solo di una coerenza con i fumetti. Vuole tracciare una linea tra noi e il protagonista, vuole allontanarlo per offrirci poi una semplice e terribile rivelazione: Arthur è destinato a essere ciò che è, quasi geneticamente. Su questo non c’è alcun dubbio. Gotham si accanisce, certo. La città si stringe su di lui come le spire di un enorme serpente, lo soffoca, gli è ostile ma non c’è niente nel passato di Fleck, o nel suo presente, che possono far pensare a un riscatto di qualunque tipo. Pensiamo alla vita di Arthur come a un lancio di moneta. Testa o croce? C’è un terzo risultato, l’unico che avrebbe potuto offrire qualcosa a Fleck: l’incertezza. La moneta sospesa di taglio, né testa, né croce. La lotta giornaliera per conquistarsi un giorno dopo l’altro un’altra dose di infelicità.

Quando Fleck crolla, quando la sua mente si sfilaccia nello strapparsi di tutte le intrecciate menzogne che lo tenevano insieme fino a quel momento, nasce Joker. Ma il pazzo assassino nemico di Batman è meno interessante di Joaquin/Arthur. Lo evidenzia Murray Franklin (Robert De Niro) prendendo in giro la presunta disperazione di qualcuno che poi arriva a uccidere. Alla fine, il Joker, è ‘solo’ un pazzo psicopatico che abbraccia la sua follia trovando in essa la vera ragione di vita. La vera inquietudine, sono gli altri. Sono tutti gli altri Joker coperti da maschera pronti a scatenare la loro rabbia senza aver sofferto un millesimo di quanto ha dovuto patire Arthur Fleck.

Ecco l’eredità di Phillips. Edward Prendick ne L’Isola del Dottor Moreau decide di fuggire dalla società perché impaurito dalla possibilità che l’uomo retroceda al suo nativo stato animale. Phillips ci offre il suo monito che attinge a piene mani dall’inquietante scoperta di Prendick. Non dobbiamo avere paura del Joker. Creature come Arthur Fleck sono dannate, a loro non è concessa redenzione e ci sarà sempre un Arkham Hospital nel quale rinchiuderli. Dobbiamo aver paura di tutti gli altri, di noi stessi. Di quelli che camminano per strada, pronti a indossare una maschera, pronti a mettere a ferro e fuoco il nostro presente arrampicandosi sul dolore degli altri nell’unica empatia che oggi sembra possibile provare: quella per l’odio.

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