Oltre il guado – di Lorenzo Bianchini

Tempo di lettura: 2 minuti

VOTO:★★★★☆

Nonostante ne avessi sentito parlare in termini molto positivi già un paio di anni fa dai miei infiltrati al TO Horror Film Fest, recupero con colpevole ritardo questa pellicola di Lorenzo Bianchini e confermo che si tratta di un film davvero interessante. Porta una bella ventata di originalità nell’altrimenti asfittico panorama horror italiano.
L’impianto di per sé è piuttosto semplice: l’etologo Marco Contrada (Marco Marchese) ha fatto dei boschi friulani terreno di studio e durante le interminabili giornate trascorse sulle tracce di animali selvatici trova le rovine di un villaggio disabitato. Scoprirà di non essere solo e suo malgrado si troverà intrappolato abitante dell’inquietante borgo.
Due cose si notano subito in questo film: la prima è l’amore di Bianchini per la sua terra, la volontà di trasformarla in un contenitore horror rurale che è reale e suggestivo. La seconda è la capacità del regista di trascinare con efficace garbo lo spettatore nel mondo di Marco Contrada. Viviamo insieme all’etologo, siamo portati nel suo mondo fatto di attese, solitudine, silenzi, vita notturna.
La voce di Contrada, asciutta ed essenziale, scandisce il tempo delle sue e delle nostre giornate offrendoci, di fatto, la visione del mondo per come lo vede lui stesso.
E questa forte immedesimazione, in un film che orbita quasi del tutto intorno all’etologo, è fondamentale per sospendere l’incredulità dello spettatore.
Bianchini poi sfrutta al meglio la potenza evocativa dei boschi, delle ruvide comunità montane, delle leggende sussurrate ai margini di un ecosistema umano che ha conosciuto la violenza fisica e mentale, che l’ha abbracciata come pedaggio necessario alla sopravvivenza.
Il regista sceglie con cura anche l’estetica del suo film virando verso suggestioni sempre più oniriche via via che l’inquietudine di Marco cresce: vediamo attraverso gli occhi dell’etologo, vediamo la foresta e il villaggio allontanarsi sempre di più dalla realtà, vediamo gli incubi prendere forma.
Bianchini poi fa qualcosa di particolare anche con l’elemento acqua: il liquido vitale assume sempre più importanza diventando a sua volta un vero e proprio personaggio, cambiando di significato fino a diventare antagonista incorporeo di Marco. E’ attraverso l’acqua che l’etologo raggiunge il villaggio, è l’acqua che gli impedisce di fuggire ed è l’acqua il catalizzatore del male che perseguita noi e Marco.
In modo intelligente Bianchini omaggia la passione decennale che il regista Gore Verbinsky ha per l’acqua – The Ring, i primi tre Pirati dei Caraibi, Rango, La Cura del Benessere – aggiungendo una sua personalissima e convincente interpretazione.
Chiudo con una nota amara: è un peccato che un regista capace come Lorenzo Bianchini non abbia, in Italia, l’attenzione che merita. Lo abbiamo già visto accadere e temo lo vedremo ancora. Professionisti come Bianchini finiscono con l’essere apprezzati più all’estero che nel nostro poco immaginoso Stivale.
Per il momento ringraziamo Netflix che lo ha aggiunto alla sua programmazione.


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I figli del male – di Antonio Lanzetta

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★★
Nel 2016 mi aveva folgorato l’esordio thriller di Antonio Lanzetta, Il buio dentro, e ve ne avevo parlato qui. Meno di due anni dopo Lanzetta ci riporta tra le ferite antiche di una terra tanto stupenda quando maledetta, di luoghi capaci di meraviglie e orrori. Ci riporta a Castellaccio.

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A Quiet Place – di John Krasinski

Tempo di lettura: 3 minuti

VOTO:★★★★☆
Finalmente. E’ la prima parola che mi è uscita dalla testa durante e dopo la visione di A Quiet Place, esordio fanta-horror del poliedrico John Krasinksi che qui è sceneggiatore, regista, interprete e marito (dentro e fuori dal set) della bella e brava Emily Blunt. Perché ‘finalmente’? Perché A Quiet Place riesce a ibridare in modo molto equilibrato tutti mattoncini costituenti il DNA del nobile genere horror.

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