[Recensioni Film] – ‘Alien: Covenant’ di Ridley Scott

Tempo di lettura: 3 minuti

“Il mio nome è Ozymandias, re di tutti i re,
Ammirate, Voi Potenti, la mia opera e disperate!”

Il giudizio su Alien: Covenant orbita per buona parte intorno alla frase tratta da ‘Ozymandias‘, sonetto scritto da Percy Bysshe Shelley nel 1818. E, rilancio, l’apprezzamento per Covenant è ancora di più legato alla voglia di gettare il cuore oltre l’ostacolo in cerca di connessioni, riferimenti e suggestioni che giocoforza esulano dalla mera somma cinematografica delle parti. D’altra parte, non era così anche per Prometheus?
Percy Shelley scrive Ozymandias nel 1818, lo stesso anno in cui Mary Shelley pubblica Frankenstein, o il moderno Prometeo (Prometheus?). Se anche voi pensate che come Dio Ridley Scott non gioca ai dadi, questa coincidenza già da sola dovrebbe far squillare le trombe del giudizio. Perché dal mio punto di vista, esponendosi alle più scontate accuse di voler grattare il fondo del barile, Scott ha deciso in modo molto coraggioso di reinterpretare in salsa fanta-horror la mitologia dei nostri grandi classici.
Due indizi fanno una prova. In origine Alien: Covenant avrebbe dovuto intitolarsi Alien: Paradise Lost con chiari, chiarissimi riferimenti al capolavoro infernale di John Milton, Il Paradiso Perduto. E David (un Michael Fassbender che in sostanza E’ il film intero) ha molte, tante similitudini con la Stella del Mattino, con l’angelo caduto che preferisce regnare all’inferno che essere schiavo in paradiso.
Ogni cosa in Alien: Covenant orbita intorno a David tanto da sacrificare lo spessore di quasi tutti gli altri personaggi. L’equipaggio è molto numeroso e le caratteristiche di ciascun membro sono spesso abbozzate con qualche rara pennellata che suggerisce senza mai spiegare. La struttura del film, nella sua totalità, è al servizio di David. Di ciò che fa. Di ciò che rappresenta. Non è un caso che il film si apra proprio con la sua ‘nascita’ per mano di Weyland (Guy Pierce).
Alien: Covenant, David e Weyland
Se si riesce e si vuole accettare la visione david-centrica dell’intera pellicola i (vari) difetti di Alien: Covenant perdono importanza. E non solo perché visivamente Scott è ancora uno dei migliori registi sulla piazza, ma anche perché a differenza di Prometheus il regista riesce a concentrare la grande ambizione che lo anima in un solo, definito, personaggio.
David è un androide dotato del libero arbitrio (di nuovo, un tema di uno spessore ENORME). E’ il primo e l’unico della sua specie con questa caratteristica, in Walter (sempre Fassbender) la libertà è sostituita dal dovere, ed è proprio l’assenza della libertà a renderlo incapace di creare. David, al contrario, è ossessionato dalla creazione. Lo capiamo dalle poche, belle, battute di apertura del film quando si confronta con Weyland. In più raccoglie nelle proprie memorie tutto, o quasi, lo scibile culturale umano. Poesie, melodie (portare in un film di fantascienza Wagner e Shelley è, di per sé, già un enorme successo), costrutti concettuali generati dalla mente umana nel tentativo di garantirsi l’immortalità.
David di fatto è immortale e ciò che manca alla divinità di cui si sente portatore è la creazione. Questo fa. Crea. Lasciamo stare gli sforzi a volte anche maldestri di incollare tra loro le varie continuity del franchise, lasciamo perdere le strizzate d’occhio ai primi due Alien: tentativi di rendere più digeribile la complessa grandezza di David.
Stiamo parlando di un androide, un costrutto umano portatore di una mutazione che lo rende unico esattamente come è unico l’uomo (Westworld credo abbia qualcosa a che fare con alcune di queste suggestioni), sotto certi aspetti un errore evolutivo. Un androide che vuole vendetta verso i creatori di chi lo ha creato, si sostituisce a essi e cerca di plasmare la più perfetta forma di vita. Non solo. David ripercorre tutte le tappe dell’uomo nella comprensione della natura: come Darwin osserva la natura, come Linneo la classifica. Un entomologo creazionista.
Alien: Covenant
No, non è un tema nuovo quello della macchina che si ribella all’uomo. Ma qui andiamo ben oltre. Qui la macchina vuole diventare Dio attraverso la creazione e in un contesto visivo che è semplicemente perfetto. A differenza di Prometheus nel quale l’ambizione veniva soffocata da troppi errori, qui gli errori ci sono ma non predominano.
E anzi, forse non sono neppure errori, ma pedaggi concettuali che Scott paga per rendere digeribili e non esclusive le potenti tematiche filosofiche di Alien: Covenant. Non me la sento di partecipare al gioco al massacro: sì, l’equipaggio ci comporta in modo stupido, sì, la Waterston è un alter ego della Weaver. E sì, alcune scene di pura azione stonano.
Perciò, in sintesi, il vero peccato di cui si macchina Covenant è la mancanza di coraggio: una codardia che si traduce in un eccesso di citazionismo, quasi che la paura di non ricordare ogni tre scene che sì, stiamo guardando Alien, potesse deludere/allontanare/indispettire uno zoccolo di fan che DEVE finanziare il progetto.
Con più disinteresse, con più determinazione ad andare fino in fondo, con meno nostalgica testardaggine, Covenant avrebbe potuto essere molto di più. Ma, lo ripeto, se il timone lo si mantiene saldo su David, se si interpreta tutto il film intorno a lui, Covenant è ben più della mera somma delle parti che lo compongono.
E L’entrata degli Dei nel Walhalla ci mostra davvero la nascita di una nuova divinità.

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The Circle – di James Ponsoldt

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★★½☆☆

I segreti sono bugie

Mae – The Circle

Il tempismo nella fantascienza è fondamentale. Arrivare in ritardo rispetto a quanto sta accadendo nel mondo reale può trasformare un buon film in uno scadente documentario di repertorio.
The Circle, purtroppo, arriva un pelo in ritardo e la sensazione che si ha è proprio quella di aver assistito a qualcosa di vecchio.
Mae (una Emma Watson male assortita) è una giovane ambiziosa che vede la sua vita cambiare quando l’amica del cuore Glenne (Bonnie Holland) riesce a farla entrare al Circle, una grande azienda che deve i ricchi natali a un social network di diffusione mondiale. Il guru di Circle, Eamon Bailey (un Tom Hanks in versione Steve Jobs) ha le idee molto chiare sul futuro: connessione totale, condivisione totale, nessun segreto e l’ambigua gestione di una mole di dati a dir poco impressionante.

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GoT: due piccole rivoluzioni?

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Quattro episodi su sette, con ancora nove puntate (tre di questa settima stagione e sei dell’ottava) prima di veder calare il (o un) sipario su uno dei fenomeni televisivi più imponenti di questo ventunesimo secolo. In molti ci eravamo chiesti come sarebbe cambiato Il Trono di Spade con il sorpasso definitivo dello show rispetto alle trame letterarie libri di George R.R. Martin e questi prima quattro episodi hanno in parte risposto alle nostre domande.
Due sono i più evidenti e principali aspetti della piccola rivoluzione che David Benioff, D.B. Weiss e compagni hanno attuato con la settimana stagione del Trono.

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